IL PENSIERO DEL GIORNO

6 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice:  “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio” (Mc 12,17).

Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?: «La moneta, come indicava l’iscrizione, era data o proveniva da Cesare, di conseguenza era giusto che fosse restituita come pagamento a lui. Queste transazioni sono su un piano economico richiesto dalla vita civile, i diritti di Dio invece sono su un altro piano. Non vi è incompatibilità tra le esigenze della vita civile e i doveri religiosi che intercorrono tra l’uomo e Dio. In pratica gli Ebrei possedendo la moneta di Cesare non solo dovevano ammettere di essere soggetti al potere romano, ma in pari tempo, dovevano riconoscere di averne dei vantaggi; per questo essi sono tenuti a manifestare la loro obbedienza e sudditanza pagando il tributo all’imperatore che dà, ma vuole anche ricevere. Tuttavia il pagamento del tributo non comprometteva la loro sudditanza all’autorità di Dio. Il detto di Cristo: Rendete quel che è di Cesare a Cesare e quel che è di Dio a Dio, non contiene il principio delle due autorità parallele come se il Maestro intendesse affermare che Cesare ha un potere autonomo ed indipendente da quello di Dio. Per Gesù, come per gli Ebrei, era un fatto pacifico ed acquisito che Dio è il sovrano di tutti e che non esistono due poteri, bensì uno solo: quello di Dio al quale sono soggetti tutti i Cesari. Il Maestro, con la celebre risposta data ai Farisei ed agli Erodiani, illumina il suo programma messianico. Il messianismo di Cristo non è un movimento politico insurrezionale, destinato a liberare il popolo dal giogo romano [il pagamento del tributo testimoniava questa soggezione del popolo ebraico a Roma], ma ha un carattere spirituale; Gesù non prende nessun atteggiamento politico, poiché questo non rientrava nella sua missione, anzi riconosce il potere di Roma, poiché egli ordina di pagare il tributo a Cesare. Il Maestro sfugge al dilemma propostogli non già ricorrendo ad un compromesso, ma distinguendo i due poteri e riaffermando i sovrani diritti di Dio. La storica frase riempie di ammirazione il lettore,  il  quale  constata che mentre Gesù, Figlio di Dio, proclama i diritti di Cesare, dall’altra parte non tutti i Cesari proclamano e riconoscono gli inalienabili e supremi diritti di Dio» (benedetto Prete, Vangelo secondo Matteo).


Catechismo della Chiesa Cattolica

Doveri dei cittadini

2238 Coloro che sono sottomessi all’autorità considereranno i loro superiori come rappresentanti di Dio, che li ha costituiti ministri dei suoi doni: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore [...]. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio” (1Pt 2,13.16 ). La leale collaborazione dei cittadini comporta il diritto, talvolta il dovere, di fare le giuste rimostranze su ciò che a loro sembra nuocere alla dignità delle persone e al bene della comunità.
  
2239 È dovere dei cittadini dare il proprio apporto ai poteri civili per il bene della società in spirito di verità, di giustizia, di solidarietà e di libertà. L’amore e il servizio della patria derivano dal dovere di riconoscenza e dall’ordine della carità. La sottomissione alle autorità legittime e il servizio del bene comune esigono dai cittadini che essi compiano la loro funzione nella vita della comunità politica.

2240 La sottomissione all’autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l’esigenza morale del versamento delle imposte, dell’esercizio del diritto di voto, della difesa del paese: “Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto, il rispetto2 ( Rm 13,7). “I cristiani... abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri... Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi... Così eccelso è il posto loro assegnato da Dio, e non è lecito disertarlo!”. L’Apostolo ci esorta ad elevare preghiere ed azioni di grazie “per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità” (1Tm 2,2).

2241 Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.

2242 Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. Il rifiuto d’obbedienza alle autorità civili, quando le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunità politica. “Rendete [...] a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29 ).
“Dove i cittadini sono oppressi da una autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune; sia però loro lecito difendere i diritti propri e dei propri concittadini contro gli abusi di questa autorità, nel rispetto dei limiti dettati dalla legge naturale ed evangelica”.

2243 La resistenza all’oppressione del potere politico non ricorrerà legittimamente alle armi, salvo quando sussistano tutte insieme le seguenti condizioni: 1. in caso di violazioni certe, gravi e prolungate dei diritti fondamentali; 2. dopo che si siano tentate tutte le altre vie; 3. senza che si provochino disordini peggiori; 4. qualora vi sia una fondata speranza di successo; 5. se è impossibile intravedere ragionevolmente soluzioni migliori.


Gaudium et spes, 16

Dignità della coscienza morale

Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  L’amore e il servizio della patria derivano dal dovere di riconoscenza e dall’ordine della carità.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

 


IL PENSIERO DEL GIORNO

5 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice:  “Beato l’uomo che teme il Signore e nei suoi precetti trova grande gioia” (Sal 111,1 - Cf. Salmo responsoriale).


Beato l’uomo che teme il Signore: Benedetto XVI (Udienza Generale, 2 novembre 2005): Il Salmista precisa subito in che cosa consista tale timore: esso si manifesta nella docilità ai comandamenti di Dio. È proclamato beato colui che «trova grande gioia» nell’osservare i comandamenti, trovando in essi gioia e pace. La docilità a Dio è, quindi, radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore. L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della «retribuzione», sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti: «Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta. Onore e ricchezza nella sua casa» (vv. 2-3; cfr. v. 9). Certo, a questa visione ottimistica si oppongono le osservazioni amare del giusto Giobbe, che sperimenta il mistero del dolore, si sente ingiustamente punito e sottoposto a prove apparentemente insensate. Bisognerà, quindi, leggere questo Salmo nel contesto globale della Rivelazione, che abbraccia la realtà della vita umana in tutti i suoi aspetti. Tuttavia rimane valida la fiducia che il Salmista vuole trasmettere e far sperimentare a chi ha scelto di seguire la via di una condotta moralmente ineccepibile, contro ogni alternativa di illusorio successo ottenuto attraverso l’ingiustizia e l’immoralità. Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi: «Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri» (vv. 5.9). Il fedele è, dunque, generoso; rispettando la norma biblica, egli concede prestiti ai fratelli in necessità, senza interesse (cfr. Dt 15,7-11) e senza cadere nell’infamia dell’usura che annienta la vita dei miseri. Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti. «Egli dona largamente ai poveri», si dice nel versetto 9, esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata.


Mc 12,1-12: La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: nella prima parte, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; nella seconda i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; nella terza parte Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento. Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimòne dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.

Catechismo della Chiesa Cattolica

755 La Chiesa è il podere o campo di Dio. In quel campo cresce l'antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare.

.. darà in affitto la vigna ad altri contadini - I contadini omicidi saranno puniti, ma “la morte del Figlio aprirà una nuova tappa del disegno di Dio: affidata a vignaioli fedeli, la vigna darà finalmente il suo frutto” (M. F. Lacan). Il testimòne è così passato alla Chiesa e sarà essa a dare i frutti a Dio, in quanto «podere o campo di Dio. In quel campo cresce l’antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare» (CCC 755).
La Chiesa edificata da Gesù sopra la roccia di Pietro, custodirà e confermerà la fede dei suoi membri: «Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (CCC 552). E perché questa missione sia indefettibile, la Chiesa deve conservare con grande attenzione la fede che ha ricevuto in dono, credervi in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predicare la verità della fede, insegnarla e trasmetterla con voce unanime, come se avesse una sola bocca (CCC 173).
In pratica, essa deve trasmettere e confessare fedelmente «la sua unica fede, ricevuta da un solo Signore, trasmessa mediante un solo Battesimo, radicata nella convinzione che tutti gli uomini non hanno che un solo Dio e Padre» (CCC 172).
Custodire, trasmettere, confessare sono le peculiarità irrinunciabili della Sposa di Cristo (CCC 796).
In particolare custodirà fedelmente la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte.
Conserverà con cura la memoria delle Parole di Cristo e trasmetterà di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli (CCC 171).
Ma avrà anche il compito di insegnare il linguaggio della fede: «Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e con ciò stesso a comprendere e a comunicare, la Chiesa, nostra Madre, ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza della fede e nella vita» (CCC 171).
Fedeltà fino al martirio. È inimmaginabile che la Chiesa, la cui vocazione è quella di essere in questo mondo il sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini (CCC 780), tradisca il suo Fondatore, sia ingrata o sia incapace di produrre quei frutti che il divino Agricoltore esige affinché il suo regno sia sempre più dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento (CCC782).
Ma perché non si resti in una riflessione astratta, è bene ricordare che la parola Chiesa indica la comunità dell’universalità dei credenti.
«Nel linguaggio cristiano, il termine “Chiesa” designa l’assemblea liturgica, ma anche la comunità locale o tutta la comunità universale dei credenti. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La “Chiesa” è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa Corpo di Cristo» (CCC 752).
Quindi è una fedeltà che interpella tutto il popolo di Dio e in particolare ciascuno di Dio.
Una fedeltà esatta senza mezzi termini dal padrone della vigna e la parabola dei contadini omicidi (Mt 21,22-43) lo esplicita in modo chiaro. Non «basta un’adesione intellettuale al Vangelo, ma bisogna “far frutti” per non essere esclusi dal regno come i capi giudei... L’evangelista attualizza la parabola in senso parenetico, rivolgendo un severo  monito ai cristiani delle sue comunità, che potevano ripetere l’errore degli ebrei, staccandosi da Cristo» (A. Poppi). Un giorno, se infedeli, quando ci capiterà di bussare alla porta del Regno di Dio e incominceremo a dire «Signore, signore, aprici!», Lui, il padrone della vigna, risponderà: «In verità io vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E non servirà protestare, quella porta resterà chiusa per sempre.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Un giorno, se infedeli, quando ci capiterà di bussare alla porta del Regno di Dio e incominceremo a dire «Signore, signore, aprici!», Lui, il padrone della vigna, risponderà: «In verità io vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E non servirà protestare, quella porta resterà chiusa per sempre.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa:  O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO

4 GIUGNO 2017

Oggi Gesù ci dice:  “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,23).


La Solennità della Pentecoste conclude attualmente il periodo pasquale. Le testimonianze della sua celebrazione risalgono alla prima metà del II secolo, ma non era una pratica comune (alcune Chiese in Spagna usavano finire la celebrazione della Pasqua con la festa dellAscensione). Le ammonizioni e le prescrizioni dei Sinodi hanno fatto sì che nel IV secolo la festa della Pentecoste venisse già celebrata comunemente. Allincremento dellimportanza della festa ha contribuito lamministrazione del Battesimo nella vigilia della festa a tutti coloro che per diversi motivi non potevano essere battezzati nella Vigilia pasquale. Ancora nei tempi di papa Leone Magno (+ 460), Roma terminava il periodo pasquale con la Solennità della Pentecoste, ma nella seconda metà del secolo VI è comparsa lottava della festa, modellata sullottava pasquale che Roma accolse e che perdurò fino allultima riforma del calendario.
Lo Spirito Santo discende su Maria e sugli apostoli radunati nel Cenacolo, Cristo risorto dai morti manda il promesso Spirito Consolatore. Comincia la nuova epoca nella storia della salvezza, viene la pienezza dei tempi predetta dai profeti, viene il tempo della Chiesa. La Chiesa, animata dallo Spirito Santo, inizia l’annuncio della lieta notizia della salvezza a tutte le genti e raduna i popoli della terra.
La Nuova Alleanza nel Sangue di Cristo è aperta a tutti. Lo Spirito Santo anima la Chiesa; con la sua forza, la Chiesa amministra i sacramenti; allo Spirito Santo essa rivolge la supplica per l’unità dei credenti in Cristo. Lo Spirito Santo abita nei cuori dei credenti, li rende figli di Dio, dà loro la forza di testimoniare Cristo, induce a portare il Vangelo agli altri, dà il coraggio nelle contrarietà. Lo Spirito Santo guida la Chiesa nella storia e ciascuno dei credenti nella vita, introduce la Chiesa e ciascuno dei credenti nella più profonda comprensione del mistero di Cristo. La Chiesa, come ciascuno dei suoi membri, deve porgere l’orecchio alle ispirazioni dello Spirito Santo, riconoscere la sua voce e lasciarsi guidare da lui. Lo Spirito del Signore ha riempito la terra, ma continua a risuonare l’esclamazione della Chiesa: vieni Santo Spirito! Vieni nei cuori degli uomini, perché è tanto difficile trasformarli, rinnovarli ed infiammarli col fuoco dell’amore.
Fonte: La Bibbia e i Padri della Chiesa


Catechismo della Chiesa Cattolica

La Pentecoste

731 Il giorno di Pentecoste (al termine delle sette settimane pasquali), la Pasqua di Cristo si compie nell’effusione dello Spirito Santo, che è manifestato, donato e comunicato come Persona divina: dalla sua pienezza, Cristo, Signore, effonde a profusione lo Spirito.

732 In questo giorno è pienamente rivelata la Trinità Santa. Da questo giorno, il Regno annunziato da Cristo è aperto a coloro che credono in lui: nell’umiltà della carne e nella fede, essi partecipano già alla comunione della Trinità Santa. Con la sua venuta, che non ha fine, lo Spirito Santo introduce il mondo negli “ultimi tempi”, il tempo della Chiesa, il Regno già ereditato, ma non ancora compiuto: «Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile, perché ci ha salvati».

Lo Spirito Santo - il Dono di Dio

733 «Dio è Amore» (1Gv 4,8.16) e l’Amore è il primo dono, quello che contiene tutti gli altri. Questo amore, Dio l’ha «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» (Rm 5,5).

734 Poiché noi siamo morti, o, almeno, feriti per il peccato, il primo effetto del dono dell’Amore è la remissione dei nostri peccati. È «la comunione dello Spirito Santo» (2Cor 13,13) che nella Chiesa ridona ai battezzati la somiglianza divina perduta a causa del peccato.

735 Egli dona allora la «caparra» o le «primizie» della nostra eredità; la vita stessa della Trinità Santa che consiste nell’amare come egli ci ha amati. Questo amore è il principio della vita nuova in Cristo, resa possibile dal fatto che abbiamo «forza dallo Spirito Santo» (At 1,8).

736 È per questa potenza dello Spirito che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo «il frutto dello Spirito [che] è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23). «Lo Spirito è la nostra vita: quanto più rinunciamo a noi stessi, tanto più «camminiamo secondo lo Spirito» (Gal 5,25): «Con lo Spirito Santo, che rende spirituali, c’è la riammissione al Paradiso, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio Padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l’essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna».


I doni dello Spirito Santo

P. Gabriele di S. M. Maddalena 

Non è possibile giungere al perfetto orientamento in Dio, alla santità, senza il soccorso dello Spirito Santo. E questo soccorso non è riservato ad anime privilegiate, ma è necessario per ogni cristiano. Infatti, nel santo Battesimo ogni anima, insieme con la grazia santificante, riceve le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo.
Le virtù infuse sono principi soprannaturali di attività, per cui noi diventiamo capaci di agire in un modo virtuoso non solo da un punto di vista umano, ma anche da un punto di vista soprannaturale.
I doni dello Spirito Santo, invece, sono principi soprannaturali per cui diventiamo capaci di ricevere il soccorso dello Spirito Santo, di riconoscere le sue ispirazioni e di assecondarle. In altre parole, i doni sono disposizioni permanenti che Dio ha posto nelle nostre facoltà, affinché possiamo ricevere e seguire l’impulso dello Spirito Santo.
San Tommaso li paragona alle vele della barca: come la barca, mediante le vele, ha la capacità di essere mossa e portata dal vento, così l’anima nostra, mediante i doni, ha la capacità di essere mossa e guidata dallo Spirito Santo. Se un marinaio mette le vele alla sua imbarcazione, vuol dire che intende farla procedere non solo a forza di remi, ma anche con la spinta del vento. Parimenti, se Dio ha infuso nell’anima nostra i doni dello Spirito Santo, vuol dire che intende farla avanzare non solo con l’esercizio attivo delle virtù, ma anche mediante l’intervento dello Spirito Santo.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  Se Dio ha infuso nell’anima nostra i doni dello Spirito Santo, vuol dire che intende farla avanzare non solo con l’esercizio attivo delle virtù, ma anche mediante l’intervento dello Spirito Santo.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


 IL PENSIERO DEL GIORNO

3 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice:  “Tu seguimi” (Gv 21,22).


Pietro per ben tre volte aveva rinnegato il Maestro, ora per tre volte dichiara il suo amore e la sua predilezione per Gesù: l’antica ferita del tradimento è stata così risanata. Solo ora, al termine di questo lungo cammino di purificazione, può, finalmente, risuonare nel cuore di Simone la voce di Dio che lo invita alla sequela: «E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Cf. 13,36: Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli risponde Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi»). La sequela è sempre un dono di Dio, mai iniziativa dell’uomo


Paolo VI 

Domandiamo umilmente al nostro Maestro Gesù: noi, chi siamo? Qual è, davanti a Lui, la nostra identità?
Una prima risposta ci è subito data. Noi siamo dei chiamati. Il nostro Vangelo comincia dalla nostra vocazione. (Ci sembra lecito ravvisare nella storia degli Apostoli quella di noi Sacerdoti). Per quanto riguarda dunque i primi che Gesù scelse come suoi, la storia evangelica è chiarissima e bellissima. L’intenzione del Signore è palese, e, considerata nel quadro messianico e poi nel quadro dell’economia del cristianesimo, interessantissima. È Gesù che prende l’iniziativa; Egli stesso lo farà notare: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» Gv 15,16); e le scene semplici e deliziose, che ci presentano la chiamata dei singoli discepoli, rivelano l’attuazione precisa di scelte determinate (cfr. Lc 6,13), sulle quali ci piacerà meditare.
Chi Egli chiama? Non sembra ch’Egli abbia riguardo alla classifica sociale dei suoi eletti (cfr. 1Cor 1,27), e non sembra nemmeno che Egli voglia profittare di chi con superficiale entusiasmo si esibisce (cfr. Mt. 8,19-22).
Questo disegno evangelico ci riguarda personalmente. Ripeto: noi siamo dei chiamati. La famosa questione della vocazione tocca la personalità e il destino di ciascuno di noi...


Pastores dabo vobis (35)

Ogni vocazione cristiana trova il suo fondamento nell’elezione gratuita e preveniente da parte del Padre «che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà».
Ogni vocazione cristiana viene da Dio, è dono di Dio. Essa però non viene mai elargita fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma passa sempre nella Chiesa e mediante la Chiesa, perché, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, «piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse».
La Chiesa non solo raccoglie in sé tutte le vocazioni che Dio le dona nel suo cammino di salvezza, ma essa stessa si configura come mistero di vocazione, quale luminoso e vivo riflesso del mistero della Trinità santissima. In realtà la Chiesa, «popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», porta in sé il mistero del Padre che, non chiamato e non inviato da nessuno,tutti chiama a santificare il suo nome e a compiere la sua volontà; custodisce in sé il mistero del Figlio che dal Padre è chiamato e mandato ad annunciare a tutti il Regno di Dio e che tutti chiama alla sua sequela; ed è depositaria del mistero dello Spirito Santo che consacra per la missione quelli che il Padre chiama mediante il Figlio suo Gesù Cristo.
La Chiesa, che per nativa costituzione è «vocazione», è generatrice ed educatrice di vocazioni. Lo è nel suo essere di «sacramento», in quanto «segno» e «strumento» in cui risuona e si compie la vocazione di ogni cristiano; e lo è nel suo operare, ossia nello svolgimento del suo ministero di annuncio della Parola, di celebrazione dei Sacramenti e di servizio e testimonianza della carità.
Si può cogliere ora l’essenziale dimensione ecclesiale della vocazione cristiana: non solo essa deriva «dalla» Chiesa e dalla sua mediazione, non solo si fa riconoscere e si compie «nella» Chiesa, ma si configura - nel fondamentale servizio a Dio - anche e necessariamente come servizio «alla» Chiesa. La vocazione cristiana, in ogni sua forma, è un dono destinato all’edificazione della Chiesa, alla crescita del Regno di Dio nel mondo.
Ciò che diciamo di ogni vocazione cristiana trova una sua specifica realizzazione nella vocazione sacerdotale: questa è chiamata, mediante il sacramento dell’Ordine ricevuto nella Chiesa, a porsi al servizio del Popolo di Dio con una peculiare appartenenza e configurazione a Gesù Cristo e con l’autorità di agire nel nome e nella persona di lui Capo e Pastore della Chiesa. In questa prospettiva si comprende quanto scrivono i Padri sinodali: «La vocazione di ciascun presbitero sussiste nella Chiesa e per la Chiesa: per essa una simile vocazione si compie. Ne segue che ogni presbitero riceve la vocazione dal Signore attraverso la Chiesa come un dono grazioso, una gratia gratis data (charisma). È proprio del Vescovo o del superiore competente non solo sottoporre ad esame l’idoneità e la vocazione del candidato, ma anche riconoscerla. Un simile elemento ecclesiastico inerisce alla vocazione al ministero presbiterale come tale. Il candidato al presbiterato deve ricevere la vocazione non imponendo le proprie personali condizioni ma accettando anche le norme e le condizioni che la Chiesa stessa, per la sua parte di responsabilità, pone».


Catechismo degli Adulti (542)

La vita consacrata è dono divino

La vita consacrata è «dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore». Essa «imita più da vicino e rappresenta permanentemente nella Chiesa quella forma di vita che il Figlio di Dio scelse per se stesso quando venne nel mondo a fare la volontà del Padre, e che poi propose ai discepoli che lo seguivano». Ha il suo prototipo nell’esperienza di quei primi seguaci di Gesù. Tra quanti credono in lui, alcuni sono chiamati a lasciare per la causa del regno di Dio abitazione, professione e famiglia, abbracciando l’ideale della perfetta castità, che non tutti possono capire, «ma solo coloro ai quali è stato concesso» (Mt 19,11). Rinunciando ai beni materiali e al matrimonio, seguono più da vicino il Maestro e si dedicano più liberamente al servizio apostolico. Assumendo uno stile di vita diverso dall’ordinario, professano più apertamente la fede in lui e diventano un segno più evidente della nuova vicinanza di Dio e dell’inizio di un mondo nuovo che si compirà nella risurrezione futura, quando «non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo» (Mt 22,30)


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  Noi siamo dei chiamati.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, che ci dài la gioia di portare a compimento
i giorni della Pasqua, fa’ che tutta la nostra vita sia una testimonianza del Signore risorto. Egli è Dio, e vive e regna con te...


IL PENSIERO DEL GIORNO

2 GIUGNO 2017


Oggi Gesù ci dice:  “Mi vuoi bene” (Gv 21,17).


Gv 21,15-19: Pietro sull’esempio di Gesù buon pastore, che dà la vita per le sue pecore, deve pascere il gregge con amore e non per vergognoso interesse. Gesù riabilita Pietro dopo il suo tradimento, lo costituisce capo degli Apostoli e gli affida una missione unica. Infine, gli predice il martirio, con questa morte egli avrebbe glorificato Dio. A Roma Pietro concluderà «con il martirio la sua corsa al servizio del Vangelo. Per questo la sede di Roma, che aveva ricevuto il maggior onore, raccolse anche l’onere affidato da Cristo a Pietro di essere al servizio di tutte le Chiese particolari per l’edificazione e l’unità dell’intero Popolo di Dio. La sede di Roma, dopo queste migrazioni di San Pietro, venne così riconosciuta come quella del successore di Pietro, e la “cattedra” del suo vescovo rappresentò quella dell’Apostolo incaricato da Cristo di pascere tutto il suo gregge» (Benedetto XVI).


Catechismo della Chiesa Cattolica

765: Il Signore Gesù ha dotato la sua comunità di una struttura che rimarrà fino al pieno compimento del Regno. Innanzitutto vi è la scelta dei Dodici con Pietro come loro capo. Rappresentando le dodici tribù d’Israele, essi sono i basamenti della nuova Gerusalemme. I Dodici e gli altri discepoli partecipano alla missione di Cristo, al suo potere, ma anche alla sua sorte. Attraverso tutte queste azioni Cristo prepara ed edifica la sua Chiesa.

880-881: Cristo, istituì i Dodici “sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro”. “Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi,  successori degli Apostoli, sono tra loro uniti”. Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi; l’ha costituito pastore di tutto il gregge. “Ma l’incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio  degli Apostoli, unito col suo capo”. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai vescovi sotto il primato del Papa.

552-553: Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). Cristo, “Pietra viva” (1Pt 2,4), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli. Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, “il Buon Pastore” (Gv 10,11) ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21,15-17). Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.

882-883: Il Papa, vescovo di Roma e successore di san Pietro, “ è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia  della moltitudine dei fedeli”. “Infatti il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente”. “Il collegio o corpo episcopale non ha… autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano Pontefice…, quale suo capo”. Come tale, questo collegio “è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del romano Pontefice”.
618: La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1Tm 2,5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo”, egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale”. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice.


Sr. Maria Pia Giudici

C’interessa cogliere che il ripetersi della domanda posta da Gesù segna un crescendo. È messo in chiara evidenza dall’uso progressivo del verbo amare che in italiano resta tale e quale ma nel testo originale vede l’alternarsi di due verbi. Gesù chiede per due volte mi ami, usando il verbo agapáō mentre Pietro risponde due volte ti amo col verbo pileo. La terza volta anche Gesù usa il verbo “pileo” che è meno intenso del primo; ma è come un volersi abbassare per raggiungere Pietro dentro il suo limite. Qui è proprio la nota esegetica circa l’uso di questi verbi del testo originale, che ci apre al significato profondo del testo e anche della sua attualizzazione per noi oggi. Gesù si rende conto che Pietro, in quel momento è incapace di “agape” [= amore fino al dono completo del dare la vita] e, nel suo infinito protendersi a salvare, si accontenta di “pileo”: un amore di amicizia profonda, dentro un rapporto di fiduciosa intimità. D’altro canto Gesù non sottace quel che chiede al leader della sua comunità di credenti: pascere vuol dire infatti procurare nutrimento, come ha fatto Gesù. Procurarlo con la Parola, l’Eucaristia, e una vita tutta donata fino al sacrificio totale di sé è quello che Gesù addita a Pietro, in una prospettiva di futuro che però è permeata di quella fiducia di cui si nutre il loro rapporto. Quel “seguimi” sfolgora di questa certezza: Gesù lo precederà sempre. E sarà Pastore e Vita, Pastore e Gioia, Pastore e Salvezza. Dentro questo testo la domanda è provocatoria e vitale per me, per te, per ogni uomo e donna. Perché AMARE È VIVERE. E AMARE GESÙ CHE È LA VITA, Colui che ha ingoiato la morte proprio per amore, mi apre i veri orizzonti della mia realizzazione personale e quella di una civiltà nuova: civiltà, appunto, non della violenza ma dell’amore. Anche il fatto che Gesù abbassa momentaneamente il tiro, usando l’espressione un po’ riduttiva di Pietro, dice che non ho da temere. Verrà anche la mia, la nostra maturazione totale. Come è avvenuta per Pietro.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** AMARE È VIVERE.
** Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, che ci hai aperto il passaggio alla vita eterna con la glorificazione del tuo Figlio e con l’effusione dello Spirito Santo, fa’ che, partecipi di così grandi doni, progrediamo nella fede e ci impegniamo sempre più nel tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo.