4 Aprile 2025
 
Venerdì IV Settimana di Quaresima

Sap 2,1a.12-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 7,1-2.10.25-30
 
Colletta:
O Dio, che per la nostra fragilità
hai preparato aiuti efficaci,
fa’ che, accogliendone con gioia la forza rinnovatrice,
la manifestiamo in una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 574 Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con alcuni sacerdoti e scribi, si sono accordati per farlo morire. Per certe sue azioni (per la cacciata dei demoni; il perdono dei peccati; le guarigioni in giorno di sabato; la propria interpretazione dei precetti di purità legale; la familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori ). Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca. Lo si è accusato di bestemmia e di falso profetismo, crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione.
575 Molte azioni e parole di Gesù sono dunque state un «segno di contraddizione» per le autorità religiose di Gerusalemme, quelle che il Vangelo di san Giovanni spesso chiama «i Giudei», ancor più che per il comune popolo di Dio. Certamente, i suoi rapporti con i farisei non furono esclusivamente polemici. Ci sono dei farisei che lo mettono in guardia in ordine al pericolo che corre. Gesù loda alcuni di loro, come lo scriba di Mc 12,34, e mangia più volte in casa di farisei. Gesù conferma dottrine condivise da questa élite religiosa del popolo di Dio: la risurrezione dei morti, le forme di pietà (elemosina, preghiera e digiuno), e l’abitudine di rivolgersi a Dio come Padre, la centralità del comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. 
576 Agli occhi di molti in Israele, Gesù sembra agire contro le istituzioni fondamentali del popolo eletto:
- l’obbedienza alla Legge nell’integralità dei suoi precetti scritti e, per i farisei, nell’interpretazione della tradizione orale;
- la centralità del Tempio di Gerusalemme come luogo santo dove Dio abita in un modo privilegiato;
- la fede nell’unico Dio del quale nessun uomo può condividere la gloria.
 
I Lettura: Il brano rimprovera l’insipienza degli empi che con la loro vita malvagia pongono al centro del loro vivere se stessi, il successo, il piacere, la gloria umana. Ad essi si oppongono i sapienti che sanno riferire tutto a Dio e sanno leggere la storia, gli avvenimenti, anche quelli più minuti, alla luce della fede. Il sapiente è l’uomo giusto che sa accogliere ogni cosa come dono di Dio: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?» (Gb 2,10). Gli empi tramano contro l’uomo giusto perché è contrario alle loro azioni e rimprovera loro le trasgressioni della legge. Questo brano è stato applicato alla Passione di Gesù. Gli evangelisti pongono sulle labbra degli aguzzini che assistono alla crocifissione del Cristo le ultime parole degli empi registrate nel testo sapienziale.
 
Vangelo
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Cercavano di arrestare Gesù,ma non era ancora giunta la sua ora.
 
Molti si stupiscono per la libertà che viene concessa a Gesù, quasi che fosse il Messia. Altri dubitano e altri, ancora, sono invece conquistati dai segni compiuti da Gesù. In questa altalena di opinioni si situa la reazione ostile del mondo ufficiale giudaico esasperato per la popolarità del giovane Rabbì di Nazaret. Vorrebbero arrestarlo, ma non possono perché ancora non è giunta l’ora: il destino di Gesù non può essere determinato dagli uomini, ma dalla volontà del Padre.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 7,1-2.10.25-30

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi  di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.
 
Parola del Signore.
 
Cercavano di arrestarlo …  dietro a queste manovre vi erano le autorità religiose di Gerusalemme, quelle che il Vangelo di san Giovanni spesso chiama “i Giudei” (cfr. Gv 1,19; Gv 2,18; 5,10; 7,13; 9,22; 18,12; 19,38; 20,19), e tra questi in prima linea i Farisei. I Vangeli sottopongono la mentalità e la vita dei Farisei ad una critica spietata: Gesù sferza la loro superbia (Lc 18,10-14), la loro avidità (Mc 12,40), la loro ambizione (Mt 23,5ss) e la loro ipocrisia (Mt 15,3-7).
Siccome i Farisei e gli scribi erano preoccupati della fedeltà alla Legge ed erano zelanti per ciò che già c’era, essi hanno respinto Gesù, poiché egli avanzava la pretesa di essere sopra la Legge e di annunziare un nuovo messaggio da parte di Dio. Da queste considerazioni nel cuore dei Farisei nacque il proposito di uccidere Gesù, un disegno delittuoso condiviso con i “sommi sacerdoti”, i Sadducei e gli Erodoiani. Una congrega i cui membri si odiavano vicendevolmente, i Sadducei erano i nemici naturali dei Farisei, e gli Erodiani detestati da tutti perché partigiani dell’odiato monarca Erode, eppure pur di abbattere “il nemico comune” si alleano e con spavalderia, e calpestando ogni norma di legalità, portano a buon fine il loro disegno.
Quello dei Farisei fu un disegno criminale non dettato da preoccupazioni politiche, di fronte allo stato essi tenevano una posizione moderata, ma soltanto da motivazioni religiose: uno zelo esagerato che spesso annebbia le menti spingendo, anche i più moderati, a commettere orrendi crimini.
 
Il cristocentrismo, in catechesi, significa “che mediante essa non si vuole che ciascuno trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma l’insegnamento di Gesù Cristo, la verità che egli comunica o, più esattamente, la verità che egli è. Bisogna dire dunque che nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui; e che solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo al Cristo di insegnare per bocca sua. La costante preoccupazione di ogni catechista - quale che sia il livello delle sue responsabilità nella chiesa - dev’essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù. Egli non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l’attenzione e l’adesione dell’intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita del Cristo. Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato». E’ questo che fa s. Paolo trattando una questione di primaria importanza: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso». Quale frequentazione assidua della parola di Dio trasmessa dal magistero della chiesa, quale profonda familiarità col Cristo e col Padre, quale spirito di preghiera, quale distacco da sé deve avere un catechista per poter dire: «La mia dottrina non è mia»!
Questa non è un corpo di verità astratte: essa è comunicazione del mistero vivente di Dio. La qualità di colui che l’insegna nel vangelo e la natura del suo insegnamento sorpassano del tutto quelle dei «maestri» in Israele, grazie al legame unico che passa tra ciò che egli dice, ciò che fa e ciò che è. Resta il fatto, tuttavia, che i vangeli riferiscono chiaramente alcuni momenti in cui Gesù insegna. «Gesù fece e insegnò»: in questi due verbi che aprono il libro degli Atti, san Luca unisce ed insieme distingue due poli nella missione di Cristo.
Gesù ha insegnato: è, questa, la testimonianza che dà di se stesso: «Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare». È l’osservazione ammirata degli evangelisti, sorpresi di vederlo sempre e in ogni luogo nell’atto di insegnare, in un modo e con un’autorità fino ad allora sconosciuti. «Di nuovo le folle si radunavano intorno a lui, ed egli, come era solito, di nuovo le ammaestrava»; «ed essi erano colpiti dal suo insegnamento, perché insegnava, come avendo autorità». È quanto rilevano anche i suoi nemici, per ricavarne un motivo di accusa, di condanna: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui»” (Catechesi Tradendae 6-7).
 
… chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): L’accusa è molto forte e spiega la violenta reazione dell’uditorio (7,30). Eppure con queste sue parole Gesù, come in 5,37-40, indica il cammino per entrare nel mistero della sua persona. L’evangelista non si ripete, ma il senso è lo stesso: solo chi accetta quella conoscenza di Dio che viene dalle Scritture e per mezzo di essa si lascia ammaestrare da Dio (6,45) e condurre da lui (6,44), riconoscerà chi è veramente Gesù; se non c’è questa docilità a a Dio, l’unica reazione possibile è di far tacere la sua voce: cercarono di catturarlo, ma la sua ora non era ancora venuta (7,30).
L’intenzione degli ostili interlocutori è di uccidere Gesù, ma lo sguardo dell’evangelista si fissa sull’ora di Gesù. Certamente l’ora implica la morte, ma è soprattutto vista come il momento dell’esaltazione, dell’innalzamento, della glorificazione, dell’ascendere di Gesù dov’era prima (6,62) o, come subito si dirà, del suo ritorno a colui che lo ha mandato (7,33).
I dirigenti giudei volevano catturarlo. Tra la folla, invece, molti credettero in lui e dicevano: «II Cristo quando verrà, compirà forse segni prodigiosi più grandi di quelli che costui compie?» (7,31). Sentiamo che il dubbio serpeggia in questo atto di fede e sentiamo pure che si tratta di una fede imperfetta, fondata sui segni prodigiosi, e perciò non molto significativa per Gesù (vedi 2,23-25; 3,2; 4,49). Comunque è una fede che dà fastidio ai dirigenti giudei.
 
Tommaso d’Aquino (In Jo. e v. ex p ., VII): … non in modo manifesto, ma in occulto: per insegnarci il dovere di tenere nascosto il bene che facciamo, senza cercare né il favore degli uomini, né l’applauso delle folle, secondo il detto evangelico (Mt. 6,1): Badate di non fare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere ammirati da loro.
 
Il Santo del giorno: 4 Aprile 2025 - San Benedetto il Moro, Religioso: Copatrono - con santa Rosalia - della diocesi di Palermo, Benedetto Manassari nacque a San Fratello (Messina) nel 1526 da genitori discendenti di schiavi africani. A 21 anni entrò in una comunità eremitica e visse sul Monte Pellegrino. Quando Pio IV sciolse la comunità, passò ai Frati minori. Visse 24 anni nel convento di Santa Maria di Gesù a Palermo come cuoco, superiore, maestro dei novizi, infine ancora cuoco. Morto nel 1589 è santo dal 1807. (Avvenire)
 
O Signore, questo sacramento,
che segna il passaggio dall’antica alla nuova alleanza,
ci spogli dell’uomo vecchio
e ci rinnovi nello spirito.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
 
Guarda con bontà, o Signore, i tuoi fedeli
e proteggi con il tuo benevolo aiuto
coloro che confidano nella tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.
 
 3 Aprile 2025
 
GIOVEDÌ DELLA IV SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Es 32,7-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 105 (106); Gv 5,31-47
 
Colletta
Padre buono, supplichiamo la tua misericordia
perché, purificati dalla penitenza
e santificati dalle buone opere,
possiamo camminare fedelmente nella via dei tuoi precetti
e giungere rinnovati alle feste pasquali.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Voi scrutate le Scritture - Si raccomanda la lettura della sacra Scrittura: Dei Verbum 25: Perciò è necessario che tutti i chierici, principalmente i sacerdoti e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, conservino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato, affinché non diventi «un vano predicatore della parola di Dio all’esterno colui che non l’ascolta dentro di sé», mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo». Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini». Compete ai vescovi, «depositari della dottrina apostolica», ammaestrare opportunamente i fedeli loro affidati sul retto uso dei libri divini, in modo particolare del Nuovo Testamento e in primo luogo dei Vangeli, grazie a traduzioni dei sacri testi; queste devono essere corredate delle note necessarie e veramente sufficienti, affinché i figli della Chiesa si familiarizzino con sicurezza e profitto con le sacre Scritture e si imbevano del loro spirito. Inoltre, siano preparate edizioni della sacra Scrittura fornite di idonee annotazioni, ad uso anche dei non cristiani e adattate alla loro situazione; sia i pastori d’anime, sia i cristiani di qualsiasi stato avranno cura di diffonderle con zelo e prudenza.
 
I Lettura: È la cronaca del desolante peccato di apostasia da parte del popolo d’Israele, stanco di attendere il ritorno di Mosè. Forse fu il tentativo di una fazione rivale del gruppo di Mosè di rimpiazzare con la figura di un vitello l’arca della alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il toro Apis nell’antico Egitto era la divinità della generazione e della forza fecondatrice. Forgiandosi un dio di metallo fuso il popolo veniva ad infrangere la Legge di Dio che ne vietava la fattura (cfr. Es 34,17). Nel brano Mosè è presentato come il grande intercessore, un ruolo che prefigura quello del Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5).
 
Vangelo
Vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza.
 
L’unità tra il Padre e il Figlio consiste nella assoluta armonia che esiste tra l’attività del Padre e quella del Figlio, il che ovviamente esige radicalmente un’identità di natura. Il mistero delle Persone divine e del loro operare viene esplicitato in relazione alla salvezza: il Figlio, vero Dio e vero Uomo, si trova nel mondo per compiere l’opera del Padre, che è  quella di portare agli uomini la salvezza. Il principio di questa comunanza di attività tra il Padre e il Figlio è l’amore: il credente che si fa raggiungere da questo amore riceve il dono immediato della vita e non incorre nel giudizio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,31-47
 
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei:
«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.
Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.
E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?
Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».
 
Parola del Signore.
 
Voi scrutate le Scritture ...: Giovanni Paolo II (Omelia, 17 marzo 1983): Oggi le parole del Vangelo secondo Giovanni ci introducono in uno dei momenti di quella disputa, che Cristo condusse con i suoi contemporanei sulla autenticità della propria missione messianica. L’azione si svolge sullo sfondo della guarigione di uno zoppo nei pressi della piscina di Betzata. Questa guarigione, compiuta in giorno di sabato, suscitò una reazione da parte degli osservanti della Legge mosaica. Gesù difende la giustezza del suo operato, sostenendo che in ciò si manifesta la potenza di Dio stesso, la quale non può essere limitata dalla lettera della Legge. Proprio questa potenza di Dio stesso rende testimonianza a Cristo.
“Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace” (Gv 5, 31-32).
Dio Padre dà testimonianza a Cristo. Una conferma dell’autenticità della sua missione messianica sono i segni, come questo appena fatto, che possono essere compiuti soltanto con la potenza di Dio.
Questo giudizio di Dio stesso su Cristo ha trovato un’eco fedele nella testimonianza data su di lui da Giovanni Battista nei pressi del Giordano: Cristo lo ricorda ai suoi ascoltatori, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse un profeta. Tuttavia aggiunge: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me” (Gv 5, 36-37).
Ci troviamo nel centro stesso di quella disputa, che Gesù di Nazaret conduce con i suoi contemporanei, rappresentanti di Israele. Proprio essi, più di qualsiasi altro, potevano riconoscere in Cristo la testimonianza di Dio stesso. Infatti, erano a ciò particolarmente preparati. Cristo dice: “Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita” (Gv 5, 39-40). Non volete... La controversia, che Cristo svolge con i suoi contemporanei in Israele, riguarda la promessa che quel popolo eletto aveva ricevuto nell’antica alleanza: Cristo viene come compimento di quella Promessa. Ed ecco, non vogliono accoglierlo. Quindi, egli disputa con essi, richiamandosi all’autorità che per essi era la più grande: Mosè. Dice: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me, perché di me egli ha scritto” (Gv 5, 46). E perciò aggiunge: “Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza” (Gv 5, 45). Così, dunque, si svolge una sorta di lite. Essa ha in un certo senso le caratteristiche di un processo giudiziario. Cristo si richiama ai testimoni. Testimone è Mosè e tutto il Vecchio Testamento fino a Giovanni Battista. Testimone è la Scrittura e testimone è tutta l’attesa del Popolo eletto. Ma, soprattutto, testimone sono le “opere” che Cristo compie per intervento del Padre. Dinanzi a questa testimonianza, i testimoni dell’antica alleanza, e soprattutto Mosè, assumono ancora un nuovo carattere: si prestano nel ruolo di accusatori. Sembrano dire: perché non accogliete Gesù di Nazaret, dato che tutto indica che proprio egli è Colui che Dio ha mandato conformemente alla Promessa? Con questa domanda, quei testimoni sembrano però non soltanto chiedere, ma addirittura accusare!
Su che cosa, tuttavia, si svolge questa lite? Soltanto sulla soggettiva autenticità della missione di Gesù di Nazaret come Messia promesso? Indubbiamente sì. Però la controversia va più in profondità e la liturgia odierna pure ce lo dimostra. La controversia giunge più a fondo, e riguarda lo stesso contenuto messianico della missione di Cristo. Si tratta qui di quel contenuto, in cui si manifesta la Verità sostanziale della Rivelazione. Infatti, la parola essenziale della Rivelazione è Dio nella sua stessa Verità Divina. “Rivelazione” vuol dire che Dio parla agli uomini di se stesso. Che comunica se stesso, in modo ovviamente accessibile agli uomini, adattandosi alle loro possibilità e facoltà conoscitive. Ma: comunica se stesso. E vuole che l’uomo lo accolga tale quale egli è. Che pensi a lui come a Colui che egli - Dio - è veramente!
 
In mezzo all’incredulità: Basilio Caballero (La parola per ogni giorno): A chi cerca il proprio interesse e la propria gloria, costa accettare un Dio amico dei peccatori e dei poveri, degli emarginati e degli ignoranti.
Questa fu l’immagine del Padre riflessa in Cristo, che dimostrò con la sua solidarietà e attenzione per l’uomo che è lui la gloria di Dio. Soprattutto costa accettare un Dio crocifisso, perché la croce di Cristo abbatte il piedistallo del vitello d’oro, cioè i falsi dèi creati dall’uomo: potere e superbia, ricchezza e benessere, sesso e consumismo.
Gesù dovette sopportare l’incredulità dei suoi contemporanei. Allo stesso modo, il suo discepolo di oggi dovrà vivere in mezzo al fenomeno attuale dell’incredulità che dalle minoranze intellettuali è passata alla massa.
Questo ci obbliga a riaffermare la nostra scelta personale di fede e a rivedere l’immagine che di Dio, di Cristo e del suo vangelo offriamo al mondo noi cristiani.
Qual è la reazione dei credenti alla sfida dell’incredulità attuale? Con i tempi che corrono, in alcuni si produce un ripiegamento per paura, pessimismo o complesso di persecuzione. Così si dimentica la storia. Tutti i tempi sono stati difficili per la fede, « tempi duri », come diceva santa Teresa d’ Avila. Altri, i più, si lasciano contagiare dai principi in voga. Perciò, sebbene le statistiche siano tra noi ampiamente favorevoli alla fede cattolica, le inchieste e l’esperienza dimostrano che i criteri e la condotta di molti che si dicono credenti non sono più religiosi di quelli di chi si dichiara non credente.
La risposta che si chiede oggi al discepolo di Cristo è di prendere la situazione d’incredulità come una sfida e un’opportunità che, mettendo allo scoperto anche le nostre deficienze, favoriscano una continua conversione evangelica, personale e comunitaria, per vivere e testimoniare meglio la nostra sequela di Cristo.
Per fare questo, dobbiamo prima di tutto ricostruire la nostra identità cristiana e approfondire la nostra esperienza di fede attraverso il contatto personale con Dio. San Paolo diceva: «Ho creduto, perciò ho parlato» (2Cor 4,13). L’incontro con Cristo risorto è annuncio di vita e di salvezza per il cristiano e per le persone che sono in contrasto con lui.
 
Alberto Magno: In ev. Jo. ex p ., V.: Non pensate che sia Io ad accusarvi: non sono infatti venuto a giudicare, ma a salvare ... E gli accusatori nel giudizio sono molti: accusa infatti la coscienza attraverso la testimonianza del peccato; accusa il Legislatore per la trasgressione alla Legge o per l’omissione del precetto; accusa l’Angelo custode per la perdita di effetto della sua protezione; accusa il sacerdote amorevole per la perdita del risultato delle sue cure; accusa il prossimo male istruito per il cattivo esempio ricevuto; accusano tutte le creature per la perdita di obbedienza delle proprie forze.
 
Il Santo del giorno - 3 Aprile 2025 - San Giuseppe l’Innografo, Monaco: Nacque in Sicilia nell’816 e al tempo dell’invasione araba dell’827, con la sua famiglia si rifugiò nella Grecia Meridionale. Nell’831 si recò a Tessalonica nella Macedonia, entrando nel monastero di Latomia. Consacrato sacerdote, ebbe come maestro spirituale San Gregorio il Decapolita, che verso l’840 lo condusse a Costantinopoli. L’anno successivo Giuseppe fu inviato a Roma dal papa Gregorio IV, per chiedere il suo aiuto nella lotta contro l’eresia iconoclasta.
La nave su cui era imbarcato, cadde però nelle mani di pirati arabi che lo condussero a Creta; riscattato e liberato nell’843 tornò a Costantinopoli dove trovò il suo maestro morto. Coinvolto nella vicenda della deposizione del patriarca Ignazio, nell’858, fu esiliato a Cherson in Crimea, dove rimase probabilmente fino al reintegro di Ignazio nell’867. L’imperatore Basilio I il Macedone (812-886) gli affidò la custodia di Santa Sofia a Costantinopoli. Morì nel 886. Sono celebri i suoi inni sacri da cui è derivato il nome «Innografo». (Avvenire)
 
Per la forza del sacramento che abbiamo ricevuto,
purificaci, o Padre, e concedi ai tuoi figli,
oppressi dalla coscienza del peccato,
di essere liberi da ogni colpa,
perché gioiscano in eterno della tua salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
 
O Dio, che proteggi chi spera in te,
benedici, salva e difendi il tuo popolo,
perché, libero dai peccati e sicuro dalle suggestioni del maligno,
cammini sempre nel tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.
 
 2 Aprile 2025
 
Mercoledì IV Settimana Quaresima
 
Is 49,8-15; Salmo Responsoriale dal Salmo 144 [145]; Gv 5,17-30
 
Colletta
O Dio, che doni la ricompensa ai giusti
e non rifiuti il perdono
ai peccatori purificati dalla penitenza,
abbi misericordia di noi,
perché l’umile confessione delle nostre colpe
ci ottenga la remissione dei peccati.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 ... quanti fecero il male per una risurrezione di condanna: Catechismo degli Adulti 1219: La pena dell’inferno è per sempre: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25,4146). «Il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,48). «Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia» (Ap 14,11). L’eternità dell’inferno fa paura. Si è cercato di metterla in dubbio, ma i testi biblici sono inequivocabili e altrettanto chiaro è l’insegnamento costante della Chiesa.
1220 In che cosa consiste questa pena? La Bibbia per lo più si esprime con immagini: Geenna di fuoco, fornace ardente, stagno di fuoco, tenebre, verme che non muore, pianto e stridore di denti, morte seconda. La terribile serietà di questo linguaggio va interpretata, non sminuita. La Chiesa crede che la pena eterna del peccatore consiste nell’essere privato della visione di Dio e che tale pena si ripercuote in tutto il suo essere.
1221 Non si tratta di annientamento per sempre. Lo escludono i testi biblici sopra riportati, che indicano una sofferenza eterna e altri che affermano la risurrezione degli empi. Lo esclude la fede nella sopravvivenza personale, definita dal concilio Lateranense V. Del resto neppure il diavolo è annientato, ma tormentato «giorno e notte per i secoli dei secoli» (Ap 20,10) insieme con i suoi angeli. Quando la Sacra Scrittura parla di perdizione, rovina, distruzione, corruzione, morte seconda, si riferisce a un fallimento della persona, a una vita completamente falsata.
1222 Piuttosto la pena va intesa come esclusione dalla comunione con Dio e con Cristo: «Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!» (Lc 13,27). «Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2Ts 1,9). L’esclusione però non è subita passivamente: con tutto se stesso, a somiglianza degli angeli ribelli, il peccatore rifiuta l’amore di Dio: «Ogni peccatore accende da sé la fiamma del proprio fuoco. Non che sia immerso in un fuoco acceso da altri ed esistente prima di lui. L’alimento e la materia di questo fuoco sono i nostri peccati». L’inferno è il peccato diventato definitivo e manifestato in tutte le sue conseguenze, la completa incapacità di amare, l’egoismo totale. La pena è eterna, perché il peccato è eterno.
Il dannato soffre, ma si ostina nel suo orgoglio e non vuole essere perdonato. Il suo tormento è collera e disperazione, «stridore di denti» (Lc 13,28), lacerazione straziante tra la tendenza al bene infinito e l’opposizione ad esso.
L’amore di Dio, respinto, diventa fuoco che divora e (Cf. Dt 4,24Is 10,17) consuma; lo sguardo di Cristo brucia come fiamma. Dio ama il peccatore, ma ovviamente non si compiace di lui: la sua riprovazione pesa terribilmente.
 
I Lettura: Israele geme sotto il pesante giogo babilonese, è in esilio e Dio, per bocca del profeta Isaia, manda agli sventurati una parola di consolazione: Dio non si è dimenticato del suo popolo, presto si aprirà la via della liberazione e del ritorno alla città santa. Dio protegge il suo popolo, gli donerà la pace, e il suo amore eterno supera l’amore materno: anche se una mamma si dimenticasse del figlio delle sue viscere, Io, dice il Signore Dio, non ti dimenticherò mai.   
 
Vangelo
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole.
 
Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco: il pensiero giudaico “stentava a conciliare il riposo di Dio dopo la creazione, riposo di cui il sabato è l’immagine [Gen 2,2s], con la sua continua attività nel governo del mondo. Si distingueva l’attività di creatore, che è terminata, e l’attività di giudice, che non cessa mai. Gesù identifica la sua attività con quella del giudice sovrano. Da ciò l’indignazione dei giudei e il discorso con cui Gesù giustifica la sua pretesa.” (Bibbia di Gerusalemme). Il brano giovanneo può essere diviso in due parti: nella prima parte Gesù rivela di avere ottenuto dal Padre il potere di dare la vita, nella seconda parte viene messo in evidenza il potere giudiziale del Figlio. Gesù sarà il giudice supremo nell’ultimo giorno. Questo giudizio “rivelerà l’esito del processo [cfr. Gv 3,11] inaugurato dalla venuta del Figlio [Gv 5,25; 12,31]. Gli uomini saranno giudicati secondo la fede accordata o rifiutata a Gesù [Gv 3,18-21; 16,8-11), salvatore di quanti non lo respingono [Gv 3,18; 8,15; 12,47).” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,17-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato».
 
Parola del Signore.
 
Da me, io non posso fare nulla - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù conclude questa prima parte del suo discorso risottolineando la convergenza, la concomitanza, la perfetta sintonia del suo agire con quello del Padre: «Io non faccio nulla da me stesso». E poi, riprendendo l’idea di giudizio, con solennità afferma: «II mio giudizio è giusto», lo è per due motivi: 1° perché egli giudica secondo quello che ascolta, si intende dal Padre; 2° perché egli cerca di fare la volontà di chi lo ha mandato.
Sono espressioni che indicano sempre un’indicibile autorità. Sembra di sentire l’eco delle parole che Gesù pronuncerà di fronte al Sinedrio: «Vedrete il Figlio dell’uomo, seduto accanto a Dio onnipotente, venire sulle nubi del cielo» (Mc 14,62). Come avverrà nel Sinedrio, anche qui i suoi ostili uditori potrebbero pronunciare, ancora una volta (vedi 5,18), la loro sentenza di morte. Da quanto segue, invece, ricaviamo che l’accusa non esplicitata degli uditori suonerebbe come in 8,13: «Tu dai testimonianza di te stesso. La tua testimonianza non è valida». Ma non è così, perché a Gesù non mancano testimoni di alta qualità.
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli) - versetti 25-30. Con questi versetti si chiude la prima parte del discorso del Signore, che si dispiega da Gv 5,19 a Gv 5,47 e il cui nucleo essenziale è costituito dalla rivelazione del suo rapporto con il Padre. Per comprendere le affermazioni fatte qui dal Signore occorre tener presente che Gesù, in quanto è un’unica Persona (divina), un solo soggetto di operazioni, un singolo Io, esprime in parole umane non solamente i sentimenti che egli ha come uomo, ma anche la realtà più profonda del suo essere: è il figlio di Dio, sia nell’eterna sua generazione dal Padre. sia nella nascita temporale, una volta assunta la natura umana. Ecco perché Cristo Gesù possiede una coscienza così viva e profonda - per noi inimmaginabile - della propria filiazione, che lo induce a trattare il Padre con una intimità affatto singolare, con amore e, insieme, con venerazione. Al tempo stesso, è consapevole della sua uguaglianza con il Padre: affermando, quindi, che il Padre gli ha concesso la vita (v. 26) e gli ha dato il potere (v. 27), Cristo dichiara di aver ricevuto non una parte, ma la totalità della medesima vita del Padre - “in se stesso” - e del medesimo suo potere, senza che il Padre ne resti privo.
«Guarda come rivela la propria uguaglianza e come l’unica differenza è data dal fatto che l’uno è il Padre e l’altro il Figlio. Le parole “ha concesso”, “ha dato” evidenziano infatti questa sola diversità e dimostrano che in tutto il resto sono uguali. Ne segue che Cristo fa ogni cosa con la stessa autorità e con lo stesso potere del Padre, attingendo solo da sé la propria forza. Egli infatti possiede la medesima vita del Padre» (San Giovanni Crisostomo, Omelia sul Vangelo di san Giovanni, 39,3).
Leggendo questi passi evangelici, siamo stupiti di come Cristo, nella limitatezza del linguaggio umano, sia riuscito a esprimere i sentimenti del suo unico Io: la seconda Persona della Santissima Trinità, che ha assunto nel tempo (e a partire da quel momento, per sempre) la natura umana. È un mistero che il cristiano è tenuto a contemplare, anche se non gli è possibile intenderlo; può solo sentirsi inondato da una luce così potente da superare la propria capacità di comprensione, ma tale tuttavia da colmarne l’anima di fede e di desideri d’adorazione.
 
Sabato - Il settimo giorno della settimana, giorno di riposo per gli uomini e per le bestie. Forse il termine sabato è in relazione con l’ebraico sheba’ (= sette). Fino ad ora non si conosce nell’ambiente extraisraelitico un ciclo settenario.
Il sabato veniva giustificato con la necessità del riposo per l’uomo e per g1i animali (Es 23,12), in seguito con il ricordo ed il ringraziamento per l’esodo dall’Egitto (Dt 5,12-15) e con il riposo di Iahvé dopo la creazione.
La sua osservanza era un segno del patto (Es 31,16s). Esso era un giorno di gioia (Os 2,11) e di culto (Nm 28,9s).
Si badava rigorosamente a che il sabato fosse celebrato come giorno di riposo. Erano proibiti p. es.: gli affari (Is 58,13), l’accensione del fuoco (Es 35,3), la raccolta della legna (Nrn 15,32-36), infornare e cucinare (cfr. Es 16,23), uscire (Es 16,29), arare e raccogliere (Es 34,21). Dopo lìesilio alcuni ritenevano come illecita perfino la difesa nel combattimento (1Mc 2,32-38). Nel tardo giudaismo si formò una casistica (p. es.: è lecito di sabato salvare un animale domestico infortunato?) che era diventata un peso molto fastidioso (cfr. Lc 11,46) per chi non conosceva le speciali facilitazioni consentite.
Gesù si volse con la parola e con il suo comportamento contro la schiavitù imposta dalla lettera della legge: anche di sabato l’uomo deve fare il bene (cfr. Mc 3,2-6; Lc 13,10-17). Il sabato è per l’uomo e non viceversa (Mc 2,17). Nella comunità primitiva il sabato era ancora osservato insieme ad altre prescrizioni dell’Antico Testamento (cfr. Mt 24,20); ci si liberò lentamente dalla legge giudaica (cfr. Col 2,16s). È stata una cosa sbagliata trasferire in seguito in modo acritico parte delle norme veterotestamentarie del sabato alla domenica: queste sono superate nel cristianesimo. La domenica (Giorno del Signore) non è un sabato, ma ha un altro contenuto.
 
Ugo di S. Caro (Postillae super ev. Jo., V): Questo è contro i presuntuosi che vogliono fare tutto da se stessi, cioè di testa propria e secondo il proprio proposito ... Egli invece dice: Non cerco di fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha inviato, e questo è contro coloro che non obbediscono alle Leggi divine e seguono solo la propria volontà. Dice infatti Bernardo che solo la propria volontà ardeali ‘Inferno: toglila e non vi è già più Inferno.
 
 Il Santo del giorno - 2 Aprile 2025 - Sant’Abbondio, Vescovo: A lui si ispirò certamente il Manzoni nel dare il nome al suo celebre personaggio sul «ramo del lago di Como». Di Abbondio si sa che fu vescovo dal 440, mentre non si conoscono con certezza data di nascita e morte. Come ignoto è il luogo di origine. Conosceva bene il greco e, perciò, prima di dedicarsi a tempo pieno al servizio episcopale (e all’attività missionaria nelle zone montuose vicino Lugano ancora scristianizzate), fu mandato dal Papa Leone I Magno a Costantinopoli per dirimere, con successo, la questione dottrinale sulle due nature di Cristo suscitata da Nestorio ed Eutiche. I resti del patrono sono nella basilica di Como. (Avvenire)
 
O Signore, fa’ che non diventino per noi motivo di condanna
i doni del cielo ricevuti come medicina di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 1 Aprile 2025
 
MARTEDÌ DELLA IV SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Ez 47,1-9.12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 45 (46); Gv 5,1-16
 
Colletta
Dio fedele e misericordioso,
questo tempo di penitenza e di preghiera
disponga i cuori dei tuoi fedeli
ad accogliere degnamente il mistero pasquale
e a proclamare il lieto annuncio della tua salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Peccato e malattia: Catechismo della Chiesa Cattolica Compendio 313: Nell’Antico Testamento l’uomo durante la malattia sperimenta il proprio limite, e nello stesso tempo percepisce che la malattia è legata, in modo misterioso, al peccato. I profeti hanno intuito che essa poteva avere anche un valore redentivo per i peccati propri e altrui. Così la malattia era vissuta di fronte a Dio, dal quale l’uomo implorava la guarigione.
La compassione di Gesù verso gli ammalati e il comportamento della Chiesa verso i malati: Catechismo della Chiesa Cattolica Compendio 314: La compassione di Gesù verso gli ammalati e le sue numerose guarigioni di infermi sono un chiaro segno che con lui è venuto il Regno di Dio e quindi la vittoria sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Con la sua passione e morte, egli dà nuovo senso alla sofferenza, la quale, se unita alla sua, può diventare mezzo di purificazione e di salvezza per noi e per gli altri.
315: La Chiesa, avendo ricevuto dal Signore l’imperativo di guarire gli infermi, si impegna ad attuarlo con le cure verso i malati, accompagnate da preghiere di intercessione. Essa soprattutto possiede un Sacramento specifico in favore degli infermi, istituito da Cristo stesso e attestato da san Giacomo: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio nel nome del Signore» (Gc 5,14-15).
 
I Lettura: Il torrente descritto nel brano del profeta Ezechiele rivela la benedizione che reca al paese la rinnovata dimora di Dio in mezzo al suo popolo, una presenza che apporterà vita e renderà assai feconda la terra. L’immagine sarà ripresa dal libro dell’Apocalisse: “E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (22,1-2).
 
Vangelo
All’istante quell’uomo guarì.
 
La guarigione del paralitico alla piscina, posta nei pressi della porta delle Pecore che conduceva al tempio, avviene di sabato, una vera iattura per i Giudei che vedono male e peccato in ogni angolo del mondo. L’uomo infermo, in verità, è afflitto da due malanni: da una parte, è malato da tanto tempo, 38 anni, e ciò lascia supporre che la sua malattia è inguaribile, dall’altra parte, non può approfittare dell’efficacia miracolosa dell’acqua, riservata al primo che vi entra, poiché non ha nessuno che lo immerge nella piscina. Un caso veramente disperato. Gesù prende l’iniziativa e guarisce l’uomo intimandogli di non peccare più: Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio. Gesù “non dice che l’infermità sia stata una conseguenza del peccato [cfr. Gv 9,2s]. Avverte l’infermo che la grazia della sua guarigione lo impegna a convertirsi [cfr. Mt 9,2-8]; dimenticandolo, rischierebbe peggio della infermità passata. Il miracolo è dunque il «segno» di una resurrezione spirituale” (Bibbia di Gerusalemme). La guarigione mette in risalto l’onnipotenza di Gesù capace di rimettere in piedi un uomo malato e rassegnato, ma mette anche in evidenza la cecità dei Giudei, impotenti di accogliere il Dono di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,1-16

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Parola del Signore.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni - II Vol): L’evangelista, in Gv 5,4, narra che la guarigione degli infermi avveniva con l’immersione nella piscina, dopo che l’angelo aveva agitato l’acqua e, per di più, che la virtù terapeutica dell’acqua si esauriva, curando un solo malato. Invece, il comportamento di Gesù in questa circostanza (Gv 5,8) mette in risalto che il suo potere sulle malattie è illimitato. Il Maestro comanda e l’infermo guarisce. Egli non ordina di immergersi nella piscina, ma solo di prendere il giaciglio e di camminare! Quindi non è l’acqua che risana, ma la parola di Gesù. In tal modo Il Verbo incarnato si presenta come l’unico guaritore. «Con il miracolo, Cristo mostra di essere il vero guaritore; egli infatti ristabilisce completamente il malato in salute , corpo e anima , con una parola.
Duprez sostiene che il richiamo implicito al culto degli dèi guaritori, nella piscina di Betzatà, viene fatto, dall’evangelista, per sottolineare che solo Gesù è il guaritore dell’anima e del corpo e, quindi, per allontanare il pericolo del culto pagano: «Questo studio... ha il grande merito di mostrare il pericolo che presentava, per il cristianesimo nascente, il culto degli dèi guaritori. La chiesa combattendolo non faceva che prolungare l’opera del Cristo che si era manifestato come il solo salvatore capace di portare agli uomini la salute integrale, quella del corpo e dell’anima». [...]
Inoltre il miracolo descritto in Gv 5 mostra che Gesù ha gli stessi poteri di Jahvè, il quale nell’Esodo e nel libro della Sapienza è descritto come liberatore dai nemici, dalle malattie e dalla morte.
«I temi sono molto simili: Dio apporta la salvezza, guarisce con la sua parola. Egli comanda alla vita e alla morte. Si può dire che Gv 5 è un’illustrazione e un compimento, fatto da Cristo, di Sap 16 e un’applicazione a Gesù dei miracoli attribuiti a Dio nell’AT. Cristo, che negli altri miracoli si rivela come colui che libera dalla sete (Gv 2,1-11 e Sap 11,4-14), dalla fame (Gv 6,1-13 e Sap 16,20-22), dalle tenebre (Gv 9,1-41 e Sap 18,1), in questi testi si manifesta come liberatore dalla malattia e dalla morte. Cristo è padrone della vita e della morte, perché il Padre glielo ha dato».
In particolare il miracolo di Betzatà mette in luce che il Cristo è il Salvatore dei più deboli, di coloro che sono abbandonati e trascurati da tutti. Con la sua domanda «vuoi guarire?» (Gv 5,6), «forse Gesù vuole in qualche modo mettere alla prova la fede dell’uomo, a forse mettere a nudo la sua situazione di impotenza. Ma è certo che soprattutto vuoi sottolineare la crudeltà e l’egoismo che si nascondono dietro la pia leggenda dell’acqua miracolosa. Chi veniva guarito? Il più veloce, il più sano o, comunque, il più assistito, cioè il più ricco. La religione popolare copiava lo schema della salvezza degli uomini attribuendo a Dio la stessa ingiustizia. Gesù invece non soltanto salva senza l’acqua, ma salva il più ebole , colui che non poteva salvarsi!
 
Giuseppe Barbaglio (Malattia in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V): Le infermità fisiche dei poveretti che supplicano Gesù “ne provocano la compassione (Mt 9,27; 15,22; 17,15; 20,30-31; Mc 10,47-48; Le 18,38-39). In altre parole, egli se ne fa carico efficacemente. La malattia è un male da cui liberare: le forze nuove, che hanno cominciato a esplodere con l’annuncio del regno di Dio e sono presenti in Gesù, sono creatrici di vita e di salute.
L’accentuazione di Marco sulle guarigioni degli indemoniati poi evidenzia come Gesù sia intervenuto con gesto liberatore a favore anche di malati psichici. In breve, la salute del corpo e della psiche non è estranea alla salvezza promessa dalla venuta del regno di Dio.
In Gv 5,1ss (guarigione del malato alla piscina di Betesda) appare come la cultura del tempo, che legava strettamente malattia e peccato, non sia estranea alle parole di Gesù che, dopo aver risanato il poveretto, così lo esorta: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» (v. 14). In Gv 9,1ss (guarigione del cieco-nato) invece Gesù si oppone alla diffusa mentalità dell’ambiente che attribuiva la cecità del malato ai peccati suoi o a quelli dei suoi genitori, dicendo che questa malattia costituiva un’ottima occasione per l’autorivelazione del Figlio di Dio: « ... i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? Rispose Gesù: Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» ( v. 2-3). Dalla ricerca delle cause egli sposta l’accento sulla finalità della malattia, da cui libera come rivelatore dei tempi ultimi.
 
Lo sguardo non si fermava alla sola salute del corpo: mirava anche alla guarigione dell’anima, alla salvezza spirituale - Giovanni Paolo II (Udienza Generale 29 Aprile 1992): Gli evangelisti ci dicono che fin dall’inizio della sua vita pubblica egli trattava con grande amore e sincera compassione gli infermi e tutti gli altri bisognosi e tribolati che chiedevano il suo intervento. San Matteo attesta che “curava ogni malattia e infermità” (Mt 9, 35). Per Gesù le innumerevoli guarigioni miracolose erano il segno della salvezza che voleva procurare agli uomini. Non di rado egli stabilisce chiaramente questa relazione di significanza, come quando rimette i peccati al paralitico, e solo dopo opera il miracolo, per dimostrare che “il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati” (Mc 2, 10). Il suo sguardo dunque non si fermava alla sola salute del corpo: mirava anche alla guarigione dell’anima, alla salvezza spirituale.
Questo comportamento di Gesù apparteneva all’economia della missione messianica, che la profezia del libro di Isaia aveva descritto in termini di risanamento dei malati e di soccorso dei poveri (cf. Is 61, 1-2; Lc 4, 18-19). È una missione che già durante la sua vita terrena Gesù volle affidare ai suoi discepoli, perché portassero il soccorso ai bisognosi, e particolarmente la guarigione ai malati. Ci attesta infatti l’evangelista Matteo che Gesù, “chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e infermità” (Mt 10, 1). E Marco dice di essi che “scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” (Mc 6, 13). È significativo che già nella Chiesa primitiva venisse sottolineato non solo questo aspetto della missione messianica di Gesù, al quale sono dedicate molte pagine dei Vangeli, ma anche l’opera da lui affidata ai suoi discepoli e apostoli, in connessione con la sua missione.
 
Tommaso d’Aquino: In Jo. ev. exp ., V: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina! il Signore comanda alla natura e alla volontà umane: entrambe sono in suo potere. Comanda alla natura umana dicendo: Alzati; infatti non lo comanda alla volontà, perché essa da sola non poteva farlo; bensì alla natura, che il Signore mutò col suo comando, donandole la forza di potersi alzare. Alla volontà poi comanda: prendi il tuo lettuccio; infatti il giaciglio nel quale l’uomo riposa sta ad indicare il peccato. Ora l’uomo prende il proprio lettuccio quando accetta il peso della penitenza per i peccati commessi ... e cammina per avvicinarsi a Dio.
 
Il Santo del giorno - 1 Aprile 2025 -  Sant’Ugo di Grenoble: Venne alla luce nel 1053 a Châteauneuf-sur-Lers, nel Delfinato, e morì a Grenoble il 1° aprile 1132 dopo 52 anni di episcopato nella città francese. Nato da nobile famiglia, fu educato dalla madre a una vita di elemosina, preghiera e digiuno. A soli 27 anni era già vescovo di Grenoble. Da allora, per tutta la vita, conciliò con abnegazione l’attrazione fortissima verso la vita eremitica e il cenobio e la fedeltà al servizio episcopale, che svolse con grande ardore, secondo lo spirito di riforma della Chiesa che caratterizzò il pontificato di Gregorio VII. (Avvenire)
 
Purifica, o Signore, il nostro spirito
e rinnovalo con questo sacramento di salvezza,
perché anche il nostro corpo mortale
riceva un germe di risurrezione e di vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum

Concedi, Dio misericordioso, che il tuo popolo
viva sempre nell’adesione piena alla tua volontà
e ottenga incessantemente il sostegno della tua clemenza.
Per Cristo nostro Signore.