IL PENSIERO DEL GIORNO

11 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Voi siete figli di Dio: egli ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida “Abbà, Padre”» (Gal 4,6; Cf Antifona alla Comunione).


Santissima Trinità: Catechismo della Chiesa Cattolica 261: Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo.


Catechismo degli Adulti

Fede trinitaria della Chiesa

321  La fede cristiana fin dalle origini è cristologica e trinitaria, perché nel mistero di Cristo, il consacrato con l’olio della sovranità divina, noi incontriamo «il Padre che fa l’unzione, il Figlio che la riceve, lo Spirito che è l’unzione stessa».
Nel II secolo nascono i “simboli della fede” e nascono esplicitamente trinitari. Ecco uno dei più antichi, quello della cosiddetta Didascalia degli Apostoli: «Credo nel Padre dominatore dell’universo e in Gesù Cristo Salvatore nostro e nello Spirito Santo Paraclito». Nel II secolo anche la preghiera eucaristica, pronunciata sul pane e sul vino durante la Messa, ha struttura trinitaria, essendo rivolta «al Padre dell’universo, mediante il nome del Figlio e dello Spirito Santo». E tale rimane fino ad oggi.


Catechismo della Chiesa Cattolica

Il dogma della Santissima Trinità

253 La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: «la Trinità consostanziale». Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: «Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura». «Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l’essenza o la natura divina».

254 Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. «Dio è unico ma non solitario». «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: «Il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio». Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: «È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede». L’Unità divina è Trina.

255 Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l’unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre: «Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all’uno e all’altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza». Infatti «tutto è una cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione». «Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio». 

256 Ai catecumeni di Costantinopoli san Gregorio Nazianzeno, detto anche «il Teologo», consegna questa sintesi della fede trinitaria:
«Innanzi tutto, conservatemi questo prezioso deposito, per il quale io vivo e combatto, con il quale voglio morire, che mi rende capace di sopportare ogni male e di disprezzare tutti i piaceri: intendo dire la professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Io oggi ve la affido. Con essa fra poco vi immergerò nell’acqua e da essa vi trarrò. Ve la dono, questa professione, come compagna e patrona di tutta la vostra vita. Vi do una sola divinità e potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa [...]. Di tre infiniti è l’infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero [...]. Dio le tre Persone considerate insieme [...]. Ho appena incominciato a pensare all’Unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l’Unità mi sazia...». 


Giovanni Paolo II (Angelus 25 maggio 1997)

Carissimi Fratelli e Sorelle!
1. L’odierna solennità liturgica ci invita a contemplare il mistero della Santissima Trinità. Mistero inaccessibile al nostro intelletto, ma a noi rivelato da Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. “Dio - dice l’evangelista Giovanni - nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).
La Trinità, che il cristianesimo confessa, non pregiudica minimamente l’unità di Dio. L’unico Dio si presenta al nostro sguardo non come un Dio “solitario”, ma come un Dio-comunione. La prima lettera di Giovanni ne esprime stupendamente il mistero, quando dice: “Dio è amore” (1Gv 4,8).
Sì, Dio non soltanto ama, ma amare è la sua stessa essenza.
Di questo ineffabile mistero di amore tutti siamo chiamati a fare esperienza viva. “Se uno mi ama - ci ha assicurato Gesù - osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
2. Dall’amore trinitario il pensiero va al mistero di amore che si manifesta nella Santa Eucaristia. Oggi inizia a Breslavia il 46mo Congresso Eucaristico Internazionale, che io stesso avrò la gioia di concludere domenica prossima. Nell’Eucaristia c’è la sintesi e il vertice del cristianesimo. Sotto le specie del pane e del vino consacrati, Cristo continua a vivere tra i suoi, rende costantemente presente il sacrificio del Golgotha, si fa nutrimento e forza del suo popolo.
Il mistero eucaristico, nella linea dell’Incarnazione redentrice, riguarda direttamente solo Cristo, ma in esso è coinvolta tutta la Trinità. La presenza eucaristica si realizza infatti nella forza dello Spirito Santo e tutto si compie davanti al volto del Padre, che nel pane eucaristico continua a donarci il suo Figlio unigenito, il quale gli offre il sacrificio di lode, a nome dell’intera creazione.
3. Mistero della fede! Chiediamo alla Vergine Santa di farci sempre più penetrare nel mistero dell’Eucaristia e nel mistero della Santissima Trinità.
Ci aiuti Maria, “Sanctae Trinitatis domicilium” - dimora della Santissima Trinità (San Proclo di Costantinopoli, Oratio VI, 17), a cogliere negli eventi del mondo i segni della presenza di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Ella ci ottenga di amare Cristo con tutto il cuore, per camminare verso la visione della Trinità, traguardo meraviglioso a cui tende la nostra vita.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  Gesù  “ci ha rivelato che Dio è amore...”.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa:O Dio Padre, che hai mandato nel mondo  il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa’ che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 


IL PENSIERO DEL GIORNO

10 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3; Cf Acclamazione al Vangelo).

Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni. Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (S. Garofalo).

I poveri sono coloro che mancano del necessario. Nella sacra Scrittura sono anzitutto gli oppressi, «infatti nel termine figurato ebraico “gli umiliati”, i “piegati” confluiscono tre significati per “povero”: bisognoso, oppresso e paziente [...]. Un povero non aveva il diritto di interloquire, non aveva alcuna influenza, veniva truffato anche davanti al giudice, era l’“oppresso”» (K. P.).
Con Sofonia il vocabolario sulla povertà prende una sfumatura morale ed escatologica: gli anawîm sono gli Israeliti sottomessi alla volontà divina e a loro sarà inviato il Messia (Cf. Is 61,1; 11,4; Sal 72,12s; Lc 4,18). Egli stesso sarà “mite e umile di cuore” (Cf. Zac 9,9; Mt 11,29; 21,5), dolce e anche oppresso ingiustamente (Cf. Is 53,4; Sal 22,25).
Al di là di questa sfumatura, Israele ha avuto sempre cura degli indigenti che numerosissimi affollavano le sue piazze.
Il Deuteronomio risponde agli appelli dei poveri con una legislazione umanitaria (Cf. Dt 24,10s; Es 22,20-26; 23,6), mentre i profeti, sempre al fianco dei più deboli, dei piccoli e dei più bisognosi, hanno difeso la loro misera sorte reclamando, spesso con forza e veemenza, giustizia, protezione e imparzialità soprattutto nei giudizi (Cf. Is 10,1-2; Am 2,6s).
Gesù Cristo nel proclamare beati i poveri, ma nel Vangelo di Matteo e non in quello di Luca, riprende la parola «povero» con la sfumatura morale messa in evidenza da Sofonia. Riprendendo il tema dei poveri di Iahvé, «Gesù ha proclamato le beatitudini; ha affermato così la felicità dei poveri, degli afflitti, degli affamati ..., di coloro cioè che vivono in misere condizioni, ma in una assoluta confidenza in Dio: costoro hanno la sua preferenza» (Roberto Tufariello).

Catechismo della Chiesa Cattolica

Beati: 1716-1717: Le beatitudini sono al centro della predicazione di Gesù. La loro proclamazione riprende le promesse fatte al popolo eletto a partire da Abramo. Le porta alla perfezione ordinandole non più al solo godimento di una terra, ma al Regno dei cieli ... Le beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua Passione e della sua Risurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine e di tutti i Santi.

Beati i poveri: 544: Il Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l’hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per “annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4,18). Li proclama beati, perché “di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3); ai “piccoli” il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti. Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, la sete e l’indigenza. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell’amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno.


Mario Russotto (Dizionario di Mistica)

Lo spirito delle beatitudini. Felicità dei poveri.

Nel testo greco di Mt 5,3 viene usato il termine ptochos: mendicante, misero, incapace di provvedere alle proprie necessità per indicare colui che attende dagli altri i mezzi di sussistenza e manca del necessario. In ebraico abbiamo due termini quasi simili: ‘anî e ‘anaw. Il primo indica colui che cede, si piega, l’uomo che si abbassa, si curva, si sottomette: è l’oppresso. Il secondo, quasi sempre usato al plurale, indica persone discrete, umili, sottomesse, miti, la cui umile sottomissione si trasforma spontaneamente in atteggiamento di fiduciosa adesione a Dio. Per l’ebraico dunque il «povero» è l’uomo senza difesa.
La prima beatitudine rimanda all’oracolo di Is 61,1-3, ripreso anche da Luca nel discorso inaugurale di Gesù alla sinagoga di Nazaret e offerto quale risposta ai discepoli del Battista: «... Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5). Con l’avvento definitivo del regno di Dio i poveri godranno veramente e pienamente degli effetti della sollecitudine di Dio, che colmerà di beni gli affamati e rimanderà i ricchi a mani vuote (cf Lc l,52-53). Ecco perché l’annuncio dell’imminenza del regno di Dio non può che riempire di gioia i poveri: Dio stesso sta per prendersi cura di loro, facendone l’oggetto della sua regale sollecitudine. Colui che ha uno spirito da poveri vive la sua totale adesione a Cristo con uno stile di vita umile: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Avere uno spirito da poveri significa avere il coraggio di piegarsi con umiltà nel servizio, sull’esempio di Cristo che non è venuto per essere servito, ma per servire e che «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Significa, altresì, diventare sacramento della sollecitudine di Dio, segno eloquente di speranza verso tutti coloro che vivono nell’oppressione.

Papa Francesco (Messaggio per la XXIX Giornata Mondiale della Gioventù 2014)

Nel proclamare le Beatitudini Gesù ci invita a seguirlo, a percorrere con Lui la via dell’amore, la sola che conduce alla vita eterna. Non è una strada facile, ma il Signore ci assicura la sua grazia e non ci lascia mai soli. Povertà, afflizioni, umiliazioni, lotta per la giustizia, fatiche della conversione quotidiana, combattimenti per vivere la chiamata alla santità, persecuzioni e tante altre sfide sono presenti nella nostra vita. Ma se apriamo la porta a Gesù, se lasciamo che Lui sia dentro la nostra storia, se condividiamo con Lui le gioie e i dolori, sperimenteremo una pace e una gioia che solo Dio, amore infinito, può dare. Le Beatitudini di Gesù sono portatrici di una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto a quello che di solito viene comunicato dai media, dal pensiero dominante. Per la mentalità mondana, è uno scandalo che Dio sia venuto a farsi uno di noi, che sia morto su una croce! Nella logica di questo mondo, coloro che Gesù proclama beati sono considerati “perdenti”, deboli. Sono esaltati invece il successo ad ogni costo, il benessere, l’arroganza del potere, l’affermazione di sé a scapito degli altri.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Avere uno spirito da poveri significa diventare sacramento della sollecitudine di Dio, segno eloquente di speranza verso tutti coloro che vivono nell’oppressione.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, fa’ che la Chiesa non si lasci sedurre dalle potenze del mondo, ma a somiglianza dei piccoli del Vangelo, segua con fiducia il suo sposo e Signore, per sperimentare la forza del tuo Spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



IL PENSIERO DEL GIORNO

9 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Se uno mi ama osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui» (Gv 14,24: Cf Acclamazione al Vangelo).

L’inabitazione divina è una peculiarità del cristianesimo: il credente è la dimora di Dio (Cf. Ef 2,22); è il tempio, il tabernacolo dello Spirito Santo (Cf. 1Cor 3,16); la casa di Cristo (Cf. Ef 3,17). Quindi il cristiano è «il tempio vivente della santissima Trinità. In effetti Gesù vuole rimanere nel cuore dei suoi amici [Gv 15,4ss] e a motivo della sua inscindibile unità con Dio [Cf. Gv 10,30.38; 14,9ss], nel suo soggiorno nell’intimo dei loro cuori non è solo, ma viene con il Padre [Gv 14,23]. Per il quarto evangelista il tempio di Dio per eccellenza nel quale si deve adorare il Padre nello Spirito e nella Verità, è il Verbo incarnato [Gv 2,19ss; 2,23ss]: egli infatti è la rivelazione di Dio, per cui il Padre è visibile nella sua persona [Gv 14,6-10]. Ma anche il suo discepo­lo, che mostra un amore concreto, vivendo la sua parola, diventa tempio della santissima Trinità» (Salvatore Alberto Panimolle).


Catechismo della Chiesa Cattolica

1197 Cristo è il vero Tempio di Dio, “il luogo in cui abita la sua gloria”; per mezzo della grazia di Dio anche i cristiani diventano templi dello Spirito Santo, le pietre vive con le quali viene edificata la Chiesa.

1265 Il Battesimo non soltanto purifica da tutti i peccati, ma fa pure del neofita una “nuova creatura” (2Cor 5,17), un figlio adottivo di Dio che è divenuto partecipe della natura divina, membro di Cristo  e coerede con lui, tempio dello Spirito Santo.


Amato Dagnino (Inabitazione, Dizionario di Mistica)

Per la fede, la speranza e la carità, il battezzato è strutturato trinitariamente, pertanto deve agire trinitariamente calando nella vita quotidiana l’immagine trinitaria. La Trinità non è, dunque, un mistero lontano che si perde nella evanescenza, ma vicino e palpitante che va vissuto nella quotidianità.
Il mistero della Trinità inabitante esige alcune condizioni imprescindibili, che si riducono a queste tre parole sinonime: ordine, purificazione e raccoglimento. «Quanto maggiore è la purezza - sentenzia Giovanni della Croce - tanto più Dio si comunica in abbondanza... e con maggior frequenza». E Tommaso aveva già sottolineato: «Il controllo del desiderio disordinato è necessario perché l’uomo possa applicarsi e unirsi a Dio: quanto più la mente dell’uomo si unisce con il desiderio disordinato a ciò che le è inferiore tanto più si debilita e si distrugge. Quindi è necessario si astragga dalle cose della terra e controlli i desideri disordinati, affinché possa più liberamente unirsi a Dio ».
Nella celebre Elevazione alla Trinità Elisabetta Catez esprime quasi istintivamente un grande desiderio di distacco e di silenzio: «O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente, per fissarmi in Te immobile e quieta, come se l’anima mia fosse già nella Trinità. Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da Te, o mio Immutabile». L’inabitazione è il mistero del raccoglimento, del distacco e della purificazione. Il motivo è più che chiaro: la voce dello Spirito «non è un vento impetuoso e gagliardo da spezzare i monti e spaccare le rocce...», non è un fuoco divoratore né un terremoto, ma «un mormorio di un vento leggero» (cf 1Re 19,11-13); ora, due cose contrarie, direbbe Giovanni della Croce, non possono coesistere, contemporaneamente, nel medesimo soggetto: l’influsso dello Spirito, che è intimo-spirituale-delicato, esige quindi dall’anima pari intimità-spiritualizzazione-delicatezza, affinché «si uniscano notizia con notizia e amore con amore»; «...è necessario che l’anima esca da tutte le cose secondo l’affetto della volontà, raccogliendosi al massimo grado dentro se stessa, come se tutto il mondo non esistesse», perché si possa realizzare quanto espresso dall’Aquinate: «Come la processione delle Persone è la ragione dell’origine delle creature del primo principio, così essa dev’essere la ragione del nostro ritorno al fine, poiché come il Figlio e per lo Spirito Santo siamo stati creati, così saremo riuniti al fine ultimo».


Mc 12,35-37: Catechismo della Chiesa Cattolica

590 Soltanto l’identità divina della Persona di Gesù può giustificare un’esigenza assoluta come questa: “Chi non è con me è contro di me” Mt 12,30); altrettanto quando egli dice che in lui c’è “più di Giona. . . più di Salomone” (Mt 12,41-42), “c’è qualcosa più grande del Tempio” (Mt 12,6); quando ricorda, a proprio riguardo, che Davide ha chiamato il Messia suo Signore, e quando afferma: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,58); e anche: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30).


José Maria Gonzales-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica)

Per comprendere la polemica concreta che questo passo ci offre, è necessario ricordare che l’ascendenza davi­
dica di Gesù fu sempre affermata dalla Chiesa primitiva.
Non si trattava, dunque, di offrire ai lettori del secondo vangelo un materiale adeguato per utilizzarlo nelle polemiche con gli scribi ma di denunziare, come aveva fatto Gesù stesso, la falsa scienza di quei «dottori» ai quali mancava una vera conoscenza della sacra Scrittura.
L’obiezione è data dal fatto che gli scribi si perdevano in un labirinto di sottigliezze per dimostrare l’ascendenza davidica del futuro Messia, ma davano eccessiva importanza a quest’argomento messianico, data la loro impazienza di riavere un re teocratico che li liberasse miracolosamente dal giogo delle autorità romane d’occupazione. Gesù vuole invece far vedere il carattere trascendentale del Messia, la cui realtà va al di là d’un popolo determinato.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Il Battesimo non soltanto purifica da tutti i peccati, ma fa pure del neofita una “nuova creatura” (2Cor 5,17), un figlio adottivo di Dio che è divenuto partecipe della natura divina, membro di Cristo  e coerede con lui, tempio dello Spirito Santo.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…



IL PENSIERO DEL GIORNO

8 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice:  «Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie» (Sal 128,1).


Gianfranco Ravasi (I Salmi): Questo delizioso quadretto familiare - che ha reso il salmo uno dei testi liturgici del matrimonio giudaico e cristiano - mette in scena un padre soddisfatto del suo lavoro, una moglie piena di vita e di fecondità come la vite, simbolo per eccellenza dell’Israele benedetto da Dio (vedi il Salmo 80), i figli pieni di energia e di vitalità come i polloni dell’ulivo, altro albero caro alla Bibbia. Un idillio pieno di pace, di serenità, di felicità. Ma la porta della casa sembra essere aperta su Gerusalemme, alla piccola famiglia ebraica subentra la grande famiglia della nazione sulla quale scende la stessa atmosfera di pace, di serenità, di felicità. Il carme sapienziale, fiorito all’interno di una casa, sfocia così nella liturgia del Tempio ove i sacerdoti, benedicendo quella famiglia, vedono in essa il segno della protezione divina e della pace-shalom (v. 5) su tutto Israele fedele.


P. Auvray e P. Grelot

DALLA PAURA UMANA AL TIMORE DI DIO

Dinanzi ai fenomeni grandiosi, anormali, terrificanti, l’uomo prova spontaneamente il sentimento di una presenza che lo trascende e dinanzi alla quale si sprofonda nella sua piccolezza. Sentimento ambiguo, in cui il sacro appare sotto l’aspetto del tremendum, senza rivelare ancora la sua natura profonda.
Nel VT questo sentimento è equilibrato dalla conoscenza autentica del Dio vivente, che manifesta la sua grandezza terribile attraverso i segni di cui la sua creazione è piena.
Il timore di Israele dinanzi alla teofania del Sinai (Es 20,18s) ha innanzitutto come causa la maestà del Dio unico, precisamente come il timore di Mosè dinanzi al roveto ardente (Es 3,6) e quello di Giacobbe dopo la sua visione notturna (Gen 28,17). Tuttavia ad esso, quando nasce in occasione di segni cosmici che evocano l’ira divina (uragano, terremoto), si mescola un terrore d’origine meno pura. Appartiene allo scenario abituale del giorno di Jahve (Is 2,10. 19; cfr. Sap 5,2). È. ancora il terrore delle guardie del sepolcro al mattino di Pasqua (Mt 28,4). Invece il timore riverenziale che si traduce con l’adorazione è la reazione normale dei credenti dinanzi alle manifestazioni divine: quello di Gedeone (Giud 6,22s), di Isaia (6,5), o degli spettatori dei miracoli compiuti da Gesù (Mc 6,51 par.; Lc 5,9-11; 7,16) e dagli apostoli (Atti 2,43). Il timore di Dio comporta quindi modalità diverse, che concorrono, ciascuna al suo livello, ad avviare l’uomo verso una fede più profonda.

TIMORE DI DIO E FIDUCIA IN DIO

Nella vita autentica di fede il timore trova d’altronde l’equilibrio grazie ad un sentimento contrario: la fiducia in Dio. Anche quando appare agli uomini, Dio non vuole terrorizzarli. Li rassicura: «Non temere!» (Giud 6,23; Dan 10,12; cfr. Lc l,13.30), frase ripresa da Cristo che cammina sulle acque (Mc 6,50). Dio non è un potente geloso del suo potere; circonda gli uomini di una provvidenza paterna che veglia sui loro bisogni. «Non ternere!» dice ai patriarchi notificando loro le sue promesse (Gen 15,1; 26,24); la stessa espressione accompagna le  promesse escatologiche rivolte al popolo sofferente (Is 41,10.13s; 43,1.5; 44,2) e le promesse di Gesù al «piccolo gregge» che riceve il regno dal Padre (Lc 12,32; Mt 6,25-34). In termini simili Dio conforta i profeti affidando loro una dura missione: essi incontreranno opposizione negli uomini, ma non devono temerli (Ger l,8; Ez 2,6; 3,9; cfr. 2 Re 1,15).
Cosi la fede in lui è la fonte di una sicurezza che elimina persino la semplice paura umana. Quando Israele in guerra deve affrontare il nemico, il messaggio divino è ancora: «Non temere!» (Num 21,34; Deut 3,2; 7,18; 20,1; Gios 8,1). Quando il pericolo è più grave, Isaia ripete la stessa cosa ad Achaz (Is 7,4) e ad Ezechia (Is 37,6). Agli apostoli, che la persecuzione attende, Gesù ripete di non temere neppure coloro che uccidono il corpo (Mt 10,26-31 par.). Una lezione ripetuta così spesso finisce per passare nella vita. Forti della loro fiducia in Dio, i veri credenti eliminano ogni timore dal loro cuore (Sal 23,4; 27, 1; 91,5-13).


Amoris laetitia

I tuoi figli come virgulti d’ulivo

14. Riprendiamo il canto del Salmista. In esso compaiono, dentro la casa dove l’uomo e la sua sposa sono seduti a mensa, i figli, che li accompagnano «come virgulti d’ulivo» (Sal 128,3), ossia pieni di energia e di vitalità. Se i genitori sono come le fondamenta della casa, i figli sono come le “pietre vive” della famiglia (cfr 1Pt 2,5). E’ significativo che nell’Antico Testamento la parola che compare più volte dopo quella divina (YHWH, il “Signore”) è “figlio” (ben), un vocabolo che rimanda al verbo ebraico che significa “costruire” (banah). Per questo nel Salmo 127 si esalta il dono dei figli con immagini che si riferiscono sia all’edificazione di una casa, sia alla vita sociale e commerciale che si svolgeva presso la porta della città: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori […] Ecco eredità del Signore sono i figli, è sua ricompensa il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra: non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici» (vv. 1.3-5). È vero che queste immagini riflettono la cultura di una società antica, però la presenza dei figli è in ogni caso un segno di pienezza della famiglia nella continuità della medesima storia della salvezza, di generazione in generazione.

15. In questa prospettiva possiamo porre un’altra dimensione della famiglia.
Sappiamo che nel Nuovo Testamento si parla della “Chiesa che si riunisce nella casa” (cfr 1Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15; Fm 2). Lo spazio vitale di una famiglia si poteva trasformare in chiesa domestica, in sede dell’Eucaristia, della presenza di Cristo seduto alla stessa mensa. Indimenticabile è la scena dipinta nell’Apocalisse: «Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Così si delinea una casa che porta al proprio interno la presenza di Dio, la preghiera comune e perciò la benedizione del Signore.È ciò che si afferma nel Salmo 128 che abbiamo preso come base: «Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion» (vv. 4-5).

16. La Bibbia considera la famiglia anche come la sede della catechesi dei figli. Questo brilla nella descrizione della celebrazione pasquale (cfr Es 12,26-27; Dt 6,20-25), e in seguito fu esplicitato nella haggadah giudaica, ossia nella narrazione dialogica che accompagna il rito della cena pasquale. Ancora di più, un Salmo esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un insegnamento in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro figli» (78,3-6). Pertanto, la famiglia è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i loro figli. È un compito “artigianale”, da persona a persona: «Quando tuo figlio un domani ti chiederà […] tu gli risponderai…» (Es 13,14). Così le diverse generazioni intoneranno il loro canto al Signore, «i giovani e le ragazze, i vecchi insieme ai bambini» (Sal 148,12).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** La Bibbia considera la famiglia anche come la sede della catechesi dei figli.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…


IL PENSIERO DEL GIORNO

7 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice:  «In verità vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato» (Mc 11,24).


Catechismo della Chiesa Cattolica

Tutto quello che domandate nella preghiera

2610 Come Gesù prega il Padre e rende grazie prima di ricevere i suoi doni, così egli ci insegna questa audacia filiale: “Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto” (Mc 11,24). Tale è la forza della preghiera: “Tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,23), con una fede che non dubita. Quanto Gesù è rattristato dalla “incredulità” (Mc 6,6) dei discepoli e dalla “poca fede” (Mt 8,26) dei suoi compaesani, tanto si mostra pieno di ammirazione davanti alla fede davvero grande del centurione romano e della cananea.


Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica

Quali sono le diverse forme della preghiera di domanda?

533 Può essere una domanda di perdono o anche una richiesta umile e fiduciosa per tutti i nostri bisogni sia spirituali che materiali. Ma la prima realtà da desiderare è l’avvento del Regno.


Catechismo Tridentino (Quarta Parte - L’Orazione, 363)

Bisogna chiedere il bene sommo e quanto a esso conduce

Si dirà a suo luogo quel che si deve, o no, domandare nelle singole richieste; qui basterà ammonire i fedeli in generale a chiedere a Dio ciò che è giusto e onesto, perché non siano respinti, qualora domandino qualcosa di inopportuno, col noto rimprovero: Non sapete quel che chiedete (Mt 20,22). Si può chiedere tutto quello che si può rettamente desiderare, come attestano le ricchissime promesse del Signore: Chiedete quanto vorrete, e vi sarà concesso (Gv 15,7). Dio infatti promette di concedere tutto. Perciò dovremo conformare la nostra prima aspirazione e il nostro primo desiderio a questa norma: che il sommo ardore
e il sommo desiderio nostro si avvicinino a Dio, sommo Bene. Quindi dobbiamo desiderare ciò che più ci unisce a Dio; quanto, al contrario, ci allontana da lui o ci apporta motivo di separazione, deve esulare da ogni nostro desiderio e aspirazione.

Da qui è facile vedere in che modo, e in rapporto a quel Bene sommo e perfetto, si debbano desiderare e chiedere a Dio Padre tutti gli altri beni. Dal momento che questi cosiddetti beni esterni del corpo, come la salute, la forza, la bellezza, la ricchezza, le dignità, la gloria, danno spesso incentivo e materia al peccato (e per questo accade che spesso non si chiedano piamente e religiosamente), la loro richiesta deve essere ristretta in questi confini: che cioè i comodi della vita vengano chiesti solo in quanto necessari; e questa maniera di pregare arriva a Dio.

E lecito infatti chiedere con preghiere quel che chiesero Giacobbe e Salomone. Ecco la preghiera del primo: Se il Signore mi darà il pane per cibarmi e l’abito per coprirmi, sarà per me come unico Dio (Gen 28,20). E Salomone: Dammi soltanto quel che è necessario alla mia vita (Pr 30,8). Quando poi la benignità di Dio sopperisce al nostro vitto e mantenimento, è utile ricordarci dell’esortazione dell’Apostolo: Quelli che comprano siano come se non possedessero, e quelli che si servono di questo mondo siano come se non se ne servissero; passa infatti la vana figura di questo mondo (1Cor 7,30). A detta del Salmista: Se vi abbondano ricchezze, non vi attaccate il cuore (Sal 59,11). Delle quali ricchezze solo il frutto e l’uso siano nostri in modo che il godimento sia in comune con gli altri, come ci insegna Dio stesso.
Se stiamo bene in salute, se abbondiamo degli altri beni esterni e corporali, ricordiamo che ci sono stati dati affinché siamo più pronti nel servire a Dio, e sovveniamo largamente al prossimo nelle sue necessità. I beni e le doti dell’ingegno, alla quale categoria appartengono anche le arti e le scienze, li possiamo chiedere, ma soltanto a condizione che ci giovino a maggior gloria di Dio e per la nostra salvezza eterna. Si deve invece desiderare, cercare e chiedere, in generale e senza limitazione, o condizione, la gloria divina e quanto ci permetta di congiungerci col Bene sommo, come la fede, il timore e l’amore di Dio. Di questo soggetto parleremo più a lungo nello spiegare le richieste da farsi nella preghiera.


Catechismo degli Adulti

La preghiera di domanda

980  La preghiera di domanda esprime l’atteggiamento di fede nella concretezza dei nostri bisogni. Non modifica la volontà di Dio, perché egli da sempre la conosce e ne tiene conto. Ci prepara piuttosto a ricevere i doni da lui predisposti. «Egli vuole che nella preghiera si eserciti il nostro desiderio, in modo che diventiamo capaci di ricevere ciò che egli è pronto a darci». Dobbiamo dunque desiderare seriamente, chiedere con insistenza e pazienza, pronti a cooperare con lui e a fare la sua volontà.
«Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» (Mt 21,22). Con queste parole il Signore non si è impegnato a esaudire tutti i nostri desideri, ma a compiere tutte le sue promesse. Dobbiamo chiedere innanzitutto il regno di Dio, la presenza dello Spirito Santo in noi. Possiamo anche chiedere con semplicità e fiducia qualunque cosa buona, secondo le nostre necessità; ma senza pretese, subordinando il desiderio alla volontà di Dio, lasciandoci condurre per le vie misteriose della Provvidenza.
Dio spesso non esaudisce la nostra richiesta concreta; ma ci viene incontro in un modo più alto, come fece con Gesù che fu liberato dalla morte in maniera diversa da come umanamente desiderava. Così veniamo trasformati interiormente; ci conformiamo alla divina volontà di salvezza; riceviamo energie e motivazioni più pure. Questa è la prima efficacia della preghiera. In questo senso è sempre efficace e «rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile».


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** “Cari fratelli e sorelle, l’incontro quotidiano con il Signore e la frequenza ai Sacramenti permettono di aprire la nostra mente e il nostro cuore alla sua presenza, alle sue parole, alla sua azione. La preghiera non è solamente il respiro dell’anima, ma, per usare un’immagine, è anche l’oasi di pace in cui possiamo attingere l’acqua che alimenta la nostra vita spirituale e trasforma la nostra esistenza. E Dio ci attira verso di sé, ci fa salire il monte della santità, perché siamo sempre più vicini a Lui, offrendoci lungo il cammino luci e consolazioni” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 13 Giugno 2012).
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…