IL PENSIERO DEL GIORNO

16 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna» (Mt 5,29).

Ortensio da Spinetoli (Matteo): Il consiglio di Gesù a lasciarsi amputare la mano o a cavare l’occhio (il destro indica la parte preferita) è un’iperbole ordinata a sottolineare la gravità del pericolo.
Nel Talmud (Niddā 13.b) si legge: «non commettere adulterio, né con la mano, né col piede o con l’occhio o col cuore» (cfr. Mc 9, 45, l’unico evangelista che fa menzione del piede). L’occhio e la mano non indicano particolari modi o gradi di adulterio (col cuore, con lo sguardo, con le azioni), ma ricordano i mezzi indispensabili della fornicazione.


Catechismo della Chiesa Cattolica

La Nuova Legge

1965 La nuova Legge o Legge evangelica è la perfezione quaggiù della legge divina, naturale e rivelata. È opera di Cristo e trova la sua espressione particolarmente nel Discorso della montagna; è anche opera dello Spirito Santo e, per mezzo di lui, diventa la legge interiore della carità: «Io stipulerò con la casa d’Israele [...] un’alleanza nuova [...] Porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Eb 8,8.10).

1966 La Legge nuova è la grazia dello Spirito Santo, data ai fedeli in virtù della fede in Cristo. Essa opera mediante la carità, si serve del Discorso del Signore sulla montagna per insegnarci ciò che si deve fare, e dei sacramenti per comunicarci la grazia di farlo: «Chi vorrà meditare con pietà e perspicacia il Discorso che nostro Signore ha pronunciato sulla montagna, così come lo si legge nel Vangelo di San Matteo, indubbiamente vi troverà la “magna carta” della vita cristiana... Questo Discorso infatti comprende tutte le norme peculiari della esistenza cristiana».

1972 La Legge nuova è chiamata legge d’amore, perché fa agire in virtù dell’amore che lo Spirito Santo infonde, più che sotto la spinta del timore; legge di grazia, perché, per mezzo della fede e dei sacramenti, conferisce la forza della grazia per agire; legge di libertà, perché ci libera dalle osservanze rituali e giuridiche della Legge antica, ci porta ad agire spontaneamente sotto l’impulso della carità, ed infine ci fa passare dalla condizione del servo «che non sa quello che fa il suo padrone» a quella di amico di Cristo «perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15), o ancora alla condizione di figlio erede.


Giovanni Paolo II (Discorso ai giovani dei Paesi Bassi 14 maggio 985)

Voi avete ancora molti pregiudizi e sospetti nell’incontrare la Chiesa

 [Cari giovani] Voi avete ancora molti pregiudizi e sospetti nell’incontrare la Chiesa. Mi avete fatto sapere che voi considerate spesso la Chiesa come un’istituzione che non fa che promulgare regolamenti e leggi. Voi pensate che essa metta molti parapetti nei diversi campi: la sessualità, la struttura ecclesiastica, il posto della donna in seno alla Chiesa. E la conclusione a cui giungete è che esiste un profondo iato tra la gioia che promana dalla parola di Cristo e il senso di oppressione che suscita in voi la rigidità della Chiesa.
Cari amici e amiche, consentitemi di essere molto franco con voi. Io so che parlate in perfetta buona fede. Ma siete proprio sicuri che l’idea che vi fate di Cristo corrisponda pienamente alla realtà della sua persona? Il Vangelo, in verità, ci presenta un Cristo molto esigente, che invita alla radicale conversione del cuore (cf. Mc 1,5), al distacco dai beni della terra (cf. Mt 6,19-21), al perdono delle offese (cf. Mt 6,14-15), all’amore per i nemici (cf. Mt 5,44), alla sopportazione paziente dei soprusi (cf. Mt 5,39-40), e perfino al sacrificio della propria vita per amore del prossimo (cf. Gv 15,13). In particolare, per quanto concerne la sfera sessuale, è nota la ferma posizione da lui presa in difesa dell’indissolubilità del matrimonio (cf. Mt 19,3-9) e la condanna pronunciata anche nei confronti del semplice adulterio del cuore (cf. Mt 5,27-28). E come non restare impressionati di fronte al precetto di “cavarsi l’occhio” o di “tagliarsi la mano” nel caso che tali membra siano occasione di “scandalo” (cf. Mt 5,29-30)?
Avendo questi precisi riferimenti evangelici, è realistico immaginare un Cristo “permissivo” nel campo della vita matrimoniale, in fatto di aborto, di rapporti sessuali prematrimoniali, extra-matrimoniali o omosessuali? Certo, permissiva non è stata la comunità cristiana primitiva, ammaestrata da coloro che avevano conosciuto personalmente il Cristo. Basti qui rimandare ai numerosi passi delle lettere paoline che toccano questa materia (cf. Rm 1,26ss; 1 Cor 6,9; Gal 5,19). Le parole dell’apostolo non mancano certo di chiarezza e di rigore. E sono parole ispirate dall’alto. Esse restano normative per la Chiesa di ogni tempo. Alla luce del Vangelo essa insegna che ciascun uomo ha diritto al rispetto e all’amore. L’uomo conta! Nel suo insegnamento la Chiesa non pronuncia mai un giudizio sulle persone concrete.
Ma a livello dei principi, essa deve distinguere il bene dal male. Il permissivismo non rende gli uomini felici. Ugualmente la società dei consumi non porta la gioia del cuore. L’essere umano realizza se stesso solo nella misura in cui sa accettare le esigenze che gli provengono dalla sua dignità di essere creato a “immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,27).
Pertanto, se oggi la Chiesa dice delle cose che non piacciono, è perché essa sente l’obbligo di farlo. Essa lo fa per dovere di lealtà. Sarebbe in realtà molto più facile tenersi sulle generalità. Ma talvolta essa sente di dovere, in armonia con il Vangelo di Gesù Cristo, mantenere gli ideali nella loro massima apertura, anche a rischio di dover sfidare le opinioni correnti.
Non è dunque vero che il messaggio evangelico sia un messaggio di gioia? Anzi, è verissimo! E come è possibile? La risposta sta in una parola sola, una parola breve, ma dal contenuto vasto come il mare. Questa parola è: amore. Il rigore del precetto e la gioia del cuore possono conciliarsi perfettamente fra loro, se la persona che agisce è mossa dall’amore. Chi ama non teme il sacrificio; anzi cerca nel sacrificio la prova più convincente dell’autenticità del suo amore. Non è forse questa l’esperienza che fate voi stessi nei confronti della persona che amate? Per quanto esigenti siano le richieste che essa vi propone, voi non provate fatica nell’adempierle, e il sacrificio stesso che tale adempimento vi costa diventa per voi fonte di gioia.
Ecco, cari giovani, il segreto di una vita cristiana insieme coerente e gioiosa: il segreto sta in un amore sincero, personale, profondo per Cristo. Il mio augurio è che ciascuno di voi scopra un simile amore, perché allora i valori che stanno alla base della norma vi si riveleranno nella loro verità e le difficoltà che incontrate nell’attuarli si allevieranno. Dice Agostino: “In ciò che si ama o non si fatica o si ama la stessa fatica” (S. Agostino, De Bono Viduitatis, 21,26).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** [La Chiesa] Alla luce del Vangelo essa insegna che ciascun uomo ha diritto al rispetto e all’amore.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto, perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO

15 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto a giudizio» (Mt 5,22).


Catechismo della Chiesa Cattolica 2302: Richiamando il comandamento: «Non uccidere» (Mt 5,21), nostro Signore chiede la pace del cuore e denuncia l’immoralità dell’ira omicida e dell’odio.
L’ira è un desiderio di vendetta. «Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è illecito»; ma è lodevole imporre una riparazione «al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia».  Se l’ira si spinge fino al proposito di uccidere il prossimo o di ferirlo in modo brutale, si oppone gravemente alla carità; è un peccato mortale. Il Signore dice: «Chiunque si adira contro il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio» (Mt 5,22).


L’ira
L’ira o collera è, in senso stretto, il desiderio disordinato della vendetta. Considerata in senso largo, la collera è una viva commozione dell’animo, che ci fa respingere con forza e sdegno ciò che ci dispiace. Chi è pazzo, parla ed opera senza riflettere; può recare del male a se stesso e agli altri. Non è però responsabile del suo agire. Chi si lascia dominare dalla collera, finché è in preda alla passione, è come un pazzo: non sa ciò che dice o fa.

L’ira è un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reazione contro ciò che contrasta con le proprie attese e desideri, contro sofferenze e contrarietà fisiche o morali. Si scatena allora una forte emozione che mobilita le forze allo scopo di vincere le suddette difficoltà e talvolta anche di vendicarsene. Per cui, ad esempio, se si è ricevuto un torto o una umiliazione da qualcuno, l’ira fa insorgere un desiderio violento di controbattere quel tale e di ritorcere su di lui il torto o l’accusa subiti.

Dall’ira proviene ogni sorta di mali: dalle orribili bestemmie, alle risse, dall’asocialità ai delitti più gravi. “Mantice per il carbone e legna per il fuoco, tale è l’attaccabrighe per attizzare le liti” (Pr 26, 21).

“L’ira è un disordinato desiderio di vendetta. Se questo desiderio è ordinato, è virtù, per esempio rimproverare certi difetti quando sono persistenti e vi è ostinazione. Così come Gesù scacciò i venditori del Tempio, come il padre castiga il figlio, e il padrone il servo; è virtù quando si fa con giustizia. Molti peccano perché non vengono rimproverati e castigati. È ira, quando si fa per amor proprio e non perché si deve fare. Può essere peccato grave quando si oppone direttamente alla carità e anche alla giustizia: per esempio il giudice irato contro S. Agnese romana. È peccato veniale quando è solamente eccesso nel modo. Le figlie dell’ira sono lo sdegno, il turbamento, le parole offensive, le risse” (Beato Giacomo Alberione).


Léon-Dufour (Ira, Dizionario di Teologia Biblica)

Dal messaggio del precursore (Mt 3,7par.) fino alle ultime pagine del Nuovo Testamento (Apoc 14,10), il vangelo della grazia conserva l’ira di Dio come un dato fondamentale del suo messaggio. Sarebbe rinnovare l’eresia di Marciane l’eliminarne l’ira, per voler conservare soltanto un fallace concetto di «buon Dio».
Tuttavia la venuta di Gesù Cristo trasforma i dati del Vecchio Testamento portandoli a compimento.


LA REALTÀ E LE IMMAGINI

1. Dalla passione divina agli effetti dell’ira. - L’accento si sposta. Certamente le immagini del Vecchio Testamento sopravvivono ancora: fuoco (Mt 5,22; 1Cor 3,13.15), soffio sterminatore (2Tess 1,8; 2,8), vino, calice, tino, trombe dell’ira (Apoc 14,10.8; 16,1ss). Ma non intendono più descrivere psicologicamente la passione di Dio, quanto piuttosto rivelarne gli effetti. Siamo entrati negli ultimi tempi.
Giovanni Battista annunzia il fuoco del giudizio (Mt 3,12), e Gesù gli fa eco nella parabola degli invitati indegni (Mt 22,7); anche per lui il nemico e l’infedele saranno annientati (Lc 19,27; 12,46), gettati nel fuoco inestinguibile (Mt 13,42; 25,41).

2. L’ira di Gesù. - Ma più terribile di questo linguaggio ispirato, più tragica dell’esperienza dei profeti schiacciati tra Dio santo ed il popolo peccatore, c’è la reazione d’un uomo che è Dio stesso. In Gesù l’ira di Dio si rivela. Gesù non si comporta come uno stoico che non si turba mai (Gv 11,33); egli comanda con violenza a Satana (Mt 4,10; 16,23), minaccia duramente i demoni (Mc 1,25), è fuori di sé di fronte all’astuzia diabolica degli uomini (Gv 8,44), e specialmente dei Farisei (Mt 12,34), di coloro che uccidono i profeti (Mt 23,33), degli ipocriti (Mt 15,7). Come Jahve, Gesù si adira contro chiunque si leva contro Dio.
Gesù rimprovera pure i disobbedienti (Mc 1,43; Mt 9,30), i discepoli di poca fede (Mt 17,17). Soprattutto si adira contro coloro che, come il fratello maggiore geloso del prodigo accolto dal Padre delle misericordie (Lc 15,28), non si mostrano misericordiosi (Mc 3,5). Infine Gesù manifesta l’ira del giudice: come il signore del banchetto (Lc 14,21), come il padrone del servo spietato (Mt 12,34), egli preannunzia sventura alle città che non si pentono (Mt 11,20s), scaccia i venditori dal tempio (Mt 21,12s), maledice il fico sterile (Mc 11,21). Come l’ira di Dio, cosi anche quella dell’agnello non è una parola vana (Apoc 6,16; Ebr 10,31).


Guido Gatti

Le emozioni

Le emozioni proprie dell’ira hanno profonde radici nella dimensione corporea della persona umana, ne mobilitano i dinamismi biopsichici e scatenano perturbazioni organiche chiaramente percepibili anche dall’esterno, più di quanto non avvenga per altre passioni. E la prova di quanto facilmente l’ira oscuri la capacità di valutare la realtà in maniera obiettiva, impedisca l’uso della ragione e sopraffaccia la libertà, perciò i suoi eccessi si accompagnano spesso a una certa diminuzione della responsabilità morale e della colpevolezza.
Ma le possibili gravi conseguenze dell’ira devono mettere seriamente in guardia coloro che vi sono, per temperamento, più proclivi.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Come l’ira di Dio, cosi anche quella dell’agnello non è una parola vana
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto,perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO

14 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Esaltate il Signore, nostro Dio, prostratevi allo sgabello dei suoi piedi. Egli è santo!» (98 [99],5; Cf Salmo Responsoriale).


Vincenzo Paglia (I Salmi)

Il salmo 99, che chiude gli «inni a Jhwh re», è scandito come gli altri dai tratti teofanici: Dio siede sui cherubini, i popoli tremano e la terra si scuote. La sottolineatura della grandezza di Dio spinge il credente a lodarlo, a esaltarlo e a prostrarsi ai piedi del suo trono. «Il Signore regna: tremino i popoli» (v. l) canta il salmista, forse al termine di una processione in onore del Signore re. Jhwh infatti è un re potente che ama la giustizia: «Forza del re è amare il diritto» (v. 4). Egli attua la giustizia e la ama. E ovviamente si compiace di chi la mette in pratica, come Mosè, Aronne e Samuele. Costoro invocano il Signore ed egli risponde; parla con loro ed essi obbediscono; li perdona anche se castiga le loro colpe. Quel che appare chiaro nel salmo è il legame tra la regalità di Dio e la sua santità. Per tre volte il salmo è interrotto dalla proclamazione: «Santo egli è». L’aggettivo «santo» significa «separato», ossia Altro. Ma il Dio santo (separato) è lo stesso dell’Alleanza. Ciò che lo rende «santo» è il suo infinito amore. Ed è in questa stessa santità che Dio vuole accogliere l’uomo. Nel Levitico la pretende: «Il Signore parlò a Mosè e disse: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: ‘Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo’”» (19,1-2). La santità non è altro che la piena appartenenza al Signore. Non è una qualifica morale ma, appunto, di appartenenza. Santo perciò è l’uomo (o il popolo) che si pone dalla parte di Dio separandosi dall’idolatria del mondo. La santità separa dal destino triste del mondo per appartenere al Signore. Ovviamente questo non significa disinteresse. Al contrario impegna totalmente il credente a mettersi al servizio dell’uomo, imitando Jhwh che ama l’uomo di un amore generoso, fedele e persino generoso. La santità dell’uomo si definisce su quella stessa di Dio: «Siate santi come io sono santo». L’esempio perfetto della santità ce l’ha dato Gesù, il quale ha mostrato la sua regalità nell’amore senza limiti per l’uomo. È venuto per servire e non per essere servito; ha lavato i piedi ai discepoli dicendo di stare in mezzo alla sua comunità come colui che serve; e sulla croce manifesta il culmine del suo amore e quindi della sua regalità. Quando l’evangelista Luca riporta le parole della condanna: «Questi è il re dei giudei», afferma che proprio sulla croce la regalità di Gesù si manifesta in tutto il suo splendore. Gesù muore come è vissuto: per amare. Così Dio si è manifestato tra noi. È questa la via della nostra santità.


Compendio Catechismo della Chiesa cattolica

Siamo tutti chiamati alla santità?

428 Tutti i fedeli sono chiamati alla santità cristiana. Essa è pienezza della vita cristiana e perfezione della carità, e si attua nell’unione intima con Cristo, e, in lui, con la Santissima Trinità. Il cammino di santificazione del cristiano, dopo essere passato attraverso la Croce, avrà il suo compimento nella Risurrezione finale dei giusti, nella quale Dio sarà tutto in tutte le cose.


Paolo Molinari (Santo - Santità, Dizionario di Mistica)

Il Santo

In modo piuttosto sintetico possiamo dire che «santa» è quella persona che, essendosi aperta alla grazia di Cristo e seguendo docilmente l’azione del suo Spirito, si è lasciata conquistare dall’amore di lui e vi ha corrisposto con la spontaneità dell’amore: cosi essa si è incondizionatamente data a lui, quindi, in modo costante e crescente (nonostante le debolezze e gli errori), si è conformata a lui, al suoi criteri e alle sue «vie». Perciò, in unione a Cristo, essa ha vissuto facendo in tutto ciò che piace al Padre, accogliendo amorosamente da lui i suoi piani ed i progetti che su di essa aveva, allo scopo di formarne tramite l’azione dello Spirito creatore, I suoi doni e carismi - quel membro del Corpo mistico di Cristo a cui competeva non solo svolgere un determinato compito e missione ma anche evidenziare qualche aspetto particolare della fisionomia spirituale di Cristo.
Conseguentemente a tutto ciò, si comprende agevolmente come perché le persone che si lasciano animare In tutta la loro vita ed attività dallo Spirito di Cristo e partecipano alla sua vita continuano e completano l’opera salvifica di Cristo anche in quanto lo rendono visibile agli altri uomini nelle loro persone, nelle circostanze concrete dell’ambiente e del mondo cui esse vivono. Ogni persona, infatti, che nell’ambito delle sue limitate ma irrepetibili caratteristiche, qualità e circostanze personali vive la vita di Cristo Capo, fa sì che Cristo Capo, nell’ambito delle possibilità offertegli dal libero contributo e dalle qualità di questa persona, viva in essa, co-me in un suo membro, la sua stessa vita: ogni persona quindi che partecipa, profondamente della vita e dell’amore di Cristo, diffonde intorno a sé il calore dell’amore di lui e lo splendore della sua vita e fa vedere l’amabilità di lui nelle circostanze in cui ella si trova; ogni persona che è unita intimamente a Cristo attira gli uomini verso di lui, perché essi, colpiti ed affascinati dalla sua bontà, salgono al capo che ne è la sorgente. Il Concilio stesso ha ben voluto porre in luce questa realtà dicendo: «Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo [Cf 2Cor 3,18], Dio manifesta vivamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla, e ci mostra il contrassegno del suo regno» (LG 50). Ed è così che Cristo, appunto mediante l’esempio concreto e vivo di coloro che a lui si danno incondizionatamente, continua a far vedere agli uomini di tutti i tempi nuove forme e stili autentici di vita cristiana, modi pratici di attuare, nelle circostanze sempre varianti della vita, l’ideale cristiano di unione e conformità a lui; egli continua a fare vedere come ogni uomo nelle circostanze e modalità particolari della sua vita, può e deve lasciar vivere Cristo in sé affinché tutto ciò che è autenticamente umano venga da lui elevato e santificato a maggior gloria di Dio, diventi cioè di Cristo come Cristo è del Padre.
Il santo è appunto una persona che vive cosi.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** “Tutti dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze, mentre dobbiamo respingere, sotto pena di dannazione eterna, ciò che è incompatibile con questo amore. Tutti, allo stesso modo, siamo chiamati a salire verso il culmine della perfezione: a salire, dal piano in cui il movente normale e predominante della condotta è il timore di perdere la grazia, al piano in cui l’anima si fa più volentieri guidare dal desiderio di progredire nella virtù; a salire ancora più in alto, fino al totale distacco dal creato e allo spirito di unione a Dio, per lui solo” (Card. Désiré Mercier).
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, sorgente di ogni bene, ispiraci propositi giusti e santi e donaci il tuo aiuto, perché possiamo attuarli nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo… 




 IL PENSIERO DEL GIORNO

13 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro» (Mt 5,16; Cf Acclamazione al Vangelo).


Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico-Spirituale dei Quattro Vangeli)

Il sale della terra e la luce del mondo (5,13-16)

Le due similitudini, introdotte simmetricamente con l’espressione “Voi siete ...” (vv. 13.14), vanno connesse con il brano precedente. I discepoli di Gesù, benché insultati e perseguitati, devono avere la consapevolezza d’essere “il sale della terra che preserva l’umanità dalla degradazione e la luce del mondo irradiata fra tutte le genti con l’annunzio del Vangelo, convalidato da una condotta irreprensibile.
v. 13 II sale ha effetto purificante e conservante, e inoltre conferisce sapore ai cibi. Così i discepoli avrebbero avuto una grande responsabilità verso tutti: mediante la proclamazione del Vangelo e soprattutto con la loro vita esemplare avrebbero contribuito al bene dell’intera umanità, esortando ogni persona a vivere con dignità quale si addice a tutti i figli di Dio.
vv. 14-15 I discepoli sono luce del mondo in quanto associati alla persona e al ministero di Gesù. Egli nella festa delle Capanne proclamò: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12).
La stessa funzione viene qui attribuita ai discepoli. Gesù illustra la similitudine della luce con due immagini: della città posta sopra il monte, che non può restare nascosta, e della lucerna che non si mette sotto il moggio (un recipiente per misurare il grano) ma sul lucerniere, perché la luce risplenda per tutti coloro che si trovano in casa. È trasparente l’ allusione al fulgore del Vangelo che si irradia nella e dalla comunità.
v. 16 Viene qui esplicitato il significato delle similitudini precedenti: i discepoli diffondono la luce del Vangelo nel mondo non solo con la parola, ma anche con la loro condotta edificante. Non solo i discepoli, ma ogni seguace di Gesù è tenuto a testimoniare il Vangelo soprattutto con le opere di misericordia, cioè con il soccorso dei bisognosi, la visita dei carcerati, l’accoglienza dei forestieri, ecc. (cf. 25,31-40). Per questo servizio profetico, reso all’intera umanità, Dio è riconosciuto come Padre premuroso, unico Signore dell’universo, e da ogni parte della terra si eleverà a lui un inno corale di lode.


Catechismo della Chiesa Cattolica

LE CARATTERISTICHE DEL POPOLO DI DIO

782 Il popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici a culturali della storia:
[...] Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo. «Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza».


John L. McKenzie (Dizionario Biblico)

La Luce

Nel Nuovo Testamento la luce è una caratteristica della divinità. La luce nella prigione di Pietro rivela l’angelo della liberazione (At 12,7); Paolo riconosce la presenza di Dio in una luce accecante (At 9,3; 22,6).
L’angelo di Dio è l’angelo della luce (2Cor 11,14). La nube luminosa della trasfigurazione attesta la presenza di Dio (Mt 17,5), come la luce che splende sui pastori alla nascita di Gesù (Lc 2,9).
Dio dimora in una luce inaccessibile (1Tm 6,16). Dio è luce (1Gv 1,5) e coloro che obbediscono ai suoi comandamenti camminano nella luce (1Gv 1,7).
La luce di Dio è veduta in Gesù, che è la luce del mondo (Gv 3,19; 8,12; 9,5; 12,35s, 46). Egli è 1a luce che illumina ogni uomo (Gv 1,9) per mezzo della vita che è in lui (Gv 1,4). Egli è la vera luce splendente (1Gv 2,8-10) in cui i cristiani dimorano, la luce per la rivelazione dei Gentili (Lc 2,32). Coloro che sono figli di Dio sono chiamati figli della luce (Lc 16,8; Gv 12,36; 1Ts 5,5; Ef 5,8). La luce si identifica con la vita che Cristo comunica (Gv 1,4; Ef 5,14; Col 1,12; 1Pt 2,9). Il cristiano, che ha ricevuto la luce divina attraverso Cristo, diventa egli stesso luce del mondo (Mt 5,14-16; Ef 5,8). Il simbolismo della luce si estende al di là del buon esempio. Il cristiano, per mezzo della sua partecipazione alla luce e alla vita di Dio per mezzo di Gesù, fa di se stesso un mezzo di luce per coloro che sono nell’oscurità.
La luce è meno frequentemente simbolo della rivelazione; questo sembra essere il senso della luce del vangelo (conoscenza) della gloria di Dio (2Cor 4,4,6). Anche l’illuminazione degli occhi del cuore probabilmente intende la rivelazione (Ef 1,18) o il dono carismatico di comprendere la fede rivelata. La luce è testimonio della bontà della vita (Gv 3,20).
Il Nuovo Testamento non riflette il dualismo di luce e oscurità presente in tante parti delle religioni orientali ed ellenistiche e dello Gnosticismo; ma il linguaggio di queste credenze ha influenzato la scelta del linguaggio dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento. Il dualismo luce-tenebre può essere osservato anche negli scritti di Qumran, dove uno dei nomi della comunità dei giusti e quello di figli della luce.


Mons. Ilvo Corniglia

Voi siete la luce del mondo

Noi moderni, che viviamo nell’età della tecnica avanzata, forse avvertiamo meno il valore e la necessità della luce, come raramente conosciamo il disagio e il terrore del buio. Ma gli uomini antichi sapevano bene cosa vuol dire trovarsi al buio (come lo sa chi non ha il dono della vista): quando sopraggiunge il buio, tutto si blocca, la vita in qualche modo si paralizza, non sai più dove andare. Ecco allora il senso dell’immagine di Gesù: Il mondo è immerso nel buio, gli uomini sono disorientati, brancolano a tastoni. Come dire, non comprendono l’enigma della loro esistenza, del loro destino, della storia. Hanno come smarrito la propria identità. Da qui l’angoscia, il pessimismo diffuso... e, in certi casi, la disperazione. Ma, ecco, in questo mondo avvolto dal buio una luce comincia a brillare e gli uomini si riprendono dal loro smarrimento. Questa luce è la Chiesa, sono i cristiani. Più precisamente, Gesù non parla di una luce, ma afferma che i discepoli sono “la luce”. Cioè l’unica realtà che merita il nome di luce. E ciò perché è Lui stesso la “luce” (Gv 8,12; 1,4-9). I cristiani non brillano di luce propria, ma è Cristo Luce che risplende in loro e attraverso di loro. I cristiani sono la “città posta sul monte”. Tale immagine evoca la nuova Gerusalemme annunciata dai profeti, che - riempita dalla presenza di Dio - brilla e attrae tutti i popoli (cfr. es. Is 2,2-5 e 60,1-5). Anche qui la sorgente della luce che si sprigiona da questa città, che è la Chiesa, è il Signore presente in essa. I cristiani sono “lampade sul lucerniere per far luce a tutti quelli che sono nella casa”. La casa è la Chiesa, anzi il mondo intero. È veramente immensa la dignità dei cristiani.
Ma al dono è strettamente legato l’impegno, la responsabilità. Se i cristiani non svolgono nei confronti della società la loro funzione specifica di essere sale e luce, è segno che hanno perduto la loro identità. Come se il sale diventasse “insipido”; come se la luce, invece che brillare e bruciare, fosse spenta o ridotta a lucignolo fumigante. In tal caso, invece che essere necessari, non servono a nulla, diventano una presenza superflua e inutile.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  È veramente immensa la dignità dei cristiani.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

IL PENSIERO DEL GIORNO

12 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12a; Cf Acclamazione al Vangelo).

Le beatitudini sono “un’esortazione e un incoraggiamento a perseverare, restando saldi nella fede. Non sono infatti una buona notizia che ci si accontenta di ascoltare, ma una perfezione cristiana che ci si sforza di raggiungere attraverso una condotta e uno stile di vita conformi al dettato evangelico. Esse sono quindi dono e conquista: dono di grazia, conquista di santità; manifestazione dell’amore di Dio e insieme imitazione, da parte del discepolo, di questo amore. Nella gloria eterna dei santi si avrà il compimento perfetto di questa realtà in cammino” (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline).


Catechismo della Chiesa Cattolica

I Le beatitudini
1716 Le beatitudini sono al centro della predicazione di Gesù. La loro proclamazione riprende le promesse fatte al popolo eletto a partire da Abramo. Le porta alla perfezione ordinandole non più al solo godimento di una terra, ma al Regno dei cieli.

1717 Le beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua Passione e della sua Risurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine e di tutti i Santi.

II. Il desiderio della felicità
1718 Le beatitudini rispondono all’innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare.
“Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposta in tutta la sua portata”.
“Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando Te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di Te”.
“Dio solo sazia”.

1719 Le beatitudini svelano la mèta dell’esistenza umana, il fine ultimo cui tendono le azioni umane: Dio ci chiama alla sua beatitudine. Tale vocazione è rivolta a ciascuno personalmente, ma anche all’insieme della Chiesa, popolo nuovo di coloro che hanno accolto la Promessa e di essa vivono nella fede.

III. La beatitudine cristiana
1720 Il Nuovo Testamento usa parecchie espressioni per caratterizzare la beatitudine alla quale Dio chiama l’uomo: l’avvento del Regno di Dio; la visione di Dio: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8); l’entrata nella gioia del Signore; l’entrata nel Riposo di Dio: “Là noi riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo. Ecco ciò che alla fine sarà, senza fine. E quale altro fine abbiamo, se non di giungere al regno che non avrà fine”?

1721 Dio infatti ci ha creati per conoscerlo, servirlo e amarlo, e così giungere in Paradiso. La beatitudine ci rende “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4) e della vita eterna . Con essa, l’uomo entra nella gloria di Cristo e nel godimento della vita trinitaria.

1722 Una tale beatitudine oltrepassa l’intelligenza e le sole forze umane. Essa è frutto di un dono gratuito di Dio. Per questo la si dice soprannaturale, come la grazia che dispone l’uomo ad entrare nella gioia di Dio.
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”; tuttavia nella sua grandezza e nella sua mirabile gloria, “nessun uomo può vedere Dio e restare vivo”. Il Padre, infatti, è incomprensibile; ma nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, e nella sua onnipotenza, arriva a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vedere Dio [...] poiché “ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio”.

1723 La beatitudine promessa ci pone di fronte alle scelte morali decisive. Essa ci invita a purificare il nostro cuore dai suoi istinti cattivi e a cercare l’amore di Dio al di sopra di tutto. Ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore: “La ricchezza è la grande divinità del presente; alla ricchezza la moltitudine, tutta la massa degli uomini, tributa un omaggio istintivo. Per gli uomini il metro della felicità è la fortuna, e la fortuna è il metro dell’onorabilità [...] Tutto ciò deriva dalla convinzione che in forza della ricchezza tutto è possibile. La ricchezza è quindi uno degli idoli del nostro tempo, e un altro idolo è la notorietà [...] La notorietà, il fatto di essere conosciuti e di far parlare di sé nel mondo (ciò che si potrebbe chiamare fama da stampa), ha finito per essere considerata un bene in se stessa, un bene sommo, un oggetto, anch’essa, di vera venerazione”.

1724 Il Decalogo, il Discorso della Montagna e la catechesi apostolica ci descrivono le vie che conducono al Regno dei cieli. Noi ci impegniamo in esse passo passo, mediante azioni quotidiane, sostenuti dalla grazia dello Spirito Santo. Fecondati dalla Parola di Cristo, lentamente portiamo frutti nella Chiesa per la gloria di Dio.


Papa Francesco (Omelia 9 Giugno 2014)

Ma il mondo ci dice: la gioia, la felicità, il divertimento, quello è il bello della vita. E ignora, guarda da un’altra parte, quando ci sono problemi di malattia, problemi di dolore nella famiglia. Il mondo non vuole piangere, preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle. Soltanto la persona che vede le cose come sono, e piange nel suo cuore, è felice e sarà consolata. La consolazione di Gesù, non quella del mondo. Beati i miti in questo mondo che dall’inizio è un mondo di guerre, un mondo dove dappertutto si litiga, dove dappertutto c’è l’odio. E Gesù dice: niente guerre, niente odio, pace, mitezza”.

“Beati quelli che perdonano, misericordiosi. Perché tutti noi siamo un esercito di perdonati! Tutti noi siamo stati perdonati. E per questo è beato quello che va per questa strada del perdono. Beati i puri di cuore, che hanno un cuore semplice, puro, senza sporcizie, un cuore che sa amare con quella purità tanto bella. Beati gli operatori di pace. Ma, è tanto comune da noi essere operatori di guerre o almeno operatori di malintesi! Quando io sento una cosa da questo e vado da quello e la dico e anche faccio una seconda edizione un po’ allargata e la riporto … Il mondo delle chiacchiere. Questa gente che chiacchiera, non fa pace, sono nemici della pace. Non sono beati”.

“Poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla. Oggi, se voi avete un po’ di tempo a casa, prendete il Vangelo, il Vangelo di Matteo, capitolo quinto, all’inizio ci sono queste Beatitudini; capitolo 25, ci sono le altre. E vi farà bene leggerlo una volta, due volte, tre volte. Ma leggere questo, che è il programma di santità. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio”.



Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  ... il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, fa’ che la Chiesa non si lasci sedurre dalle potenze del mondo, ma a somiglianza dei piccoli del Vangelo segua con fiducia il suo sposo e Signore, per sperimentare la forza del tuo Spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo...