5 Febbraio 2019


Martedì IV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Vangelo).

Vangelo - Dal vangelo secondo Marco 5,21-43: La guarigione della emorroissa e la risurrezione della figlia di Giaro sono due racconti a incastro e ci fanno comprendere in profondità il significato della fede, cioè, in che cosa consiste la fede e a che cosa porta la fede. Nella guarigione della donna affetta di emorragia la strana domanda di Gesù - Chi mi ha toccato -, non è posta per mettere in imbarazzo la donna, ma è tesa unicamente ad esaltare pubblicamente la sua fede e indicarla come requisito necessario per la guarigione. La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mc 4,35-41), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mc 5,1-20). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio. La raccomandazione di dare da mangiare alla fanciulla svela la tenerezza di Gesù verso gli ammalati e i sofferenti. Allo stupore segue il perentorio ordine da parte di Gesù di non divulgare il miracolo. Il comando, che è in linea con tutti i testi relativi al segreto messianico (Mc 1,25.33-44; 3,12; ecc.), vuole rinviare alla Croce e alla Risurrezione perché soltanto questi eventi possono rivelare la vera identità del Cristo e i doni che Egli è venuto a portare agli uomini (Ef 4,7). Leggendo con calma, e profonda attenzione, questa bella pagina di Marco vengono in mente le parole dell’apostolo Pietro rivolte al centurione Cornelio: “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.” (Atti 10,37-38). Ed è così, Gesù è veramente il buon Samaritano dell’umanità!

Chi ha toccato le mie vesti? - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 25-29 L’inserzione del racconto dell’emorroissa (vv. 25-34) appare molto spontanea e per numerosi esegeti anche storicamente attendibile. La perdita di sangue rendeva la donna impura (Lv 15,19-30) e le impediva ogni atto di culto e il contatto con le altre persone. II giudizio pessimistico sulla capacità dei medici esprime la mentalità scettica del popolo, che ricorreva volentieri ai guaritori, dopo l’insuccesso della medicina. La donna aveva una concezione superstiziosa, condivisa in genere da tutti, sulla forza sovrumana che promanava dal Taumaturgo. Tuttavia la sua fiducia
semplice e illimitata in Gesù viene premiata con la guarigione immediata.
vv. 30-34 Si ha qui una pericope che illustra il tema della fede messianica, la quale implica innanzitutto un incontro personale con Gesù, il riconoscimento e la proclamazione della salvezza da lui ottenuta. Tale salvezza però va intesa in senso globale, non solo fisico. L’iniziativa per provocare questa fede è presa da Gesù.
il quale ha riconosciuto in se stesso la forza che era forza uscita da lui (v. 30). Non si trattava di un fluido magico, bensì di una forza spirituale, proveniente da Dio. Egli guarda attorno per stabilire un rapporto con la donna risanata. Costei è presa da timore e dalla paura, una reazione consueta dinanzi a una manifestazione della potenza divina. Gesù non biasima la donna per la trasgressione della Legge, che le imponeva la segregazione, ma la incoraggia con la sua parola a trasferire il dono della guarigione fisica su un piano superiore, facendola giungere alla fede messianica. La guarigione della donna, dovuta alla sua fiducia in Gesù, si trasforma in «salvezza» totale. L’augurio della «pace» (shalom) comporta per la donna ogni benedizione da parte di Dio, in un rinnovato rapporto di intimità con lui, quale preludio della salvezza escatologica. Una tradizione leggendaria tardiva ha identificato la donna con Berenice o Veronica, che avrebbe asciugato il volto di Gesù sulla via del Golgota.

Perché vi agitate e piangete? - Il caso si presentava ormai senza soluzioni: dalla casa del capo della sinagoga erano venuti alcuni a dire che la fanciulla era morta. Non aveva quindi più senso continuare a importunare il Maestro di Nazaret.
Gesù, il figlio di Maria (Mc 6,3), come se non avesse inteso nulla, esorta Giairo, il padre della fanciulla morta, a desistere dal suo timore e a continuare ad avere fede in lui. Poi, con Pietro, Giacomo e Giovanni, che saranno le «colonne della Chiesa» (Gal 2,9), si avvia verso la casa di Giairo.
La scelta dei tre discepoli non è lasciata al caso: più avanti sempre Pietro, Giacomo e Giovanni, e soltanto loro, saranno chiamati ad essere gli unici testimoni privilegiati della trasfigurazione (Mc 9,2) e della preghiera nel giardino del Getsemani (Mc 14,33). Gesù, così come dettava la legge mosaica (Dt 19,15), vuole dei testimoni qualificati che in seguito avessero potuto testimoniare la realtà del miracolo che stava per operare.
La casa di Giairo è sprofondata nel dolore: gli strepiti, i pianti dei parenti e delle prèfiche, accrescono la confusione e il chiasso.
Forse per riportare un po’ di calma, Gesù entrando dice ai piagnoni: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giairo, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno.
Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52).
Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore.
La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità, pur addolorandolo intimamente, non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni, prende con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entra dove era la bambina.
Gesù presa la mano della fanciulla, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), pronuncia le parole ‘Talità kum’. Sono parole aramaiche, la lingua che parlava Gesù, e Marco si affretta a dare la traduzione forse per evitare che venissero scambiate per qualche formula magica. La guarigione è immediata e istantanea.
La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mc 4,35-41), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mc 5,1-20). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio. La raccomandazione di dare da mangiare alla fanciulla svela la tenerezza di Gesù verso gli ammalati e i sofferenti. Allo stupore segue il perentorio ordine da parte di Gesù di non divulgare il miracolo. Il comando, che è in linea con tutti i testi relativi al segreto messianico (Mc 1,25.33-44; 3,12; ecc.), vuole rinviare alla Croce e alla Risurrezione perché soltanto questi eventi possono rivelare la vera identità del Cristo e i doni che Egli è venuto a portare agli uomini (Ef 4,7).
Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).

La tua fede ti ha salvata... Non temere, soltanto abbi fede: Benedetto XVI (Angelus, 1 luglio 2012): Questi due racconti di guarigione sono per noi un invito a superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita. A Dio noi chiediamo tante guarigioni da problemi, da necessità concrete, ed è giusto, ma quello che dobbiamo chiedere con insistenza è una fede sempre più salda, perché il Signore rinnovi la nostra vita, e una ferma fiducia nel suo amore, nella sua provvidenza che non ci abbandona.
Gesù che si fa attento alla sofferenza umana ci fa pensare anche a tutti coloro che aiutano gli ammalati a portare la loro croce, in particolare i medici, gli operatori sanitari e quanti assicurano l’assistenza religiosa nelle case di cura. Essi sono «riserve di amore», che recano serenità e speranza ai sofferenti. Nell’Enciclica Deus caritas est osservavo che, in questo prezioso servizio, occorre innanzitutto la competenza professionale - essa è una prima fondamentale necessità - ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, che hanno bisogno di umanità e dell’attenzione del cuore. «Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la “formazione del cuore”: occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro» (n. 31).

La bambina non è morta, ma dorme - Catechismo della Chiesa Cattolica 988: Il Credo cristiano – professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante – culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.
989 Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell’ultimo giorno. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità: «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11).
990 Il termine «carne» designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. La «risurrezione della carne» significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri «corpi mortali» (Rm 8,11) riprenderanno vita.
991 Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini. «Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus – La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali»: «Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,12-14.20).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Signore, che hai glorificato sant’Agata con la corona del martirio, per la comunione a questo sacro convito donaci una forza nuova perché superiamo ogni male e raggiungiamo la gloria del cielo. Per Cristo ...



4 Febbraio 2019

Lunedì IV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!» (Vangelo).


Vangelo - Dal vangelo secondo Marco 5,1-20: L’intento dell’evangelista Marco nel raccontare la liberazione dell’uomo posseduto da uno spirito impuro è quello di dimostrare la potenza straordinaria di Gesù persino dinanzi all’inferno: la Legione, all’ordine imperioso di Gesù, il Figlio del Dio Altissimo, deve arrendersi e abbandonare precipitosamente il campo. Il racconto della liberazione dell’uomo posseduto dalla Legione mette in risalto anche la missione di Gesù: “Figlioli, nessuno v’inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto. Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8). La violenza incontrollata dello spirito impuro, il suo dominio dispotico sull’uomo stanno a caratterizzare la forza demoniaca come potenza di morte e di distruzione disgregatrice della dignità e libertà umana. Ma se la forza di Satana è grandiosa, spettacolare, non è invincibile: infatti, noi “crediamo che Gesù ha vinto definitivamente Satana e ci ha sottratti così alla paura nei suoi confronti”; però, se “in Gesù è avvenuta la sconfitta del maligno, la sua vittoria tuttavia dev’essere liberamente accettata da ciascuno di noi, finché il male non sia completamente eliminato. La lotta contro il male richiede quindi impegno e continua vigilanza. La liberazione definitiva è intravista solo in una prospettiva escatologica (cfr. Ap 21,4). Al di là delle nostre fatiche e degli stessi nostri fallimenti rimane questa consolante parola di Cristo: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).” (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 18 agosto 1999).

Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? - Adalberto Sisti (Marco): Che c’è fra me e te ... -  Figlio del Dio  Altissimo: la confessione degli indemoniati è sostanzialmente sempre la medesima nei riguardi di Gesù, proclamato Figlio di Dio (1,24; 3,l1). Qui è aggiunto Altissimo in conformità all’uso pagano, attestato molte volte nella Bibbia (cf Gn 14,18ss; Is 14,14; Dn 3,26; At 16,17). Tuttavia non sembra che Gesù venga identificato con Dio stesso, giacché subito dopo è scongiurato in suo nome. Non mi tormentare: la richiesta rivela uno stato di disagio da parte del demonio, il quale si vede costretto a subire lo smacco di essere allontanato prima del tempo (Mt 8,1,9) dall’uomo da lui dominato, perdendo così parte del suo potere. Secondo alcuni libri apocrifi i demoni avrebbero il potere di dominare a loro piacimento sugli uomini fino al giorno del giudizio, quando saranno ricacciati definitivamente nell’inferno (Henoch, 15 -16; cf Ap 20,10).

Gesù è venuto a liberare l’uomo e a scacciare «il principe di questo mondo» che lo teneva schiavo: Gaudium et spes 13: L’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l’armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Anzi l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato. Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori «il principe di questo mondo» (Gv12,31), che lo teneva schiavo del peccato. Il peccato è, del resto, una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda miseria, di cui gli uomini fanno l’esperienza.

C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo - Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Gerasa era popolata in massima parte da pagani, come si desume dalla presenza di un così numeroso branco di porci, appartenenti senza dubbio a più padroni. Ai Giudei era infatti proibito l’allevamento di questi animali, come pure  mangiarne la carne (Lv 11,7).
Il miracolo evidenzia, una volta ancora, la realtà del diavolo e la sua influenza nella  vita degli uomini: il demonio può nuocere - se Dio lo consente - non solamente agli uomini, ma anche agli animali. Quando il Signore autorizza gli spiriti immondi a entrare nei porci, appare in piena luce tutta la loro malizia: reputano un gran dolore non poter fare del male agli uomini e, pertanto, pregano Gesù di poter almeno recare danno agli animali. Cristo concede il permesso per dimostrare che i demòni s’impadronirebbero degli uomini con la stessa violenza e con i medesimi effetti palesati allorché s’impossessarono dei porci, qualora Dio non li trattenesse.
È ovvio che l’intento di Gesù non fu quello di punire i padroni dei porci con la perdita del branco, poiché i proprietari delle bestie, essendo pagani, non erano tenuti ai precetti della Legge giudaica. Piuttosto, la morte dei porci è il segno tangibile che il demonio era uscito da quell’uomo.
Gesù permise la perdita di taluni beni materiali perché essi erano incomparabilmente inferiori al bene spirituale che la guarigione arrecava all’indemoniato.

Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati - Jean Radermakers: Con questo versetto (5,2), raggiungiamo la vetta del racconto. Già il lebbroso ebreo, purificato dal Maestro, era stato invitato, non a seguirlo, ma a mostrarsi al sacerdote; e se ne era andato « a proclamare molto» (keryssein polla) e «a divulgare la parola» (diaphemizein ton logon: 1,45). Ecco che nella Decapoli viene concesso di «proclamare» (keryssein) a un pagano, senza tuttavia penetrare la profondità di questa «proclamazione», poiché sulla sua bocca «tutto ciò che il Signore ha fatto per te» (v. 19) diventa « tutto ciò che Gesù aveva fatto per lui» (v. 20). L’azione trasformatrice del Signore è passata attraverso la mediazione di Gesù. Se non può ancora annunziare l’essenza del vangelo, può tuttavia preparare gli altri ad ascoltarlo (l’allusione alla Decapoli tornerà in 7,31).
È responsabile nel suo ambiente di ciò che gli è accaduto in parabole: ciò che ha sperimentato nel segreto della sua vita deve pervenire a una manifestazione (4,22). Le reazioni della gente lasciano supporre che questo scopo venga raggiunto: essi, che prima avevano paura alla vista dell’indemoniato liberato (5,15), ora si stupiscono (5,20), nella perplessità di una fede ancora in cerca di se stessa. Questo è l’«inizio» (erxato) del lieto annunzio di Gesù in terra pagana

Catechismo Tridentino (Parte Quarta - L’Orazione - Sesta Domanda): 410 I Parroci espongano al popolo le battaglie e i pericoli nei quali continuamente incorriamo, per tutto il tempo che l’anima si trova in questo corpo mortale: da ogni parte ci assalgono la carne, il mondo e Satana. Chi è che non abbia sperimentato, a suo danno, quanto possano in noi l’ira e le passioni? Chi non s’è sentito pungere dai loro stimoli, e non senta i loro aculei? Chi non si sente ardere del loro fuoco anche se soffocato? E tanto ne sono vari i colpi, e cosi divisi gli assalti, che molto difficile riesce non ricevere qualche grave ferita. Oltre a questi nemici che risiedono e vivono in noi, ve ne sono altri acerrimi, dei quali sta scritto: Non contro la carne e il sangue abbiamo da combattere, ma contro i principi e le potenze, contro i rettori di queste tenebre del mondo, contro gli spiriti maligni dell’aria (Ep 6,12).
411. Potenza dei demoni - Si aggiungono infatti alle lotte intime gli assalti esterni, gli urti dei demoni che ci assalgono apertamente, oppure penetrano nell’anima inavvertitamente, sicché a mala pena ci possiamo guardare da essi. E principi li chiama l’Apostolo, per l’eccellenza della loro natura, eccellendo essi per natura sugli uomini e su tutte le cose create che cadono sotto i sensi; li chiama potenze, perché superano gli uomini oltreché per la loro natura, anche per la forza; li nomina anche rettori delle tenebre del mondo, poiché essi reggono non il mondo della luce, cioè i buoni e i pii, ma il mondo oscuro e tenebroso, ossia quelli che, resi ciechi dalla sordidezza di una vita piena di disordini e di delitti, e dalle tenebre, amano lasciarsi guidare dall’angelo delle tenebre. Infine l’Apostolo chiama i demoni geni del male, poiché c’è il male dello spirito come c’è quello della carne. La cattiveria, o malizia carnale, attizza il desiderio alla lussuria, e ai piaceri dei sensi. Malizia spirituale, invece, sono i cattivi desideri, le cupidigie prave che hanno attinenza con la parte superiore dell’anima: e riescono tanto più vergognose delle altre, quanto la mente e la ragione sono più nobili ed alte. E poiché la malizia di Satana mira in modo speciale a privarci della celeste eredità, l’Apostolo aggiunge: nell’aria. Da ciò si può arguire che grandi sono le forze dei nemici, invitto l’animo, feroce e infinito l’odio loro verso di noi; eternamente essi ci fanno guerra, sicché nessuna pace può darsi con loro, e nessuna tregua. Quanta audacia abbiano, lo dice nel Profeta la voce stessa di Satana: Io salirò al cielo (Is 19,13)). Egli ha assalito i progenitori nel paradiso, aggredito i profeti, cercato di afferrare gli Apostoli, per vagliarli come il grano, come dice il Signore nel Vangelo Lc 22,31); e non ebbe ritegno nemmeno dinanzi a Cristo Signore.
La sua insaziabile cupidità e l’immensa sua ingegnosità sono espresse da san Pietro con le parole: Il diavolo, vostro avversario, vi gira intorno quale leone ruggente, cercando chi divorare (1Pt 5,8).
Né Satana è solo a tentare gli uomini; ma a volte i demoni riuniti fanno impeto contro ciascuno di noi, come confesso il demonio a Cristo Signore, che lo interrogava sul suo nome, rispondendo:Il mio nome è legione. Era cioè una moltitudine di demoni che lacerava quel disgraziato. Di un altro troviamo scritto: Prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, e rientrano in lui (Mt 12,45).

Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): È interessante scoprire che cosa ha spinto Marco a narrare una così lunga e singolare storia. La sua prima preoccupazione è stata senza dubbio quella di mostrare la forza salvifica di Gesù che si estende al mondo pagano. La Chiesa di Roma che vive nel cuore stesso di questo mondo poteva rendersi conto che l’evangelizzazione del mondo pagano ha avuto la sua sorgente in Gesù stesso. Egli ha tracciato la via alla missione presso i pagani; i discepoli, e i cristiani dietro di loro, non devono temere tutto ciò che si oppone alla penetrazione del vangelo.
Si incontrano naturalmente ostacoli temibili: ma Gesù non ha rifiutato di affrontare la tempesta (4,35-41) che raffigurava già la lotta contro le forze coalizzate del male e della morte; egli ha condotto i suoi amici sul terreno stesso di queste potenze ribelli. Con la guarigione e l’invio in missione dell’indemoniato di Gerasa, ha ampiamente dimostrato la sua vittoria sul «paganesimo»: la salvezza di questi uomini che giacciono nelle tenebre del male e della morte. Evidentemente l’episodio, di cui alcuni particolari sono decisamente arcaici, è stato riletto alla luce della passione e risurrezione di Gesù, il suo trionfo decisivo sul «mistero» del male.
Un altro punto interessante del racconto, riferito alla sua redazione, riguarda il segreto messianico. Qui, come nel caso degli altri esorcismi, si vedono gli spiriti immondi dotati di perspicacia soprannaturale. Sulla loro bocca - e solo sulla loro, non su quella degli esseri umani - si incontra una perfetta professione di fede sull’identità e sulla missione di Gesù: egli è davvero il messia che viene a mettere fine al regno di Satana (cfr. vv. 23-24). Con queste rivelazioni larvate, paragonabili a quelle di un suggeritore in teatro, Marco invita il suo lettore a proseguire la ricerca sulla domanda fondamentale del suo scritto: chi dunque è Gesù?
In proposito, l’evangelista tiene il lettore in sospeso. Quest’ultimo non deve confessare troppo presto la messianità di Gesù, e ancor meno la sua divinità: occorre anzitutto che i titoli di «Cristo» e di «Figlio di Dio» siano liberati dalla loro ambiguità grazie alla passione di Gesù. Ciò spiega in parte il silenzio assoluto dei discepoli di Gesù nel presente episodio: essenziale è proseguire pazientemente la lettura.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Catechismo Tridentino: Non contro la carne e il sangue abbiamo da combattere, ma contro i principi e le potenze, contro i rettori di queste tenebre del mondo, contro gli spiriti maligni dell’aria.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...
     



 3 Febbraio 2019

IV Domenica T. O.


Oggi Gesù ci dice: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.» (I Lettura).

I Lettura Ger 1,4-5.17-19: Sono tratteggiati alcuni aspetti del tutto particolari della vocazione di Geremia. L’espressione ti ho conosciuto equivale a scegliere e predestinare (Am 3,2; Rom 8,29). Il profeta dovrà sostenere aspre guerre ma non sarà vinto, purché ponga ogni fiducia in Dio. Il Signore sarà sempre al suo fianco per liberarlo da qualsiasi attacco da parte dei suoi oppositori. Un elemento distintivo della attività profetica e missionaria di Geremia sarà l’universalità: egli sarà stabilito profeta delle nazioni.

Salmo responsoriale Dal Salmo 70 (71) - Gianfranco Ravasi: È la preghiera di un anziano che «fin da giovane» nel Signore ha posto la sua speranza (v. 5). Il suo lamento, tutto intriso di fiducia e di serenità, pone in parallelo un passato proteso verso Dio rifugio, castello sicuro, salvezza, asilo, roccia (vv. 3-7) e un presente amarissimo, intessuto di umiliazioni, di ostilità, di un affievolirsi delle forze. Eppure esso non si risolverà in un disperato sprofondare nei gironi infernali dello sheol e della morte. Infatti questo anziano attende ancora un futuro di liberazione sperato nonostante l’esiguità degli anni che ancora restano. Ed è particolarmente commovente in questa attesa il ricordo tenero e nostalgico dell’infanzia, anzi l’evocazione della nascita stessa in cui Dio stesso toglieva dal grembo materno la sua creatura, e, come una madre, se la poneva tra le ginocchia per tenerla in piedi (v. 6). Una vita posta tutta sotto il sigillo della fedeltà, dalle radici fino ai tormenti della vecchiaia ma anche fino all’ultimo canto accompagnato dall’arpa e dalla cetra (vv. 22-23). Le labbra stilleranno canti di gioia a Dio perché, come dice un antico inno tibetano, il corpo del vecchio è «un prezioso scrigno di canti di fede».

II Lettura 1Cor 12,31-13,13: Ai cristiani di Corinto, affamati di carismi, Paolo indica il primato della carità. Questa virtù, tutta cristiana, deve informare tutti i carismi per cui deve essere posta al di sopra di tutte le manifestazioni carismatiche. I doni straordinari se non sono esercitati con amore sono come corpi senza anima. La carità sopravvivrà anche alla fine della vita terrena: solo l’uomo che ha amato potrà contemplare il volto dell’Amore.

Vangelo Lc 4,21-30: Rifiutato dai nazaretani, Gesù volta le spalle alla sua città. Lo sdegno concepisce progetti omicidi, ma anche se ben determinati, i nazaretani non riescono ad uccidere Gesù: falliscono nel loro tentativo perché non era giunta la sua ora. Respinto e rifiutato dai suoi compatrioti, Gesù si mette in cammino per portare altrove l’annuncio della salvezza. Ha inizio così l’opposizione al ministero di Gesù, una opposizione che con il passare i giorni si farà sempre più cieca: l’acme sarà raggiunto quando gli oppositori decideranno di lordarsi le mani del sangue del sangue di un innocente.

Non è il figlio di Giuseppe? – A Nazaret Gesù era cresciuto in «sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Ma nulla era trapelato del grande mistero divino. Proprio per questa conoscenza superficiale gli abitanti di Nazaret sentendo Gesù predicare nella loro sinagoga si meravigliano delle «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Con questa espressione - «parole di grazia» -, Luca allude non a discorsi eruditi, ma a discorsi sapienziali, a parole profetiche, carismatiche, ispirate. Alla meraviglia si mescola l’ incredulità.
I nazaretani conoscono Giuseppe, Maria e il loro parentado (cfr. Mt 13,55-56), per cui nulla fa ritenere veritiero di quanto avevano ascoltato. Perciò per credere esigono un segno perché, come era scritto nella Legge di Mosè (cfr. Dt 13,2), solo un miracolo poteva attestare le presunte qualità messianiche di Gesù. A queste aspettative, Gesù risponde in modo caustico citando un proverbio ebraico attestato nei midrashìm: «Medico, cura te stesso». La risposta di Gesù va verso altre direzioni. Dio non opera miracoli per compiacere le curiosità degli uomini. A muovere l’azione miracolosa di Dio è la fede e se a Nazaret non accade quanto era accaduto a Cafarnao è per l’incredulità dei suoi abitanti (cfr. Mt 13, 58).
Per accostarsi al mistero del Cristo, per conoscerlo, per entrarvi dentro, occorre la fede, non i miracoli. La fede non chiede segni, perché una fede che esige miracoli non è una vera fede (cfr. Gv 20,29).
Alle difficoltà e alla incomprensione dei nazaretani, Gesù risponde con un excursus biblico.
Al tempo del profeta Elia il cielo si era chiuso perché Israele aveva apostatato. Solo una donna pagana aveva potuto beneficiare dell’azione miracolosa di Dio (cfr. 1Re 17,1-6). E al tempo del profeta Eliseo solo Naaman il Siro, un pagano, un cane (epiteto che gli ebrei davano ai pagani cfr. Mt 15,26; Fil 3,3), un dannato agli occhi degli Israeliti, che si ritenevano giusti dinanzi a Dio (cfr. Lc 16,15), poté essere guarito perché aveva creduto alle parole del profeta (cfr. 2Re 5,1-14).
Queste parole di Gesù suonano come un’accusa insopportabile e fa saltare i nervi agli Israeliti convenuti nella sinagoga: «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno». Un sentimento acido che nasceva dal fatto che i congregati nella sinagoga avevano compreso bene che la missione di Gesù «superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane» (Angelico Poppi).
E poiché lo sdegno è a un passo dalla follia, così l’azione precipita e Luca lo sottolinea con un inarrestabile crescendo: si alzarono... lo cacciarono fuori della città... lo condussero fin sul ciglio del monte... per gettarlo giù dal precipizio.
Ma al di là delle reazioni concitate dei nazaretani, nelle parole di Gesù si possono cogliere alcune sfumature. Innanzi tutto, l’universalità della Buona Notizia: essa è rivolta a tutti gli uomini e non contano affatto parentele o appartenenze a clan o a gruppi. La preferenza data a Cafarnao entra dentro questa logica divina. Di fatto, di lì a poco, abbandonando Nazaret Gesù ritornerà a Cafarnao, il «paese di Zàbulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,13).
Poi, alcuni particolari fanno pensare ad un annuncio della passione del Cristo. L’annotazione - «lo cacciarono fuori della città» - fa ricordare la parabola dei vignaioli omicidi i quali cacciarono il figlio unigenito «fuori della vigna e l’uccisero» (Lc 20,9ss). Gesù morirà crocifisso fuori le mura della città di Gerusalemme. Il rifiuto dei nazaretani è una spaventosa anteprima di quanto accadrà al Cristo: vi è celata quella dura opposizione a cui andrà incontro Gesù e che segnerà la sua orrenda morte.
Al tentativo di precipitarlo giù dal precipizio, Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non compie un miracolo, che d’altronde si era rifiutato di compiere, ma vuol fare capire ai suoi oppositori che lui andrà avanti per la sua strada, gli uomini potranno ritardare il suo progetto, ma non potranno impedire il suo compimento. Una verità che troviamo espressa soprattutto nel vangelo di Giovanni: i nemici del Cristo non possono attentare alla sua vita, finché «la sua ora non è giunta» (cfr. Gv 7,30; 8,20.59; 10,39; 11,54).

Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato: Carlo Ghidelli (Luca): Oggi si è adempiuta questa scrittura...: ecco una affermazione-chiave della predicazione di Gesù, una chiave di volta per la retta esegesi di tutto il vangelo. Quello che avviene ora, quello che vedete in me e sentite da me - dice implicitamente Gesù - non è altro che la realizzazione delle promesse antiche (lo stesso verbo, qui usato al perfetto per indicare il compimento di un evento passato i cui effetti durano nel presente, viene ripetuta da Luca nei punti nevralgici della sua opera: Le 9,51; At 2,1; 19,21). Questa affermazione di Gesù ci autorizza a ritornare sulla profezia isaiana con la legittima pretesa di riconoscervi il nocciolo dell’evangelo quale Gesù è venuto a portare al mondo. Gesù è venuto ad annunciare al mondo un lieto messaggio il cui oggetto, negativamente, si chiama guarigione e liberazione, positivamente, si chiama libertà e grazia. I destinatari di questo lieto messaggio - lo dice esplicitamente Isaia e lo ribadisce Gesù - sono i poveri, gli anawìm, i contriti di cuore, gli oppressi, che furono i preferiti di Jahvé (cfr Is 11,4; 29,19) e sono tuttora i prediletti di Gesù (cfr Mt 11,28). L’anno di grazia del Signore, con cui termina questa profezia, non è altro che il tempo del perdono che Dio accorda a quanti gli si accostano con sentimenti di umiltà e di povertà, il tempo della pace, nel senso più vasto del termine: la pace di Dio, intesa come suo dono amoroso; la pace da Dio, intesa come bene atteso dall’alto; la pace con Dio, intesa come riconciliazione col suo amore.

Certamente voi mi citerete questo proverbio - Benedetto Prete (I Quattro vangeli): Voi mi direte questo proverbio: Medicocura te stesso! Luca presenta in modo personale il punto critico a cui era giunto l’incontro di Gesù con i suoi concittadini; egli infatti pone sulle labbra del Maestro delle espressioni che si addicono meglio ai Nazaretani. Ad ogni modo l’evangelista attribuisce l’iniziativa a Gesù, ponendo sulle sue labbra i rilievi ricordati nel versetto. «Medico, cura te stesso!»: il proverbio o detto popolare, che trova paralleli nella letteratura rabbinica e profana, ha un accento di sottile ironia che, nell’attuale contesto, dà alla frase il senso seguente: Gesù deve provare la sua virtù taumaturgica non soltanto operando miracoli fuori di Nazareth, sua patria, ma anche in essa; in questo modo i suoi concittadini avranno agio di constatare de visu se quanto il Maestro afferma di sé rimane comprovato dai miracoli. Se Gesù realmente è un bravo medico, non guarisca soltanto gli estranei, ma guarisca anche se stesso, cioè i suoi concittadini. Fallo anche quinella tua patria! L’espressione non è ispirata da un gretto sentimento di invidia per Cafarnao da parte dei Nazaretani; questi non mostrano di andar orgogliosi di Gesù, loro concittadino, né di invidiare la cittadina del lago che ha beneficiato dei suoi miracoli; con queste parole i Nazaretani rivelano un atteggiamento di incredulità e di scetticismo, perciò richiedono che il Maestro compia dei miracoli anche nella sua patria, in modo che i suoi concittadini possano credere in lui. Quello che abbiamo udito essere avvenuto a Cafarnao; tale richiesta fa logicamente supporre che il Salvatore abbia già iniziato il suo ministero pubblico ed abbia anche operato dei miracoli che lo avevano reso famoso nella regione. Il rilievo induce a concludere che l’evangelista nella presente sezione narrativa non si attiene ad un ordine cronologico, ma piuttosto ad un ordine sistematico dei fatti. Non tutti gli esegeti condividono questa spiegazione, poiché ritengono che il futuro «direte», all’inizio del versetto, abbia valore di predizione alludendo all’impressione che si avrà a Nazareth, quando giungerà la fama dei miracoli che Gesù stava per compiere a Cafarnao.

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli):  Le parole di Gesù provocarono l’indignazione e il furore nei paesani. Avevano compreso bene che la sua missione superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane. Gesù viene cacciato fuori della città e condotto fino al ciglio del colle. Il luogo tradizionale del precipizio, indicato a 2,5 chilometri da Nazaret, risulta troppo lontano per un linciaggio. Qualche studioso parla di un dirupo, ora interrato, vicino all’attuale basilica dell’Annunciazione. Si tratta, comunque, di precisazioni storicizzanti che non hanno nessun rilievo per l’intento dottrinale dell’evangelista, il quale probabilmente vuole alludere alla crocifissione fuori delle mura di Gerusalemme (20,15; Gv 19,20; Eb 13,12). Comunque, Gesù si sottrae misteriosamente alla morte (cf. Gv 7,30; 8,59; 10,39), perché «non conviene che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (Lc 13,33).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (I Lettura)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

   



2 Febbraio 2019

Presentazione del Signore


Oggi Gesù ci dice: «Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria. » (Salmo Responsoriale).


Vangelo - Dal Vangelo secondo Lc 2,22-40: Lo Spirito Santo aveva promesso a Simeone, che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Il vegliardo, uomo giusto e pio, rappresenta «l’Israele fedele, che attendeva con fiducia illimitata la comparsa del Messia per l’attuazione del regno di Dio. In questo incontro la religiosità sincera dell’Antico Testamento si salda direttamente con quella del Nuovo Testamento, in una meravigliosa continuazione del progetto salvifico di Dio» (Angelico Poppi). La Luce entra nel mondo e riscalda i cuori degli uomini colmandoli di festose speranze, ma la gioia di Giuseppe e di Maria viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. Gesù apre la via della Croce, la percorre fino alla fine e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità

Presentazione del Signore: Messale Romano: Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32), ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua.

Presentazione del Signore - Catechismo della Chiesa Cattolica 529: La Presentazione di Gesù al Tempio lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore. In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, “luce delle genti” e “gloria di Israele”, ma anche come “segno di contraddizione”. La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza “preparata da Dio davanti a tutti i popoli”.

... luce per rivelarti alle genti: Giovanni Paolo II (Omelia, 2 febbraio 1998): Lumen ad revelationem gentium! Oggi anche noi, con le candele accese, andiamo incontro a Colui che è “la Luce del mondo” e l’accogliamo nella sua Chiesa con tutto lo slancio della nostra fede battesimale. A quanti professano sinceramente questa fede è promesso l’“incontro” ultimo e definitivo con il Signore nel suo Regno. Nella tradizione polacca, come pure in quella di altre Nazioni, queste candele benedette hanno un significato speciale perché, portate a casa, vengono accese nei momenti di pericolo, durante i temporali e i cataclismi, in segno di affidamento di sé, della famiglia e di quanto si possiede alla protezione divina. Ecco perché, in polacco, questi ceri si chiamano “gromnice”, cioè candele che allontanano i fulmini e proteggono contro il male e questa festa prende il nome di Candelora (letteralmente: Santa Maria delle Candele [”gromnice”]). Ancor più eloquente è l’usanza di mettere la candela, benedetta in questo giorno, tra le mani del cristiano, sul letto di morte, perché illumini gli ultimi passi del suo cammino verso l’eternità. Con tale gesto si intende affermare che il morente, seguendo la luce della fede, attende d’entrare nelle eterne dimore, dove non si ha più “bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio lo illuminerà” (cfr. Ap 22,5). A questo ingresso nel Regno della luce allude anche l’odierno Salmo responsoriale: “Sollevate, porte, i vostri frontali, / alzatevi, porte antiche, / ed entri il re della gloria” (Sal 23 [24],7). Sono parole che si riferiscono direttamente a Gesù Cristo, il quale entra nel tempio dell’Antica Alleanza, recato in braccio dai suoi genitori, ma per analogia le possiamo riferire ad ogni credente che varca la soglia dell’eternità, portato tra le braccia dalla Chiesa. I credenti ne accompagnano l’estremo passaggio pregando: “Risplenda a lui la luce eterna!”, perché gli angeli e i santi l’accolgano e Cristo, Redentore dell’uomo, lo circondi con la sua luce eterna.

Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme - Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale: secondo la legge mosaica (Cf. Lev 12,2-8) la donna che dava «alla luce un maschio», a motivo della sua impurità, non doveva toccare «alcuna cosa santa» né doveva entrare nel santuario per quaranta giorni. Al termine di questo periodo doveva portare «al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione» per essere purificata «dal flusso del suo sangue». Le donne povere che non avevano mezzi per offrire un agnello offrivano, come Maria qui, due colombi.
In quanto primogenito, Gesù viene portato al tempio per essere consacrato al Signore, come richiesto dalla legge di Mosé (Es 13,1-2). In tutte le lingue, presso tutti i popoli, il primo nato è sempre detto primogenito, seguano o no altri figli. Presso gli Ebrei il primo nato era sempre detto e rimaneva sempre primogenito perché al primo nato erano riservati particolari diritti di famiglia (Cf. Gen 27; Num 3,12-13; 18,15-16; Dt 21,15-17).
Lo Spirito Santo aveva promesso a Simeone, che «non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Signore». Il vegliardo, «uomo giusto e pio», rappresenta «l’Israele fedele, che attendeva con fiducia illimitata la comparsa del Messia per l’attuazione del regno di Dio. In questo incontro la religiosità sincera dell’Antico Testamento si salda direttamente con quella del Nuovo Testamento, in una meravigliosa continuazione del progetto salvifico di Dio» (Angelico Poppi). L’attesa di Simeone si fonda su alcune profezie che predominano in tutto il Secondo o il Terzo Isaia (Is 40-55; 56-66).
Il Nunc Dimittis sembra un cantico proveniente dall’ambiente giudaico-cristiano, anche se, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, a differenza del Magnificat e del Benedictus, potrebbe essere «stato composto dallo stesso Luca, con il particolare aiuto di testi di Isaia. Dopo i primi tre versi che riguardano Simeone e la sua morte vicina, gli altri tre descrivono la salvezza universale portata dal Messia Gesù: una illuminazione del mondo pagano che ha avuto inizio dal popolo eletto e ridonderà a sua gloria» (vedi nota a Lc 2,29-32). Gesù sarà «come segno di contraddizione»: la sua missione sarà accompagnata da ostilità e da persecuzioni da parte del suo popolo. Maria, sua Madre, parteciperà a questo destino di dolore.
Anche la profetessa Anna, «figlia di Fanuèle», riconosce nel bambino Gesù il Messia e per questo favore si mette «a lodare Dio e a parlare del bambino». Per molti, poiché il termine bambino non ricorre nel testo, la «traduzione l’aggiunge per evitare la strana ambiguità, che sembra identificare questo piccolo con Dio. Questa applicazione a Cristo di testi concernenti Jahve non è specifica di Luca, ma costante nel Nuovo Testamento per esprimere la divinità di Cristo» (René Laurentin).
Della tribù di Aser, l’ultima nel tradizionale elenco delle tribù d’Israele: in questo modo «tutte le tribù d’Israele, anche l’ultima, almeno nelle anime ben disposte e pie», riconoscono «in Gesù bambino il redentore di Israele» e ne divengono «apostole. Ecco il tocco finale di Luca in questo secondo trittico: è un monito a tutti gli israeliti ad aprirsi al Signore, e a noi cristiani a non stimarci sicuri della salvezza per il solo fatto che siamo nati nel nuovo Israele» (Giovanni Leonardi).

Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza - Giovanni Leonardi (L’Infanzia di Gesù): II profeta Simeone è noto solo da questo episodio. Non è detto che fosse sacerdote: dal testo (v. 29) traspare invece che era una persona anziana. Qualcuno recentemente ha voluto identificarlo con Simeone figlio di Hillel, di cui si parla nel Talmud e il cui ritratto corrisponde a quello del Simeone di Luca. Daniélou ricorda che anche alcune tradizioni giudeo-cristiane sono favorevoli a questa interpretazione.
Simeone è presentato «giusto e pio», al modo dei personaggi precedenti: giusto esternamente e pratica­mente, pio o timorato di Dio internamente. Egli attendeva «il conforto di Israele», cioè quel Messia (astratto per il concreto) il cui compito - secondo Isaia 61,2s - era «di confortare i piangenti di Sion», cioè di consolare e riportare alla gioia. Lo Spirito Santo, in premio di tali buone disposizioni e della intemerata condotta, gli aveva promesso (Luca non dice come) che avrebbe visto con i suoi occhi il Messia. Ed è appunto lo Spirito che, non solo lo fa salire al tempio in coincidenza con la venuta della sacra Famiglia, ma anche gli fa riconoscere nel Bambino il Messia.
Simeone non si accontenta di contemplarlo: lo prende nelle sue braccia venerande e, nonostante la commozione, trova la forza di benedire Dio, cioè di uscire, come già Zaccaria, in un inno di lode e ringraziamento a Dio. II cantico è, come il Magnificat e il Benedictus, un mosaico di testi tolti dall’Antico Testamento. Vi predominano però i riferimenti al Deutero-Isaia, il profeta della consolazione di Israele (40,1; 42,6; 46,13; 49,6; 52,10; Cf. 46,30); per cui Daniélou pensa che si tratti di un arcaico inno giudeo-cristiano della Chiesa post-pentecostale e da Luca messo in bocca a Simeone per esprimerne sentimenti simili.
Simeone si pone (vv. 29-32) nell’atteggiamento del servo verso il padrone ed esprime la sua soddisfazione al Signore per aver mantenuta la parola promessa: gli dice che lo lasci pur andare (lett. salpare) verso il porto dell’aldilà con la pace messianica ormai raggiunta; i suoi occhi infatti hanno visto la sua salvezza (astratto per il concreto): quella salvezza - continua a dire - che Dio ha preparato - quale mensa imbandita - davanti a tutti i popoli, perché sia luce alle genti pagane e gloria (cioè onore o vanto) del suo popolo Israele; oppure meglio perché sia la presenza specialissima e benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è l’unico accenno espressamente universalistico che troviamo nel Vangelo dell’infanzia di Luca: per giunta i pagani vengono messi al primo posto, anche se considerati avvolti dalle tenebre dell’idolatria e quindi bisognosi della luce della rivelazione cristiana.

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Suo padre; questo termine ha chiaramente il senso di padre legale, poiché Luca ha già illuminato il lettore sulla maternità verginale di Maria. Lo scrittore dà qui la precedenza al padre legale, infatti lo nomina per primo («suo padre e sua madre»). Erano meravigliati per ciò che era stato detto di lui; nel padre e nella madre lo stupore fu un sentimento prolungato che si portava sulle varie ed importanti affermazioni contenute nel Nunc dimittis. La meraviglia suscitata in Maria e Giuseppe fa meglio comprendere il senso dell’atto compiuto da Simeone e delle parole da lui pronunziate; questo vecchio ebreo infatti, illuminato dallo Spirito e sotto l’impulso della sua pietà nutrita dalla viva ed inquieta attesa del Messia, prende dalle braccia della Vergine il tenero bambino e, senza informarsi dai «genitori», proclama la meravigliosa opera che quel fragile fanciullo è chiamato a compiere in Israele e tra i popoli. L’idea della missione universale di Gesù, salvezza di tutti i popoli e luce dei pagani, idea nuova che l’angelo non aveva manifestata esplicitamente nell’annunziazione ed il gesto di uno sconosciuto, dagli occhi ispirati e dal volto illuminato da una luce arcana, il quale prende in braccio quel bambino, furono le due cause principali del vivo stupore di Maria e di Giuseppe. L’atto e le parole di Simeone sono per i «genitori» di Gesù la manifestazione di un nuovo fatto soprannaturale per il quale sono presi da commossa meraviglia. Luca ama sottolineare nei suoi racconti il sentimento di stupore che suscitano negli astanti gli interventi divini (cf. 1,63; 2,18,33; 4,22; 8,25; 9,43; 24,12,41; Atti, 2,7; 3; 12; 4,13; 7,31); queste sue osservazioni ripetute frequentemente caratterizzano la sua concezione teologica e rivelano il suo stile

Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui - Carlo Ghidelli (Luca):  Il v. 40 richiama da un lato 1,80 e anticipa dall’altro 2,41-52: si delinea così quel grande ideale della vita na­scosta di Gesù a Nazaret, dove egli viveva sottomesso ai suoi, ma soprattutto dedito a quella formazione totale e globale che doveva fare di lui un uomo perfetto, un predicatore instancabile, un araldo intrepido, un testimone fedele, un martire invitto. Cresceva significa sviluppo fisico del fanciullo; sapienza indica la maturazione psicologica, essendo Gesù, come uomo, soggetto allo sviluppo psichico mediante l’acquisizione di nuove esperienze e mediante gli incontri con le persone; grazia sta ad indicare la compiacenza di Dio ed il favore degli uomini verso Gesù, che cresceva e si fortificava (v. 40): due espressioni equivalenti, queste, con cui si vuol sottolineare l’armonioso sviluppo fisico, psichico e spirituale di Gesù.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Sollevate, porte, i vostri frontali, / alzatevi, porte antiche, / ed entri il re della gloria” (Sal 23 [24],7).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa della Presentazione al tempio del tuo unico Figlio fatto uomo, e concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo...