Il Santo del giorno

6 Giugno 2020

San Raffaele Guízar y Valencia, Vescovo di Veracruz (Messico)


Raffaele Guízar y Valencia nasce a Cotija, nello Stato di Michoacán (Messico), il 26 aprile 1878. I suoi genitori, Prudenzio e Natività, ferventi cristiani, diedero ai loro 11 figli un’ottima educazione religiosa.
Orfano di madre all’età di nove anni, Raffaele fece i primi studi nella scuola parrocchiale e quindi in un collegio dei padri gesuiti. Maturò durante questi anni la sua vocazione al sacerdozio e decise di seguire la chiamata di Dio. Nel 1891 entrò nel seminario minore di Cotija e nel 1896 nel seminario maggiore di Zamora.
Il primo giugno 1901, all’età di 23 anni, fu ordinato sacerdote.
Nei primi anni di ministero sacerdotale si diede con grande zelo a fare “missioni” popolari nella città di Zamora e in diverse regioni del Messico. Nominato nel 1905 missionario apostolico e direttore spirituale del seminario di Zamora, lavorò instancabilmente per inculcare nei seminaristi l’amore all’Eucaristia e la tenera e filiale devozione alla Madonna.
Nel 1911, per opporsi alle ostilità contro la Chiesa, impiantò a Città del Messico una moderna tipografia e cominciò a stampare un giornale cattolico che fu chiuso presto dai rivoluzionari. Perseguitato a morte, visse durante alcuni anni senza dimora fissa, sopportando ogni specie di pericoli e privazioni. Per poter esercitare il proprio ministero, si travestiva da venditore ambulante, da medico omeopatico o da musicante. Poteva così avvicinare i malati, confortarli, amministrare loro i sacramenti ed assistere i moribondi.
Braccato dai nemici, non potendo rimanere più a lungo in Messico, per l’imminente pericolo di essere catturato, si rifugiò, alla fine del 1915, negli Stati Uniti e l’anno dopo nella Repubblica del Guatemala, dove predicò un gran numero di missioni. La sua fama di missionario raggiunse anche la vicina isola di Cuba, ove fu invitato a tenere delle missioni; il suo apostolato in questa isola fu esemplare e fecondo.
Il primo agosto 1919, mentre esercitava a Cuba il suo apostolato missionario, fu nominato Vescovo di Veracruz. Ordinato nella cattedrale di L’Avana il 30 novembre 1919, prese possesso della propria diocesi il 9 gennaio dell’anno seguente. I due primi anni li dedicò a visitare personalmente l’esteso territorio della diocesi, convertendo le visite in vere missioni e in un’opera di assistenza ai disastrati del violento terremoto che aveva portato distruzione e morte fra la povera gente di Veracruz. Predicava nelle parrocchie, insegnava la dottrina, regolarizzava le unioni illegittime, passava delle ore al confessionale, aiutava le vittime del terremoto.
Una delle sue principali preoccupazioni era la formazione dei sacerdoti per questo era solito dire: “A un Vescovo possono mancare la mitra, il pastorale e persino la cattedrale, ma non può mancargli il seminario, poiché dal seminario dipende il futuro della sua Diocesi”. Nel 1921 riuscì a riscattare e restaurare il vecchio seminario di Xalapa, che nel 1914 era stato confiscato, ma il governo confiscò nuovamente l’edificio appena rinnovato. Il Vescovo trasferì allora il seminario a Città del Messico dove funzionò clandestinamente durante 15 anni. Fu l’unico seminario a sopravvivere riuscendo a contare fino a trecento seminaristi.
Dei diciotto anni di episcopato, nove li passò in esilio o vivendo in clandestinità perché lo cercavano per ucciderlo. Diede tuttavia prova di grande forza e coraggio andando a presentarsi di persona a uno dei suoi persecutori e a offrirsi, personalmente, come vittima in cambio della restituzione della libertà di culto.
Nel mese di dicembre del 1937, mentre predicava una missione nella città di Córdoba, ebbe un grave attacco cardiaco che lo prostrò per sempre a letto. Pur gravemente malato, seguiva intensamente dal letto le vicende della diocesi e si preoccupava specialmente del seminario. Nel frattempo si preparava all’incontro con il Signore celebrando ogni giorno la santa Messa.
Muore il 6 giugno 1938 a Città del Messico. Il giorno dopo la sua salma fu portata a Jalapa (poi diocesi e capitale dello Stato di Veracruz), dove si svolsero i trionfali funerali: tutti volevano vedere per l’ultima volta le spoglie del “santo Vescovo Guízar”.  Raffaele Guízar y Valencia è stato beatificato da San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), il 29 gennaio 1995 e canonizzato il 15 ottobre 2006 da Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger, 2005-2013), a Roma in Piazza S. Pietro: è il primo Vescovo canonizzato dell’America Latina. Fonte principale: vatican.va (“RIV./gpm”).  


Benedetto XVI (Omelia, 15 Ottobre 2006)

Cari fratelli e sorelle!
Quattro nuovi Santi vengono oggi proposti alla venerazione della Chiesa universale: Rafael Guìzar y Valencia, Filippo Smaldone, Rosa Venerini e Théodre Guérin. I loro nomi saranno ricordati per sempre. Per contrasto, viene subito da pensare al “giovane ricco”, di cui parla il Vangelo appena proclamato. Questo giovane è rimasto anonimo; se avesse risposto positivamente all’invito di Gesù, sarebbe diventato suo discepolo e probabilmente gli Evangelisti avrebbero registrato il suo nome. Da questo fatto si intravede subito il tema della Liturgia della Parola di questa domenica: se l’uomo ripone la sua sicurezza nelle ricchezze di questo mondo non raggiunge il senso pieno della vita e la vera gioia; se invece, fidandosi della parola di Dio, rinuncia a se stesso e ai suoi beni per il Regno dei cieli, apparentemente perde molto, in realtà guadagna tutto. Il Santo è proprio quell’uomo, quella donna che, rispondendo con gioia e generosità alla chiamata di Cristo, lascia ogni cosa per seguirlo. Come Pietro e gli altri Apostoli, come Santa Teresa di Gesù che oggi ricordiamo, e innumerevoli altri amici di Dio, anche i nuovi Santi hanno percorso questo esigente, ma appagante itinerario evangelico ed hanno ricevuto “il centuplo” già nella vita terrena insieme con prove e persecuzioni, e poi la vita eterna.
Gesù, dunque, può veramente garantire un’esistenza felice e la vita eterna, ma per una via diversa da quella che immaginava il giovane ricco: non cioè mediante un’opera buona, una prestazione legale, bensì nella scelta del Regno di Dio quale “perla preziosa” per la quale vale la pena di vendere tutto ciò che si possiede (cfr. Mt 13,45-46). Il giovane ricco non riesce a fare questo passo. Malgrado sia stato raggiunto dallo sguardo pieno d’amore di Gesù (cfr. Mc 10, 21), il suo cuore non è riuscito a distaccarsi dai molti beni che possedeva. Ecco allora l’insegnamento per i discepoli: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!” (Mc 10,23). Le ricchezze terrene occupano e preoccupano la mente e il cuore. Gesù non dice che sono cattive, ma che allontanano da Dio se non vengono, per così dire, “investite” per il Regno dei cieli, spese cioè per venire in aiuto di chi è nella povertà.
Comprendere questo è frutto di quella sapienza di cui parla la prima Lettura. Essa - ci è stato detto - è più preziosa dell’argento e dell’oro, anzi della bellezza, della salute e della stessa luce, “perché non tramonta lo splendore che ne promana”(Sap 7,10). Ovviamente, questa sapienza non è riducibile alla sola dimensione intellettuale. È molto di più; è “la Sapienza del cuore”, come la chiama il Salmo 89. È un dono che viene dall’alto (cfr. Gc 3,17), da Dio, e si ottiene con la preghiera (cfr. Sap 7,7). Essa infatti non è rimasta lontana dall’uomo, si è fatta vicina al suo cuore (cfr. Dt 30,14), prendendo forma nella legge della Prima Alleanza stretta tra Dio e Israele mediante Mosè. Nel Decalogo è contenuta la Sapienza di Dio. Per questo Gesù afferma nel Vangelo che per “entrare nella vita” è necessario osservare i comandamenti (cfr. Mc 10,19). È necessario, ma non sufficiente! Infatti, come dice San Paolo, la salvezza non viene dalla legge, ma dalla Grazia. E San Giovanni ricorda che la legge l’ha data Mosè, mentre la Grazia e la Verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo (cfr. Gv 1,17). Per giungere alla salvezza bisogna dunque aprirsi nella fede alla grazia di Cristo, il quale però a chi gli si rivolge pone una condizione esigente: “Vieni e seguimi” (Mc 10, 21). I Santi hanno avuto l’umiltà e il coraggio di rispondergli “sì”, e hanno rinunciato a tutto per essere suoi amici. Così hanno fatto i quattro nuovi Santi, che oggi particolarmente veneriamo. In essi ritroviamo attualizzata l’esperienza di Pietro: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mc 10, 28). Il loro unico tesoro è in cielo: è Dio.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci aiuta a comprendere la figura di San Rafael Guízar y Valencia, Vescovo di Veracruz nell’amata nazione messicana, come un esempio di colui che ha lasciato tutto per “seguire Gesù”. Questo Santo fu fedele alla parola divina, “viva ed efficace”, che penetra nel più profondo dello spirito (cfr. Eb 4,12). Imitando Cristo povero rinunciò ai suoi beni e non accettò mai i doni dei potenti, oppure li ridonava subito. Per questo ricevette “cento volte tanto” e poté così aiutare i poveri, anche nelle “persecuzioni” senza tregua (cfr. Mc 10,30). La sua carità vissuta in grado eroico fece sì che lo chiamassero il “Vescovo dei poveri”. Nel suo ministero sacerdotale e poi episcopale, fu un instancabile predicatore di missioni popolari, il modo più adeguato a quel tempo per evangelizzare le genti, usando il suo Catechismo della dottrina cristiana. Essendo la formazione dei sacerdoti una delle sue priorità, riaprì il seminario, che considerava “la pupilla dei suoi occhi” e per questo era solito dire: “A un Vescovo possono mancare la mitra, il pastorale e persino la cattedrale, ma non può mancargli il seminario, poiché dal seminario dipende il futuro della sua Diocesi”. Con questo profondo senso di paternità sacerdotale affrontò nuove persecuzioni ed esilî, ma garantendo sempre la preparazione degli studenti. Che l’esempio di San Rafael Guízar y Valencia sia una chiamata per i fratelli Vescovi e sacerdoti a considerare come fondamentale nei programmi pastorali, oltre allo spirito di povertà e dell’evangelizzazione, la promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose, e la loro formazione secondo il cuore di Gesù!

Pratica: Annuncerò con coraggio il Vangelo.

Preghiera: Tu solo sei santo, Signore, e fuori di te non c’è luce di bontà: per l’intercessione e l’esempio di san Raffaele Guízar y Valencia, vescovo, fa’ che viviamo una vita autenticamente cristiana, per non esser privati della tua visione nel cielo. Per il nostro Signore.




5 Giugno 2020

San Doroteo di Gaza, Asceta


Monaco di Palestina e fecondo scrittore ascetico del VI secolo, nacque ad Antiochia nei primi anni del secolo, da famiglia facoltosa e molto cristiana, crebbe con la passione per gli studi, ricevendo un’eccellente educazione. Decise per una vita di perfezione, quindi verso il 525 entrò nel monastero fondato e diretto dall’abate Seridos, nell’oasi di Thawata a poca distanza da Gaza, nel Meridione della Palestina. Venne affidato dall’abate a due grandi asceti del monastero: s. Giovanni detto il Profeta e s. Barsanufio, che da maestri di vita spirituale, spinsero il giovane al distaccamento progressivo da ogni cosa, all’ubbidienza, all’umiltà, alla mortificazione interiore, aiutandolo a superare gravi tentazioni e crisi di scoraggiamento.
Doroteo venne esonerato dalle tremende mortificazioni corporali in uso nel monachesimo orientale, a causa delle sue precarie condizioni di salute, debilitato dall’intenso lavoro intellettuale. 
Ebbe vari incarichi nel monastero, sia in portineria che in foresteria, dietro ordine dei due asceti sopra menzionati “i gerontes”, costruì un nosocomio per i monaci, che quando si ammalavano non avevano assistenza, usufruendo dell’aiuto finanziario del proprio fratello. 
Fu incaricato anche della direzione spirituale dei monaci ed ebbe come novizio e discepolo Dositeo, santo monaco famoso in Oriente; in seguito fu messo al servizio di s. Giovanni il Profeta che assistette fino alla di lui morte. 
Morti l’abate Seridos e i due “gerontes”, Doroteo lasciò il monastero, non si sa bene il perché, andando a fondarne un altro tra Gaza e Maiuma che porterà il suo nome e dove trascorse il resto della sua vita.
Morì tra il 560 e il 580; del suo corpo, della sua tomba e del suo monastero non è rimasto più nulla, probabilmente tutto fu distrutto dagli arabi, quando presero Gaza nel 634. Di lui rimane la vasta raccolta di scritti, conferenze spirituali, omelie, Istruzioni ascetiche, esortazioni scritte dirette ai monaci. La ‘Vita di s. Dositeo’ può considerarsi come il capolavoro di Doroteo perché fu scritta da un discepolo sotto sua ispirazione. 
Questi scritti ascetici ebbero un enorme successo, che dura tuttora, soprattutto fra i monaci del Sinai nel secolo VII e poi da Costantinopoli mediante s. Teodoro Studita e tramite i monaci basiliani italo-greci, l’opera spirituale di s. Doroteo fu portata alla conoscenza del monachesimo occidentale, determinando un influsso vasto e benefico anche nella spiritualità della Compagnia di Gesù. La bibliografia che riguarda le sue opere è molto vasta, essa va dai manoscritti greci, alle innumerevoli opere librarie, raccolte, ristampe ed edizioni che dalla invenzione della stampa ad oggi, sono state pubblicate in varie Nazioni. I menei slavi riportano al 5 giugno la celebrazione di un s. Doroteo egumeno, che è senz’altro Doroteo di Gaza, mentre in quelli greci non vi è traccia del suo nome.

Autore: Antonio Borrelli


San Doroteo (Fonte: http://www.taize.fr/it)

«Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio» (Istruzioni VI).
Di famiglia agiata, molto colto, appassionato della lettura al punto di portare la sua biblioteca in monastero, Doroteo entra giovane nella comunità dell’abate Seridos presso Gaza in Palestina. Diventa il figlio spirituale di Barsanofio e di Giovanni, due contemplativi conosciuti per la profondità dei loro scambi epistolari. I «grandi vegliardi», come li si chiama nella tradizione monastica, moderano il suo desiderio assoluto di contemplazione e gli propongono perciò di costruire un ospedale per i monaci malati o anziani. Questa esperienza lo porta a poco a poco a sbarazzarsi delle sue proprietà, i suoi libri, i suoi ricchi vestiti. Diventa infermiere capo dell’ospedale costruito a spese della sua famiglia.
La sua corrispondenza con Barsanofio è celebre per il «contratto» fatto tra i due: Barsanofio prende su di sé i peccati di Doroteo (tormentato da un’affettività mal controllata) a condizione che Doroteo si guardi dall’orgoglio, dalla maldicenza e dalle parole inutili. È in un momento di dubbio in cui pensa d’abbandonare il monastero che riceve la parola di Barsanofio che lo illumina: «Come l’ancora per la nave, così sarà per te la preghiera di coloro che sono qui con te». Da quelle difficoltà nasceranno una grande attrazione per la vita comune e la certezza che la preghiera degli altri può sostenere una vocazione per tutta la vita.
Si ricorderà dell’accompagnamento pieno di delicatezza offerto dai due «vegliardi» quando, dopo la loro morte, fonderà lui stesso la propria comunità, a qualche chilometro dal suo primo monastero. È per coloro che si sono uniti a lui che redige le «Istruzioni» che sono pervenute fino a noi. Segnato da un realismo che non esige l’impossibile, propone una vita fatta di rinunce serene, senza eccessi e decisamente comunitarie. Per lui, la comunità forma un vero corpo di cui ogni membro esercita una funzione particolare. La solitudine del monaco non significa isolamento. Egli scrive: «Bisogna fare quel che è detto dell’abate Antonio. Il bene che vedeva in ciascuno di chi andava a visitare, lo raccoglieva e lo custodiva: da questo la dolcezza, da quello l’umiltà; dal tal altro l’amore per la solitudine. Così trovava d’avere in sé le qualità di ciascuno. È quello che dobbiamo fare anche noi, e perciò farci visita gli uni agli altri» (Lettera 1,181).
Doroteo inserisce nella sapienza del deserto ampi contributi della sapienza pagana. In particolare, insiste sul ruolo della coscienza personale, scintilla divina in ogni uomo, e definisce la virtù al modo di Aristotele come «l’intermediario tra l’eccesso e la carenza».
Doroteo mette l’accento sulla «osservanza dei comandamenti», la sola capace a condurre la grazia ricevuta nel battesimo alla radice del male in noi, su «l’apertura del cuore» a colui o colei che ci accompagna. Denuncia in particolare l’orgoglio monastico, la competizione ascetica tra i monaci e pone l’umiltà all’apice della vita spirituale. Il consiglio che dà ai suoi monaci di resistere alle tentazioni, senza irritarsi, ma al contrario con calma e dolcezza, resta oggi pienamente attuale. Nell’ora in cui molti si sentono paralizzati dalla paura del fallimento o del dubbio, occorre riascoltare gli incoraggiamenti di Doroteo: «Nel momento della prova, rimani paziente, prega e non cercare di controllare dei pensieri che vengono dal tentatore con dei ragionamenti umani. L’abate Poemen che lo sapeva, affermava che il consiglio di “non affannarsi per il domani” (Mt 6,34) si rivolge a qualcuno in tentazione. Convinto che ciò è vero, abbandona i tuoi pensieri, buoni che siano, e tieni salda la speranza in Dio “che ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20)» (Lettera 8,193).

Lettera di Doroteo di Gaza.
Lett.II,187.Oeuvres spirituelles de Dorothée de Gaza, S Ch 92.

Non fidarti mai del tuo cuore, perché le antiche passioni lo hanno reso cieco. Non pensare, non credere che quel che pensi tu sia più ragionevole e giusto di quanto ti dice chi ti guida, non farti giudice delle sue azioni, un giudice che tante volte si è sbagliato. È un tranello del maligno che vuole ostacolare la tua obbedienza fiduciosa in tutto e la salvezza che ne deriva. Sii sottomesso in piena pace e seguirai la via dei Padri senza correre rischi, senza sbagliare.
Fa’ violenza a te stesso in ogni cosa e spezza la tua volontà; per grazia di Cristo ti abituerai a ciò e riuscirai a farlo senza sforzo penoso, come se tutto avvenisse secondo i tuoi desideri, perché non vorrai più che le cose avvengano secondo la tua volontà, ma vorrai quel che accade; così sarai in pace con tutti.
Credi pure: tutto quanto ci capita avviene per disegno di Dio, anche le minime cose; sicché sopporta senza turbamento quanto ti accade. Credi che l’essere disprezzato e offeso è per te rimedio contro l’orgoglio e prega per quelli che ti maltrattano come per i tuoi veri medici. Sii certo che chi odia essere disprezzato, odia l’umiltà e chi rifugge da colui che lo irrita, fugge la mitezza.


di Doroteo di Gaza
Il fuoco della collera (Istruzioni, 8,89-91)

Altro è il rancore e altro è la collera; una cosa è l’irritazione e altra cosa è il turbamento.
Vi faccio un esempio perché comprendiate meglio. Quando qualcuno accende un fuoco, all’inizio c’è un piccolo carbone. Ecco, questo rappresenta la parola del fratello che vi offende. Sì, proprio un piccolo carbone; che cos’è infatti una semplice parola del fratello? Se la sopportate, spegnerete senz’altro il carbone. Al contrario, se vi fermate a pensare: «Perché mi ha detto questo? Anch’io ho da rimproverargli qualcosa! Se non aveva l’intenzione di offendermi, avrebbe potuto parlarmi in altri termini. Si sappia bene che posso anch’io rispondergli come si deve!», voi fate come colui che accende il fuoco. e vi getta sopra dei ramoscelli o altro: fate del fumo, e questo è il turbamento. Il turbamento non è altro che il movimento e l’afflusso di pensieri che eccitano ed esaltano il cuore. È proprio questa esaltazione che spinge a vendicarsi dell’offensore...
Sopportando la parola del fratello invece, potrete spegnere il piccolo carbone prima che appaia il turbamento. Ma potrete calmare facilmente anche il turbamento con il silenzio e la preghiera. Se, al contrario, continuate a produrre fumo eccitando il vostro cuore e pensando: «Ma perché mi ha detto questo? Anch’io posso dirgli altrettanto!», l’afflusso e l’urto dei pensieri, se così si può dire, fanno ribollire e riscaldano il cuore provocando la fiamma dell’irritazione... Eccola dunque arrivata. Se volete, potete ancora estinguerla prima che diventi collera. Ma se continuate a tormentare voi stessi e gli altri, fate come colui che aggiunge legna attivando il fuoco: è allora che la legna diventa carbone ardente. Ed è la collera...
Se all’inizio del turbamento, all’apparire del fumo e delle scintille, si prendono le dovute precauzioni accusando se stessi, prima che sorga la fiamma dell’irritazione, si resta in pace. Ma se, provocata l’irritazione, si persiste nel turbamento e nell’eccitazione, non si fa che mettere legna al fuoco alimentandolo fino a fare delle belle braci. E come queste, divenute carbone e messe da parte, si conservano anche se vi si getta sopra dell’acqua, così la collera, prolungandosi nel tempo, diviene rancore...
Ecco, ora sapete che cos’è il turbamento, l’irritazione, la collera e il rancore. Vedete come da una piccola parola si può arrivare a un grande male? Se all’inizio si incolpava se stessi, se si sopportava pazientemente la parola del fratello senza volersi vendicare né rispondergli e rendergli male per male, si sarebbero potuti sfuggire tutti questi mali. Fratelli, non smetterò mai di dirlo, strappate le passioni fin che sono giovani e prima che s’irrobustiscano facendovi soffrire: una cosa è strappare un arboscello, altro è sradicare un grosso albero.

Pratica: Conquisterò con impegno la virtù dell’umiltà

Preghiera: Tu solo sei santo, Signore, e fuori di te non c’è luce di bontà: per l’intercessione e l’esempio di san Doroteo fa’ che viviamo una vita autenticamente cristiana, per non esser privati della tua visione nel cielo. Per il nostro Signore.

4 Giugno 2020

              San Filippo Smaldone, “Apostolo dei sordomuti”                   
Filippo Smaldone, primogenito di sette figli, nasce a Napoli, il 27 luglio 1848, nel popolare quartiere Mercato (lo stesso del vostro umile servitore “gpm” e redattore di questa composizione agiografica), da Antonio e Maria Concetta De Luca, che danno una sana educazione ai loro figli.
Quando egli era ragazzo di dodici anni, la monarchia borbonica, alla quale era fortemente attaccata la sua famiglia, conobbe il suo rovesciamento politico, e la Chiesa, con la conquista di Garibaldi, conobbe momenti drammatici con l’esilio del suo Cardinale Arcivescovo Sisto Riario Sforza.
A 15 anni entra nel seminario arcivescovile, veste l’abito talare - come si usava allora - il 27 settembre 1863 nella chiesa di S. Caterina al Foro Magno.
Mentre era ancora studente di filosofia e di teologia, volle già dare un’impronta di servizio caritatevole alla sua carriera ecclesiastica dedicandosi all’assistenza di una categoria di soggetti emarginati, che erano particolarmente numerosi e fin troppo abbandonati in quei tempi a Napoli: i sordi.
In questa sua intensa attività benefica si applicò e si distinse molto più che negli studi, per cui ebbe scarso successo in alcuni esami premessi alla ricezione degli ordini Minori; ciò provocò il suo passaggio dall’arcidiocesi di Napoli a quella di Rossano Calabro dove fu accolto dall’arcivescovo Mons. Pietro Cilento.
 Nonostante il cambio canonico di diocesi, - che peraltro durò solo pochi anni, perché in seguito, nel 1876, fu reincardinato a Napoli, - con licenza del suo nuovo Arcivescovo, restò a Napoli, dove proseguì gli studi ecclesiastici.
Mons. Pietro Cilento, che lo stimava, volle ordinarlo personalmente a Napoli: suddiacono il 31 luglio 1870; diacono il 27 marzo 1871 e, finalmente, sacerdote il 23 settembre 1871, con dispensa di alcuni mesi dall’età canonica dei 24 anni richiesti.
 Appena sacerdote, iniziò un fervido ministero sacerdotale come assiduo catechista nelle “cappelle serotine”, che da fanciullo aveva frequentato con profitto, come collaboratore zelante in varie parrocchie, specialmente in quella di Santa Caterina in Foro Magno, come visitatore assiduo e ricercato di ammalati in cliniche, in ospedali e in case private. La sua carità raggiunse l’acme della generosità e dell’eroismo in occasione di una forte pestilenza a Napoli, dalla quale restò anche lui colpito e portato in fin di vita, e dalla quale fu guarito dalla Madonna di Pompei, che divenne la sua devozione prediletta per tutta la vita.
 Lo zelo e la carità, di cui era pieno il suo cuore, lo spingevano ad orientare la sua vita apostolica verso le missioni, come traguardo e coronamento del suo sacerdozio, ma Dio, che guida il cammino di ogni uomo, gli rivelò la Sua volontà con una coincidenza casuale: incontrò in Chiesa un bambino sordomuto, che piangeva inconsolabile tra le braccia della madre, la quale non riusciva a comunicare con lui e a calmarlo.

Il 25 marzo 1885 partì per Lecce per aprire, insieme con don Lorenzo Apicella, un istituto per sordi. Vi condusse alcune suore, che aveva formato in precedenza, e gettò così le basi della Congregazione “Suore Salesiane dei Sacri Cuori”, che, benedetta e largamente sostenuta dai Vescovi di Lecce, Mons. Salvatore Luigi dei Conti di Zola e Mons. Gennaro Trama, ebbe una rapida e solida espansione.
All’istituto di Lecce, con sezioni femminile e maschile, che ebbe sedi sempre più ampie per il crescente numero degli assistiti, fece seguito, nel 1897, quello di Bari.
Poiché il cuore compassionevole di don Filippo Smaldone non sapeva dire di no alle richieste di tante famiglie povere, ad un certo punto cominciò ad ospitare, oltre le sorde, anche le fanciulle cieche e le bambine orfane ed abbandonate. Né dimenticava i bisogni umani e morali della gioventù in genere. Aprì, infatti, diverse case con annesse scuole materne, con laboratori femminili, con pensioni per studentesse, tra le quali una anche in Roma.
Per circa un quarantennio fu sempre sulla breccia senza tirarsi mai indietro, prodigandosi in tutti i modi per sostenere materialmente ed educare moralmente i suoi cari sordi, verso i quali aveva affetto e cure di padre, e per formare alla vita religiosa perfetta le sue Suore Salesiane dei Sacri Cuori.
Finì i suoi giorni a Lecce, sopportando con ammirata serenità, una diuturna malattia diabetica complicata da disturbi cardiocircolatori e da generale sclerosi. Si spense santamente alle ore ventuno del 4 giugno 1923, dopo aver ricevuto tutti i conforti religiosi e la benedizione dell’arcivescovo Trama, attorniato da diversi sacerdoti, dalle sue Suore e dai sordi, all’età di 75 anni.
Don Filippo Smaldone è stato beatificato da San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), il 12 maggio1996, e canonizzato il 15 ottobre 2006 da Papa Benedetto XVI (Joseph Aloisius Ratzinger, 2005-2013), a Roma in Piazza S. Pietro.
Il carisma della Congregazione “Suore Salesiane dei Sacri Cuori” è: annunciare Cristo ai sordi, testimoniare il suo amore misericordioso che si fa prossimo in ogni condizione esistenziale dell’uomo per dare la vita, la libertà e la gioia. I mezzi: la comunicazione attraverso il bilinguismo, le strutture scolastiche di ogni ordine e grado, i centri di riabilitazione audio fono logopedica, i centri di pastorale dei sordi per tutto l’arco della vita, l’organizzazione di volontariato “Filippo Smaldone”.
Il nome “Salesiane” è stato scelto perché il Fondatore si è ispirato alla spiritualità di S. Francesco di Sales; “Sacri Cuori”, perché dal Cuore di Cristo e della Sua Madre le religiose maturassero una forte carica di misericordia, di pazienza, di umiltà e di dolcezza per riversarla sui poveri di ogni tempo e testimoniare che Dio è Amore.

Fonti principali: salesianesacricuori.it; vatican.va; wikipedia.org (“RIV./gpm”).


Miracolo che ha portato alla canonizzazione il beato Filippo Smaldone

Guarigione miracolosa di Suor Basilide Urbano Suora salesiana dei Sacri Cuori Sr. Grazia Urbano, da religiosa Sr. Basilide, nata il 14/06/1928, insegnante di scuola materna in Acquarica di Lecce, all’età di 71 anni viene colta da una forma febbrile a sede broncopolmonare con notevole dispnea e uno stato di fibrillazione cardiaca, inoltre è presente una sindrome depressiva e non riusciva più a camminare per la presenza di una intensa astenia, per cui fu ricoverata presso la casa di cura Santa Maria in Bari. La terapia eseguita fino ad allora non le aveva dato alcun miglioramento, anzi peggiorava di
giorno in giorno, per cui il ricovero presso la clinica Santa Maria di Bari fu efficace perché ebbe la possibilità, durante la degenza di un mese, di essere sottoposta ad accertamenti diagnostici e la diagnosi accertata fu “dispnea in paziente con bronchite cronica”. La prima radiografia del torace del 31/03/1999, mostra un “addensamento parenchimale del segmento ventrale del lobo superiore destro”. La clinica Santa Maria non era attrezzata per indagini specifiche, per cui il 27 aprile 1999, fu ricoverata presso l’ospedale civile “San Paolo” di Bari con la diagnosi di “localizzazione polmonare secondaria in paziente con fibrillo-flutter, lieve insufficienza renale cronica, nodulo tiroideo, aortomiocardiosclerosi e una sindrome ipertensiva con aritmia’“. Il nodulo tiroideo viene evidenziato con una ecotiroide che mostra un volume modestamente aumentato a destra. Ecostruttura notevolmente disomogenea con aree ipoecogene a margini sfumati e microcalcificazioni. Nodulo solido, isoecogeno con alone ipoecogeno a un terzo superiore del lobo destro, del diametro di 12 mm. Viene eseguito un agoaspirato che estrae del materiale che non viene diagnosticato. Gli esami ematochimici risultano elevati: la ferritina, il ca 125, LDH la VES, le prove di funzionalità epatica. Un RX del torace evidenzia la presenza di noduli polmonari per cui viene proposta una biopsia polmonare per chiarire la natura dei noduli visibili radiologicamente e per confermare la diagnosi di sospetta neoplasia polmonare eseguita il 26/04/1999, ma l’intervento fu rifiutato dalla malata per cui il 07/05/1999 fu dimessa. Le condizioni della suora erano alquanto disperate per cui suor Basilide, avendo perso la speranza di una valida guarigione, si rivolse con intenso fervore al Beato Filippo Smaldone, fondatore delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, alle quali appartiene la sanata, perché intercedesse per la sua salute. Durante i giorni di degenza presso l’ospedale “San Paolo” la sanata riferisce che una notte avvertì una forte spinta interiore che la invitava ad alzarsi dal letto e camminare. Ubbidendo a questa spinta interiore, faticosamente scese dal letto, ma purtroppo cadde sul pavimento. Gli impulsi improvvisi e ripetuti ad alzarsi dal letto li avvertì anche nel corso di altre notti; ma due, tre giorni prima della dimissione riuscì a scendere dal letto, a tenersi in piedi da sola e a camminare. Lo stato di piena e totale salute risultò ai controlli effettuati presso la casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo il 13 maggio 1999 e poi i1 21 luglio 1999. Ancora nell’ottobre 1999 i controlli effettuati presso la ASL di Lecce risultavano tutti normali. Il 30 settembre 2002 una TAC del torace metteva in evidenza la piena normalità. Lo stato di piena salute fu verificato dai due medici ab inspectione in data 03/OS/2002, a tre anni di distanza dalla guarigione. II Dott. Francesco De Matteis, primo perito, ritenne la guarigione della paziente rapida e repentina, senza alcuna terapia adeguata. Il Dott. Salvatore Meleleo, secondo perito, ritenne il caso fuori dalla normalità evolutiva della malattia. I medici dal canto loro affermano che la guarigione non è spiegabile né naturalmente né scientificamente. Oggi Suor Basilide gode ottima salute ed è ritornata a svolgere il lavoro di sempre presso la scuola materna e la parrocchia di Acquatica. Il tre febbraio 2005 la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi concludeva l’esame del caso di guarigione di Suor Basilide Urbano, affermando che la guarigione medesima era da ritenersi, “rapida, completa, duratura, inspiegabile” secondo la scienza medica. Successivamente, il Santo Padre Benedetto XVI, dopo i Voti dei Consultori Teologi e il parere autorevole dei Cardinali e Vescovi,dichiarava solennemente che la guarigione di Suor Basilide era “miracolo” da attribuire alla invocata intercessione del Beato Filippo Smaldone, fondatore delle suore Salesiane dei Sacri Cuori.

Pratica: Aiuterò e consolerò i più poveri.

Preghiera: San Filippo Smaldone, che hai onorato la Chiesa con la tua santità sacerdotale e l’hai arricchita di una nuova famiglia religiosa, intercedi per noi, presso il Padre, perché possiamo essere degni discepoli di Cristo e figli obbedienti della Chiesa. Tu che sei stato maestro e padre dei sordomuti, insegnaci ad amare i poveri e a servirli con generosità e sacrificio. Ottienici dal Signore il dono di nuove vocazioni sacerdotali e religiose, perché non manchino mai nella Chiesa e nel mondo i testimoni della carità. Tu, che con la santità della vita e con il tuo zelo apostolico, hai contribuito allo sviluppo della fede e hai diffuso l’adorazione eucaristica e la devozione mariana, ottienici la grazia che ti domandiamo e che, fiduciosi, affidiamo alla tua paterna e santa intercessione. Per Cristo nostro Signore. Amen.

3 Giugno 2020

Beato Diego Oddi, Religioso


La Vita e le Opere di Fra Diego

Riassunto a cura di G. Oddi

Nasce il 6 giugno 1839 a Vallinfreda un grazioso paesino ai confini della provincia di Roma con l’Abruzzo. I primi 32 anni della sua vita li trascorre nel suo paese aiutando la famiglia nel duro lavoro dei campi, poi entra in convento dove vi rimane fino alla fine dei suoi giorni; a soli tre giorni dal suo 80mo compleanno morì. Giuseppe Oddi, così si chiamava prima di entrare in convento, era nato da una famiglia povera si, ma non misera: una casa, un piccolo appezzamento di terra da lavorare, un lavoro artigianale da fare in quelle giornate piovose o nelle lunghe serate invernali, davano alla famiglia il necessario per vivere una povertà dignitosa. Nella famiglia c’era però una ricchezza di sentimenti religiosi, di onestà morale e di virtù cristiane, che faceva della piccola casa un nido di felicità e di pace, che tutto il paese ammirava ed invidiava. A venti anni il giovane Giuseppe era visto dalle fanciulle del paese come un “partito” desiderabile, soprattutto dalla giovane Agata che piaceva molto ai suoi genitori che avrebbero visto con gioia un bel matrimonio tra loro. Fu allora che iniziarono tra parenti e comari del paese le strane manovre per creare degli incontri tra i due, ma Giuseppe non faceva caso a queste cose. Un giorno, secondo l’usanza del paese, arrivò in casa Oddi il dono che simboleggiava la domanda, da parte della ragazza: erano dei fazzoletti che la ragazza aveva orlato e ricamato e che il giovane avrebbe dovuto usare per acconsentire al fidanzamento. In quel tempo era così che si facevano le cose!Nonostante le varie insistenze e sollecitazioni da parte della mamma la risposta tardava ad arrivare finché un giorno Giuseppe disse “mamma, prendete quei fazzoletti e riportateli all’Agatina. Io non voglio sposarmi”. La mamma versò fiumi di lacrime che però non lo smossero dalla sua decisione. Cosa era accaduto?
Poco tempo prima mentre era nei campi insieme alla famiglia a mietere l’orzo, Giuseppe si era sentito chiamare ripetutamente. Corso dalla madre e dalla sorella chiese loro perché lo chiamassero ma queste si meravigliarono perché nessuna di loro lo aveva fatto. Scherzi del solleone?
Non era possibile, la chiamata c’era stata e per ben tre volte. Nella mente del giovane quella misteriosa chiamata si ripeteva come un’eco senza fine ed iniziò a nascere dal fondo dell’anima la risposta da dare a Colui che lo aveva chiamato. Il giovane Giuseppe era solito passare tutte le sere dal ritorno dai campi, nella chiesa del paese per un colloquio con Dio e con la Madre celeste alla quale era legato da sempre con una devozione filiale. Quella sera entrando Giuseppe disse “Signore cosa vuoi da me?”. Da quel momento la vita del giovane Giuseppe cambiò secondo una logica che a noi poveri mortali, sfugge.
Qualche tempo dopo il giovane Giuseppe si recò a visitare insieme ad un gruppo di pellegrini il Sacro ritiro di S. Francesco a Bellegra ; allora aveva solo 21 anni ma restò suggestionato dal luogo e dalla santa vita che conducevano i frati. Questo ricordò lo portò con se per diversi anni fino a quando un giorno ci ritornò: aveva 25 anni. Venne ad aprirgli la porta un vecchio frate di cui aveva sentito parlare come un frate dalla santa vita.
Quel vecchio stava al ritiro da cinquant’anni e da cinquant’anni apriva la porta ai pellegrini e viandanti; per tutti aveva una buona parola, un sorriso e se occorreva anche un rimprovero o un pezzo di pane: quel frate si chiamava fra Mariano da Roccacasale. Giuseppe era venuto al sacro ritiro per avere un consiglio proprio da lui appena lo vide gli fece una bella impressione, lo chiamò gli voleva baciare la mano ma lui la ritirò e gli diede da baciare l’abito. Quando gli chiese consiglio fra Mariano gli rispose “sii buono, sii buono, figlio mio!” e nel pronunciare quelle parole si recò in chiesa. In quel momento il giovane Giuseppe capì il significato di quelle parole così come aveva capito quale era il significato della propria vita.
Nel lungo viaggio di ritorno a Vallinfreda le parole di fra mariano cominciarono a lavorare dentro di lui con la consapevolezza della verità appena scoperta. Non è un cammino facile; la strada per diventare buoni e da ricominciare ogni mattina. Giuseppe aumentò il tempo dedicato alla preghiere pur riprendendo il suo lavoro, ma quella speciale chiamata si rafforzava sempre di più.
Il 30 maggio 1867 muore la sua mamma Bernardina e per la piccola famiglia ma soprattutto per Giuseppe viene a mancare una tassello fondamentale del la sua vita e dell’unità familiare. Due anni dopo sua sorella Marianna si sposò  ed andò a vivere con lui ed il suo vecchio padre; questa soluzione fu per Giuseppe un altro passo verso la realizzazione del suo ideale ora non ci sono più ostacoli o legami che lo costringono a restare, infatti l’anno seguente trascorsa la Pasqua Giuseppe lascia definitivamente il paese e parte per Bellegra. Nella povera chiesa del ritiro, inginocchiato davanti al crocifisso finalmente può dare risposta , dopo tanti anni, alla chiamata ricevuta.
Da quel giorno in cui la porta del sacro ritiro si chiuse alle spalle di Giuseppe si darà inizio alla seconda parte della sua vita.
La mattina del 12 febbraio 1885 dopo 14 anni di vita in convento come oblato, Giuseppe riceve l’abito di novizio francescano ed assume il nome di frate Diego. Con questo abito e con questo nome inizia con tutta la passione ed il vigore della sua giovinezza, l’anno di noviziato. Un anno dopo il 14 febbraio, si consacra per sempre a Dio con i voti di povertà, castità ed obbedienza. Una volta consacrato a Dio la corsa verso la santità si fa più rapida, trova nella preghiera l’alimento per questa cosa. Egli, il povero illetterato contadino, saprà trarre dalla preghiera assidua la forza ed il coraggio per costruire una vita veramente santa ed eroica. Di giorno e di notte, lavorando, camminando,pregava continuamente. Quando la campana del silenzio serale invitava i religiosi a prendere riposo nella propria cella, Diego rimaneva a parlare con il Signore e spesso questo colloquio si protraeva per tutta la notte. Quando girava per i paesi a questuare, terminato il giro delle case, verso sera entrava in chiesa ed assisteva con i fedeli alla sacra funzione, poi persuadeva il sagrestano ad andarsene a casa perché avrebbe pensato lui a suonare l’Ave Maria e a chiudere la chiesa. Così restava spesso i preghiera per tuta la notte ed al mattino i benefattori che lo ospitavano, trovavano il letto intatto. Da questo continuo colloquio con Dio egli attingeva la sapienza, la profondità della fede che gli altri poi raccoglievano dalle sue parole e discorsi. Non solo i semplici fedeli ma anche i sacerdoti ed i parroci ne rimanevano edificati. Oltre alla preghiera assidua e profonda, ciò che faceva rimanere ammirati coloro che lo avvicinavano era anche l’austerità della vita e la penitenza che nascondeva gelosamente, ma che non poteva no essere vista da chi gli era vicino o chi lo ospitava quando si recava nei paesi a questuare. Camminò sempre a piedi per strade fangose e sassose, con i piedi appena coperti dai sandali francescani, sotto la neve e la pioggia d’inverno e nella polvere e sotto il sole cocente d’estate. Una mattina d’inverno dove la campagna era sepolta sotto una nevicata eccezionale giunto al monastero di Santa Scolastica a Subiaco i monaci gli si fanno incontro vedendolo arrivare con i piedi gonfi ed arrossati dal freddo intenso dandosi da fare per offrirgli calze e scarpe, ma fu tutto inutile fra Diego ringraziò e scherzosamente ma con decisione disse loro che quando aveva stipulato il patto con San Francesco sapeva che sarebbe andato incontro sia all’estate che all’inverno, per cui doveva stare ai patti. Questa risposta celava la sua volontà di vivere una vita di sofferenza, infatti anche quando gli si offrivano dei cibi che lui definiva prelibati, senza farsene accorgere tirava fuori dalle tasche della cenere e la cospargeva sopra il proprio cibo per renderlo meno prelibato. Era per questo spirito di penitenza che fra Diego lasciava il letto intatto che i suoi benefattori gli lasciavano quando andava a trovarli durante i giri per la questua. Pensando alla passione di Gesù per i tanti peccati degli uomini, egli preferiva passare la notte in preghiera e prendere sonno per poche ore disteso sul pavimento. Oggi è facile sorridere a questi racconti, noi abbiamo dimenticato cosa vuol dire sacrificarsi per il prossimo. Passavano gli anni e l’edificio della santità che fra Diego aveva cominciato a costruire dall’anno del suo noviziato cresceva sempre più sotto la spinta della grazia. La preghiera assidua, la penitenza, l’obbedienza silenziosa, la povertà austera, l’accurata premura per la salvezza dei fratelli, erano come altrettante pietre che andavano a completare il suo edificio spirituale. Si iniziò a gridare alla sua santità: anche i più distratti se ne accorgevano e gli uomini sentivano che sotto quella semplicità si nascondeva la santità. Si iniziò a parlare di prodigi. Non dimentichiamoci che fra Diego è vissuto nei giorni nostri, la sua è una storia i cui testimoni sono nostri contemporanei; 130 di essi si sono presentati presso il tribunale ecclesiastico per rispondere sotto giuramento, a precise domande sulle gesta di questo frate e le risposte che hanno dato sono una conferma della santità di fra Diego. Molti di essi sono morti ma qualcuno vive ancora. Questi testimoni non sono persone sprovvedute, che accetta il soprannaturale ad occhi chiusi ma tra loro ci sono Cardinali, vescovi, professionisti, avvocati, medici di grido, senatori e ministri dello stato che lo conobbero, parlarono con lui e toccarono con mano la sua santità. Il mondo ne quale fra Diego visse per 50 anni non si limitava ai pochi paesi intorno a Bellegra, ma ad una vasta zona che dai confini con l’Abruzzo arrivava fino alle porte di Roma: più di 50 paesi e borghi furono il teatro della sua vita.
Ovunque egli  è passato ha lasciato un profumo di santità, un’ansia di Dio ed uno stimolo alla conversione. Bastava  vederlo passare o pregare o sorridere; bastava il suo saluto familiare “ sia lodato Gesù e Maria”, perché ognuno anche il più incredulo, sentisse una folata di fede passargli nell’anima.
È  inutile chiederci a che servono i prodigi che a volte spuntano all’improvviso senza che nessuno li abbia chiesti. Fu così anche sulla strada dove passava fra Diego; se pioveva o nevicava mentre il fraticello andava questuando per i suoi frati che al ritiro pregavano e lavoravano, quando rientrava in convento la sua tonaca era sempre asciutta come se avesse camminato sotto il sole.
Se per indugiare nella preghiera o consolare un afflitto si era fatto tardi per rientrare in convento e la distanza era molta, questa viene superata in modo misterioso. Questo viene raccontato da persone al di sopra di ogni sospetto. Il Cardinale Giustini, soleva ricordare che trovandosi a villeggiare a Rocca Canterano invitò un giorno fra Diego a salire sulla sua automobile dovendo percorrere lo stesso tragitto, ma il frate con molta umiltà rifiutò il passaggio e si mise in cammino dietro una nuvola di polvere lasciata dall’automobile. Quale meraviglia colpì il cardinale quando all’arrivo, nello scendere dall’auto vide sorridente tra la folla fra Diego farsi avanti per baciargli l’anello e salutarlo!
Un fatto simile si è ripetuto a Genazzano ed a Ciciliano dove fu visto arrivare sollevato da terra, quasi volasse.
Fra Diego a Mons. Giustini predisse che sarebbe stato creato cardinale ed in seguito nominato Protettore dell’Ordine Francescano
Ed ancora prodigi e prodigi che sembrano scherzi ma non lo sono: una botte asciutta e che da mesi non da più vino una volta toccata dal fraticello torna a dare ottimo vino.
Chi talvolta gli negava la solita elemosina con la scusa di non avere nulla da dare si sentiva invitato ad aprire un tale cassetto, la madia del pane o a scendere nel pollaio per trovarsi  davanti ciò che voleva nascondere: otteneva così il doppio risultato: scuse, confusione ed elemosina per il convento.
A chi invece si dimostrava generoso, nonostante la scarsità dei mezzi a disposizione, fra Diego prometteva centuplicata in nome di Dio la carità fatta.
Così successe a canterano in casa Ferdinandi: da un contenitore di olio giunto ormai a metà, i buoni coniugi prelevarono un’abbondante dose di olio nonostante la scarsità del raccolto. Fra Diego si commosse da tale gesto e li ringraziò con la solita frase “Dio e S. Francesco ve l’accrescano”! Venti giorni dopo chi scese in cantina per andare a prendere dell’olio dovette gridare alla meraviglia, non credeva ai suoi occhi il contenitore che solo qualche giorno prima era quasi vuoto ora era stracolmo e poco mancava che traboccasse a terra.
Una sera di novembre nella piana sottostante Oricola, piccolo paese al confine con l’Abruzzo, fra Diego fu sorpreso per strada dall’oscurità. Camminava già da qualche ora ed aveva cominciato a piovere lentamente. Il frate era stanco per il cammino ed il peso della bisaccia, gonfia per la carità dei benefattori. Si fermò a riposare sull’orlo di una cunetta ed iniziò a pregare come era solito fare con il suo rosario. Il buio incombeva su tutta la piana. Un uomo del luogo il sig. Santese Emilio che era sceso da poco dal treno per far ritorno dalla sua famiglia, vide una luce misteriosa irradiarsi lontano (all’epoca non c’erano i lampioni), affrettò il passo ed avvicinandosi alla luce vide il piccolo frate in preghiera circondato da un alone di luce che disegnava il suo profilo.
Giunto più vicino lo riconobbe e lo chiamò solo allora il servo di Dio come svegliandosi da un sogno, gli rispose ed al suono della sua voce quell’aureola di luce si spense e tutto ricadde nel buio. Stupefatto il buon Santese invitò fra Diego a passare la notte a casa sua e durante il tragitto gli raccontò di essere stato ad Avezzano dove in pretura aveva perso una causa che per lui era vitale, a quel punto il fraticello gli disse di non disperare perché l’avrebbe vinta successivamente; infatti appellatosi al tribunale dell’Aquila questo gli rese giustizia così come predettogli da fra Diego.
Ci si chiede il perché di questi prodigi e l’unica risposta è questa: Dio è misteriosamente innamorato dei piccoli, dei deboli, che sono poi i semplici ed i poveri del Vangelo. Egli ha un debole per l’umiltà, quando gira lo sguardo sulle creature, egli si ferma e si compiace di quelle che il giudizio dell’uomo definisce insignificanti e senza valore. Questi prodigi sono un omaggio, un segno di affetto che Dio da a chi per Lui tutto sacrifica e che a Lui interamente si affida.
Il prodigio è una luce che la mano di Dio accende accanto al santo, perché gli uomini si accorgano che nelle parole e nelle opere di quell’uomo c’è Lui che parla e che agisce; così i santi diventano i testimoni di Dio.
Nel pomeriggio del 3 giugno 1919 frate Diego Oddi, disteso nel suo povero letto dell’infermeria del ritiro, aspettava la buona sorella morte.
Mancavano 3 giorni al suo 80mo anno di vita. I cinquant’anni trascorsi al ritiro erano stati come un rosario incessantemente sgranato, tanto aveva pregato, lavorato e fatto del bene a tutte le creature che aveva incontrato lungo la sua strada. Ora era stanco, ma sereno e felice. Aspettava la sorella morte cantando,  fra Diego amava cantare una lode popolare alla Madonna: andrò a vederla un dì in cielo o patria mia!
Ora in punto di morte la canticchiava con un filo di voce muovendo impercettibilmente le labbra.
Mancavano pochi minuti alle ore 16.00 l’ora dei vespri e la funzione del mese del Sacro Cuore.
Accanto a lui c’era il suo superiore che lo assisteva con tutta la carità possibile, ma con rammarico dovette staccarsi dal malato per scendere in chiesa non prima di avergli detto “fra Diego noi andiamo in chiesa a pregare. Tu intanto canta e non te ne andare! Aspetta che noi torniamo; poi te ne andrai in Paradiso”.
Queste sono le parole dette dal superiore che continua: terminata la funzione, ritornai e lo trovai molto aggravato e gli dissi “ fra Diego, ora puoi andare in Cielo a vedere la Madonna”.
Solo allora sorrise e chiuse gli occhi e restò così per mezz’ora, ad un tratto riaprì gli occhi che gli brillavano come se avesse visto qualcosa di straordinario, reclinò il capo e si addormentò per sempre.
Le sue spoglie mortali sono conservate nella chiesa del Sacro Ritiro di Bellegra e sono la tappa di ogni pellegrinaggio di chiunque si rechi a Bellegra.
La storia della vita di fra Diego non si esaurisce qui : c’e da ricordare che nel tempo è stato dichiarato Venerabile ed il  3 ottobre 1999 Papa Giovanni Paolo II  in Piazza San Pietro lo ha dichiarato Beato.
Nello stesso giorno insieme a lui , è stato dichiarato Beato anche Fra Mariano da Roccacasale, il fraticello che in un lontano giorno gli dette quel consiglio che lui cercava e che oggi lo ha portato agli onori degli altari.
Fonte principale: amicidifradiego.altervista.org/ (“RIV./gpm”).


Giovanni Paolo II (Omelia, 3 Ottobre 1999)

Quanto poi alla vita ed alla spiritualità del beato Mariano da Roccacasale, religioso francescano, si può dire che esse sono emblematicamente riassunte nell’augurio dell’apostolo Paolo alla comunità cristiana di Filippi: “Il Dio della pace sarà con voi!” (4,9). La sua esistenza povera e umile, condotta sulle orme di Francesco e Chiara d’Assisi, fu costantemente rivolta verso il prossimo, col desiderio di ascoltare e condividere le pene di ciascuno, per poi presentarle al Signore nelle lunghe ore trascorse in adorazione davanti all’Eucaristia.
Il beato Mariano portò dappertutto la pace, che è dono di Dio. Il suo esempio e la sua intercessione ci aiutino a riscoprire il valore fondamentale dell’amore di Dio e il dovere di testimoniarlo nella solidarietà verso i poveri. Egli ci è d’esempio, in particolare, nell’esercizio dell’ospitalità, così importante nell’attuale contesto storico e sociale e particolarmente significativo nella prospettiva del grande Giubileo dell’anno Duemila.

La medesima spiritualità francescana, incentrata su una vita evangelicamente povera e semplice, contraddistinse Fra Diego Oddi, che oggi contempliamo nel coro dei Beati. Alla scuola di san Francesco, egli apprese che nulla appartiene all’uomo se non i vizi ed i peccati e che tutto ciò che la persona umana possiede è in realtà dono di Dio (cfr. Regola non bollata XVII, in Fonti Francescane, 48). Imparò così a non angustiarsi per nulla, ma in ogni necessità ad esporre a Dio “preghiere, suppliche e ringraziamenti”, come abbiamo ascoltato dall’apostolo Paolo nella seconda Lettura (cfr. Fil 4, 6).
Durante il suo lungo servizio di questuante fu autentico angelo di pace e di bene per tutte le persone che lo incontravano, soprattutto perché sapeva porsi accanto alle necessità dei più poveri e provati. Con la sua testimonianza gioiosa e serena, con la sua fede genuina e convinta, con la sua preghiera ed il suo infaticabile lavoro il beato Diego indica le virtù evangeliche che sono strada maestra per raggiungere la pace.

Pratica: Porterò dappertutto la pace, dono di Dio.

Preghiera: O Dio, che hai dato al beato Diego Oddi la grazia di seguire sino in fondo Cristo povero e umile, concedi anche a noi di vivere fedelmente la nostra vocazione, per giungere alla perfetta carità che ci hai proposto nel tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
 2 Giugno 2020

Santi Marcellino e Pietro, Esorcista

Martiri

La più antica notizia sul loro martirio è stata tramandata da S. Damaso I, (305-384) il quale attesta di averla appresa in gioventù dalla bocca dello stesso carnefice.
Secondo la testimonianza del papa, dunque, il giudice aveva ordinato che i due martiri fossero decapitati nel folto di una selva affinché i loro sepolcri restassero sconosciuti.
Condotti al luogo del supplizio essi si prepararono con le proprie mani la tomba, in cui i loro corpi rimasero ignorati finché la pia matrona Lucilla, venuta a conoscenza della cosa, si premurò di farli trasferire e di dare degna sepoltura a Roma sulla via Lubicana nel cimitero Ad Duas Lauros (ai due allori - probabilmente per la presenza di due alberi di alloro rinvenuti in questo sito).
È quanto attesta anche il Martirologio Romano il quale dice che Marcellino era presbitero e Pietro esorcista e li commemora il 2 giugno: il dies natalis è concordemente attestato da tutti i libri liturgici (Sacramentari) ed agiografici (martirologi storici).
Secondo l’autore del Liber Pontificalis, Costantino edificò in loro onore una basilica; il carme che S. Damaso I, aveva posto sul loro sepolcro fu distrutto dai Goti, ma il Papa Vigilio lo rifece inserendo i nomi dei due martiri anche nel Canone della Messa; allo stesso periodo deve attribuirsi il loro ricordo nella liturgia ambrosiana.
Là dove la moderna via Labicana incrocia via Merulana (la via che porta da S. Giovanni in Laterano a S. Maria Maggiore) sorge dal 1751 la basilica dei SS. Marcellino e Pietro, edificata su una base che sembra risalire alla seconda metà del secolo IV e in cui si trovava forse la dimora di uno dei due santi titolari.
La vicenda terrena del presbitero Marcellino e dell’esorcista Pietro venne ulteriormente arricchita di elementi più o meno leggendari da una Passione del VI sec..
Essa narra che Pietro e Marcellino vennero rinchiusi in una prigione sotto la sorveglianza di un certo Artemio, la cui figlia Paolina era posseduta dal demonio.
Pietro, esorcista, assicurò ad Artemio che, se lui e sua moglie Candida si fossero convertiti, Paolina sarebbe immediatamente guarita. Dopo qualche perplessità, la famigliola si convertì e di lì a poco fu pure chiamata a testimoniare Cristo col martirio: al 120 miglio della via Aurelia Artemio venne decapitato e Candida e Paolina vennero soffocate sotto un cumulo di pietre.   

Fonti principali: santiebeati.it; wikipedia.org (“RIV./gpm”)


Dalla «Esortazione al martirio» di Origene, sacerdote (Nn. 41-42; PG 11, 618-619)

Condivisero le sofferenze del Cristo, ne godranno la consolazione.

Se «dalla morte siamo passati alla vita», in quanto dal pagamento siamo venuti alla fede, non meravigliamoci se il mondo ci odia. Perché nessuno che non sia passato dalla morte alla vita, ma sia rimasto nella morte, può amare quanti hanno abbandonato la tenebrosa dimora della morte per entrare nella dimora fatta di pietre vive, da cui irradia la luce della vita.
Gesù «diede la sua vita per noi»: diamola, dunque, anche noi; non dico per lui, ma per noi; anzi per coloro che devono essere edificati dal nostro martirio.
È ormai tempo, o cristiano, di gloriarci. Dice infatti l`Apostolo: «Non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude» (Rm 5,3-5). Purché l`amore di Dio ricolmi i nostri cuori mediante lo Spirito Santo (cfr. Rm 5,5).
«Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2 Cor 1,5). Prendiamo dunque con coraggio su di noi le sofferenze di Cristo e alle nostre sofferenze corrisponderanno le consolazioni che cerchiamo, quelle di cui godranno tutti coloro che piangono. Naturalmente non in ugual misura: se infatti la consolazione fosse uguale non direbbe la Scrittura: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così abbonda anche la nostra consolazione».
Coloro che condividono le sofferenze, nella misura in cui partecipano alle sofferenze di Cristo ne condivideranno anche la consolazione. Lo sappiamo da chi ci assicurò: «Come siete partecipi delle sofferenze, così lo siete anche della consolazione» (2 Cor 1,7). Dice infatti il Signore per bocca del profeta: Nel tempo favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso (cfr. Is 49,8). Quale momento è mai più favorevole di quello in cui, a motivo del nostro amore a Dio nel Cristo, veniamo condotti in catene attraverso le vanità e il fasto del mondo, trionfatori piuttosto che vinti? Perché i martiri di Cristo con lui spogliamo i principati e le potestà e insieme a lui ne menano trionfo. Così dopo aver condiviso le sue sofferenze, ne condividono anche il premio che egli conseguì, dopo aver eroicamente sofferto. Quale altro giorno di salvezza vi può essere mai, se non quello in cui ve ne partite di qui in tal modo?
Ma, io vi prego, non date motivo di scandalo ad alcuno perché non venga biasimato il nostro ministero, ma in ogni cosa presentatevi come ministri di Dio, con molta fermezza (cfr. 2Cor 6,3), e dite: Cosa attendo ora se non il Signore? (cfr. Sal 38, 8).


ICONOGRAFIA. Questi due martiri sono in genere rappresentati come uomini di mezza età, con tonsura, e sono loro posti tra le mani un rotulo o una corona. Nelle catacombe da loro denominate in Roma (IV e V sec.) un affresco li presenta contraddistinti dal nome, senza aureola, con breve barba, accanto all’Agnello. Un altro affresco del V o VI sec. nelle catacombe di Ponziano, li rappresenta invece imberbi, ai lati di s. Pollione, sempre però contraddistinti dal nome.
Autore: Claudio Mocchegiani Carpano

Pratica: Prendiamo dunque con coraggio su di noi le sofferenze di Cristo.

Preghiera: O Dio, che nel glorioso martirio dei santi Marcellino e Pietro ci hai dato un segno della tua amorosa presenza nella Chiesa, concedi a noi, che confidiamo nella loro intercessione, di imitarli nella fermezza della fede. Per il nostro Signore.



1 Giugno 2020

Maria Madre della Chiesa
Per la prima volta, se non erro, nello svolgersi misterioso della vita della Chiesa Maria entra nella professione della santa fede non più soltanto in adiecto («ex Maria Virgine»), ma in recto e viene posta al centro del dogma della nostra salvezza. I due capoversi che il Vicario di Cristo, Maestro della Chiesa universale, ha dedicato alla Madre di Dio sono il compendio dei privilegi e dei meriti di Maria e quindi anche dei compiti di una robusta devozione mariana ch’è stata sempre, accanto alla devozione alla Croce ed all’Eucaristia, un pilastro fondamentale della pietà cattolica. Nella solennità che Papa Paolo VI, successore di Pietro, ha voluto dare alla sua professio fidei del 30 giugno «con tutta la forza che un tale mandato - di confermare nella fede i nostri fratelli - imprime nel nostro spirito» ha presentato il suo solenne pronunciamento come la ripresa sostanziale del Credo di Nicea (325), come già avevano certamente pensato un secolo dopo anche i Padri del Concilio di Efeso (430) quando definirono Maria vera Madre di Dio. E possiamo allora dire che come Pio IX è passato alla storia come il pontefice dell’Immacolata e Pio XII come il pontefice dell’Assunzione, Paolo VI passerà come il pontefice di Maria Mater Ecclesiae alla quale nel 1966 dedicava l’Enciclica per l’invocazione di preghiere per la pace.
Non stupisce allora che il documento della professio fidei paolina vibri tutto di fermezza e tenerezza nel proposito di «rendere una ferma testimonianza alla Verità divina, affidata alla Chiesa, perché essa ne dia l’annunzio a tutte le genti». E vuole essere «a gloria di Dio Beatissimo e di Nostro Signore Gesù Cristo e con la fiducia nell’aiuto della Beata Vergine Maria e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo» la voce ferma «per confessare veramente, al di là delle umane opinioni, Cristo Figlio di Dio vivente. per il bene e l’edificazione della Chiesa». Così il Papa dell’epoca della scienza e della tecnica, quando tutto il mondo - mentre è scosso da parte a parte dai fremiti di libertà - è dovunque in tensione di catastrofi che possono ad ogni momento cambiare la figura dell’umanità, invita i credenti a stringersi nella fede alle verità che non mutano e che zampillano nello spirito una certezza di speranza per la vita eterna.
Il nucleo della mariologia di Paolo VI è quello che la Chiesa di tutti i tempi ha attinto direttamente dal Vangelo ossia la professione della Maternità divina di Maria: «Egli (Gesù Cristo, Figlio di Dio) si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». È attorno a questo nucleo che si muove l’intero organismo della nostra fede, poiché è grazie al consenso di Maria che «Dio è entrato nel tempo» (Kierkegaard) così che il tempo, e quando la libertà dell’uomo può scegliere nel tempo davanti a Dio e con la grazia di Cristo, può avere un’importanza eterna ossia liberamente decide della propria salvezza o dannazione eterna. Non v’è dubbio che una robusta teologia dell’esistenza cristiana più penetrerà la ricchezza, l’altezza e la profondità del dogma cristologico, più dilaterà ed approfondirà le dimensioni del dogma mariano nel tessuto più vivo dello spirito nel circolo operante della persona come un tutto. La pietà mariana discende direttamente dal dogma, come i frutti con i fiori e le foglie discendono dal tronco. Ed anche ove la conoscenza del dogma resta elementare od appena embrionale, nella gente umile e poco adusata alla precisione dei termini ed al nesso astratto delle conseguenze, la fede che Maria è Madre di Dio dà la certezza che l’uomo può ormai avere accesso a Dio e confidare nella sua misericordia poiché Dio stesso ha avuto e voluto una donna per «madre». Il potere illuminante del nome di «madre», che non ha l’eguale nella semantica umana, l’uomo dell’esilio terreno lo trasfigura in Maria immediatamente in una rosa di fulgori celestiali ch’è la corona dei suoi privilegi. Paolo VI intreccia questa corona con la mano ferma di maestro di verità e con la commozione del figlio devoto, deciso a fugare insinuazioni e oscillazioni vecchie e nuove che il pensiero moderno e la recente teologia protestante avevano messo in circolazione. La dichiarazione si può dividere in due parti: nella prima Maria è considerata soprattutto nel suo rapporto a Cristo: «Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Signore Gesù Cristo, e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente, preservata da ogni macchia del peccato originale e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature». È la Madre di Dio nei privilegi d’Immacolata e sempre Vergine, primizia purissima della redenzione di Cristo Salvatore.
La seconda parte espone l’attuazione dei compiti e dei privilegi di Maria verso Cristo e verso la Chiesa come suo Corpo mistico: «Associata ai Misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile, la Vergine Santissima, l’Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e Noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, Nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in Cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti». È la Madre di Dio che è diventata madre degli uomini per formare nei credenti, coi misteriosi tocchi della divina misericordia, l’Immagine del suo Figlio.
«Madre della Chiesa» Maria è stata fin dal fiat dell’Annunciazione e soprattutto dal fiat ai piedi della Croce, ma oggi abbiamo la gioia che questo titolo è entrato nella professione di fede dataci dal nostro Padre nella fede, il Papa. «Madre della Chiesa» Paolo VI aveva proclamato solennemente Maria nell’Allocuzione di chiusura della III Sessione del Concilio Vaticano II del 21 novembre 1964: «A gloria dunque della Vergine e a nostro conforto, Noi proclamiamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori, che la chiamano Madre amorosissima; e vogliamo che con tale titolo soavissimo d’ora innanzi la Vergine venga ancor più onorata ed invocata da tutto il popolo cristiano» (cf. Mater Ecclesiae 1965, 1, p. 5).

Autore: Padre Cornelio Fabro

Pratica: Crederò ed evangelizzerò che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Signore Gesù Cristo

Preghiera: Dio Padre di misericordia, il tuo unico Figlio, morente sulla croce, ha dato a noi come madre nostra la sua stessa madre, la beata Vergine Maria; fa’ che, sorretta dal suo amore, la tua Chiesa, sempre più feconda nello Spirito, esulti per la santità dei suoi figli e riunisca tutti i popoli del mondo in un’unica famiglia. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...

31 Maggio 2020


San Felice da Nicosia


Nella liturgia viene ricordato il 2 Giugno.


Felice nasce dal matrimonio di Filippo Amoroso e Carmela Pirro, a Nicosia, in Sicilia, il 5 novembre 1715. Venne battezzato lo stesso giorno con i nomi di Filippo Giacomo. Il padre, che esercitava il mestiere di calzolaio, morì il 12 ottobre 1715 lasciando alla vedova tre figli.
La famiglia era povera ma molto religiosa. Da giovanissimo, frequentò la bottega del calzolaio Giovanni Ciavarelli. La vicinanza al convento dei Cappuccini gli diede la possibilità di frequentare la loro comunità, di conoscere i singoli religiosi e ammirare il loro stile di vita. Come la maggior parte dei ragazzi poveri siciliani del tempo, non andò a scuola. Nella crescente frequentazione dei frati del convento, si sentiva sempre più fortemente attirato dalla loro vita: gioia in austerità, libertà nella povertà, penitenza, preghiera, carità, spirito missionario.
A vent’anni chiese al Superiore del convento di Nicosia di intercedere presso il Padre Provinciale di Messina affinché fosse accolto nell’Ordine in qualità di laico, perché, in quanto analfabeta, non poteva essere ammesso come chierico, ma soprattutto perché tale stato maggiormente si addiceva alla sua indole umile e semplice. Ricevette risposta negativa non solo allora ma anche alle richieste ripetute nei successivi otto anni. Tuttavia il suo desiderio non venne mai meno.
La sua fu una vocazione matura, ampiamente ponderata e desiderata. È sicuramente sorprendente il fatto che non avesse, 86 dopo i diversi no, tentato di entrare a far parte di qualche Ordine affine. Il suo essere uomo di Dio coincideva con l’essere cappuccino.
 Nel 1743, venuto a conoscenza che il Padre Provinciale di Messina era a Nicosia per una visita, chiese di potergli esporre il suo desiderio. Finalmente il Provinciale lo accolse nell’Ordine indirizzandolo al convento di Mistretta per l’anno del noviziato.
 Il 10 ottobre 1743 iniziò il noviziato con il nome di Fra Felice. Il noviziato fu per lui un anno particolarmente intenso nell’esercizio delle virtù. A detta di tutti i biografi, Fra Felice si distinse per lo slancio nell’obbedire, per il candore angelico, per l’amore alla mortificazione, per la pazienza veramente serafica. E fu così che il 10 ottobre 1744 fece la professione.
Subito dopo la professione, fu destinato dai suoi superiori, eccezionalmente, al convento di Nicosia. Non era infatti uso comune indirizzare un giovane religioso nel proprio ambiente d’origine, temendo che potesse essere distratto da parenti e conoscenti. Ma il distacco dagli affetti terreni di Fra Felice era tale che i superiori ritennero che la sua crescita spirituale non ne avrebbe sofferto.
Egli aveva già fatta propria la massima di S. Francesco che il frate deve vivere nel mondo come vero pellegrino e forestiero, reputando di non avere nulla di proprio sulla terra, né casa, né luogo, né cosa alcuna.
Gli venne assegnata la mansione di cercatore. Ogni giorno attraversava le vie del paese bussando tanto ai palazzi dei ricchi, invitandoli a condividere il loro benessere, quanto alle umili dimore dei poveri per offrire loro conforto nelle necessità quotidiane.
Passava per le strade e per le case con compostezza e discrezione, ringraziando sempre, sia quando gli veniva offerta qualcosa che quando era scacciato in malo modo, dicendo con dolcezza: “Sia per amore di Dio.”
Fra Felice era analfabeta. Non era tuttavia privo di dottrina cristiana. Tutto ciò che non poteva apprendere attraverso la lettura della Sacra Scrittura, l’apprendeva attraverso la memoria e la ferma volontà di voler sempre più nutrire la sua anima. Per questo si sforzava di assimilare i brani biblici e i libri edificanti letti in convento durante la mensa e coglieva tutte le occasioni per ascoltare le predicazioni nelle chiese di Nicosia.
Fu devoto di Gesù crocifisso. Ogni venerdì, contemplava la passione e la morte di Gesù Cristo. Tutti i venerdì di marzo digiunava a pane ed acqua e stava in coro, con braccia aperte a forma di croce, meditando dinanzi al Crocifisso.
Ebbe un culto particolare all’Eucaristia. Passava ore dinanzi al Tabernacolo, anche dopo aver sostenuto dure fatiche giornaliere. Venerò con tenerezza la Madre di Dio.
Alleggerito da ogni incarico, col fisico ormai malato per le estreme penitenze e mortificazioni, era sempre pronto ad ogni forma di servizio, soprattutto per gli ammalati nell’infermeria del convento. Mentre le forze diminuivano, cresceva in intensità la sua concentrazione in Dio e la sua lieta e semplice obbedienza.
Alla fine del mese di maggio del 1787 fu sorpreso da febbre violenta mentre lavorava nell’orto. Il superiore, Padre Macario, lo fece coricare per obbedienza. Al medico che gli prescrisse dei medicinali, Fra Felice disse che erano inutili, perché quella era la sua ultima malattia. Conclude la vita terrena alle due di notte del 31 maggio 1787.
Fonte: Il Vangelo del Giorno


Www.fraticappuccini.it: “BISACCIA EROICA”

È risaputo che il primo santo cappuccino, Felice da Cantalice, ha contribuito a dare un tono particolare di semplicità, di umiltà, di povertà e di letizia alla santità cappuccina, diventando quasi un modello insostituibile per molti fratelli laici. Così è stato per Giacomo Amoroso da Nicosia nella fertile terra di Sicilia, quando nel 1743, ventottenne, iniziò nel convento di Mistretta l’anno di noviziato, assumendo anche nel nome la figura e l’esempio del santo fratello, canonizzato una trentina d’anni prima. Ma non era stata facile questa sua vocazione, nonostante avesse egli trascorso la sua giovinezza in modo straordinariamente virtuoso. Perché i suoi genitori, Filippo Amoroso e Carmela Pirro, che lo ebbero da Dio il 5 novembre 1715, portando avanti una numerosa famiglia nella povertà, erano ricchi di timor di Dio e di soda testimonianza cristiana.
Il padre Filippo faceva il ciabattino in un bugigattolo semibuio e a stento riusciva a tirare avanti. Ma voleva specializzare il figlio nel suo lavoro, tanto da affidarlo, appena cresciuto, alla più rinomata calzoleria della città, gestita da Giovanni Ciavarelli con molti operai. Qui Giacomo aveva imparato bene il mestiere e mentre sedeva appartato in silenzio al suo deschetto di fatica, trovava modo di inculcare serietà, rispetto e devozione anche agli altri colleghi operai. Benché giovanissimo, nella sua accesa religiosità era riuscito non solo a frequentare la pia unione dei Cappuccinelli presso il convento di Nicosia, ma ad esservi iscritto e quindi a indossare la cappa dei congregati, con un piccolo cappuccio francescano, assimilando con voluttà la spiritualità cappuccina. E questa spiritualità la esprimeva in tutti i suoi atti e durante il suo lavoro.
Quando entrava in bottega, riferisce un teste che era stato collega calzolaio, “si levava la berretta dalla testa, e poi salutava tutti dicendo: In ogni ora e in ogni momento sempre sia lodato il Santissimo Sacramento. Stava sempre colla testa scoperta, perché diceva egli che in ogni luogo vi è Dio, e bisogna stare alla sua presenza con riverenza, rispetto e venerazione”. E se qualcuno lo motteggiava con scherni mordaci, per lo più rispondeva: “Sia per l’amor di Dio”, un ritornello che diventerà usuale programma di tutta la sua vita. Da “cappucci nello”, quando sentiva suonare la campanella del vicino convento dei cappuccini, s’inginocchiava a pregare e invitava anche gli altri: “Suona compieta. Servi di Dio, diciamo il santo rosario alla Vergine Santissima”.
Sembrava fatto apposta per diventare cappuccino. E invece dovette attendere molti anni ancora. Diciottenne bussò alla porta del convento per esservi accolto come fratello laico, non essendo istruito. Ne ricevette sempre un sonoro diniego, perché la povertà della famiglia richiedeva il suo contributo insostituibile di lavoro. Morti però i genitori, Giacomo rifece la domanda al nuovo provinciale dei cappuccini, padre Bonaventura da Alcara, in visita a Nicosia. Finalmente, dopo dieci anni di attesa, il “cappuccinello” poteva diventare un completo frate cappuccino, deciso, con il nome di Felice da Nicosia, a battere la stessa strada di Felice da Cantalice, fino al punto da raggiungere sorprendenti coincidenze: noviziato a 28 anni, professione a 29 anni, questuante per 43 anni nella stessa natia Nicosia (come san Felice a Roma) e morto a 72 anni. “Bisaccia eroica” lo definirà una popolare biografia di Icilio Felici.
Seguire la sua vicenda biografica è un compito di estrema facilità. Dopo l’anno di noviziato a Mistretta, fra Felice fu destinato alla sua Nicosia, dove rimase questuante per tutta la vita, diventando nella città una presenza di spiritualità radicata nella popolazione e perciò intoccabile. Questo spiega la sua lunga e unica permanenza, fuori di ogni regola dell’Ordine, nel convento del Colle dei cappuccini a Nicosia. Nel convento si prestò ad ogni lavoro: cercatore, portinaio, ortolano, calzolaio, infermiere. Allargava il giro della questua, oltre che nella città natale, nei paesi vicini, come Capizzi, Cerami, Gagliano, Mistretta e altri. Di casa in casa, assai raccolto e mortificato, silenzioso, la corona in mano, camminava - racconta un teste - “gli occhi intra ‘na grutta, cioè chiusi chiusi, come entro una grotta, sempre in silenzio, e mi pareva, quando lo guardavo, sempre raccolto in Dio”. L’unica parola che tutti, ormai, avevano imparato, era un sorridente ringraziamento: “Sia per l’amor di Dio”. Definiva se stesso con il vezzeggiativo ‘u sciccareddu, il somarello del convento, che arrivava carico, dopo la questua, come usavano i carrettieri siciliani.
Per le strade istruiva i fanciulli nei rudimenti del catechismo e, per attirarli, dava loro pane e fave. Anzi, aveva un suo metodo pratico. Dalle sue tasche, sempre provvedute, estraeva per i poveri bambini denutriti e malvestiti piccoli doni: una noce, tre nocciole, cinque fave, dieci ceci, a ricordare a quei bimbi il Dio uno in tre persone, le cinque piaghe di Gesù Crocifisso e i dieci comandamenti di Dio: regalucci e carezze che riflettevano una lezioncina di fede. Come Felice da Cantalice per le vie di Roma, così egli insegnava anche graziose canzoncine condite di preghiere, di atti delle virtù teologali. Una di queste canzoni è ricordata nel processo: Vieni e riposa “intra stu cori” ingrato. Avendo il vostro amore e il vostro affetto, campo contento e poi muoio beato. Quando incontrava poveri che trasportavano legna o altre cose pesanti, egli si prestava ad aiutarli. Ma ogni sofferenza trovava un’eco profonda nel suo cuore. Non si dava pace finché non avesse potuto far qualcosa per i bisognosi. Per gli ammalati era sempre pronto a servirli, giorno e notte. Ogni domenica, andava a visitare i carcerati e portava loro del cibo. Il suo superiore e confessore p. Macario da Nicosia attesta che “tutti sovveniva, tutti aggiustava, e nello spirito e nello temporale, per quanto poteva, conservandosi e pane e carne ed altro per darla ai necessitosi e, quando l’obbedienza glielo accordava, se li toglieva dalla bocca sua, e sempre l’avrebbe fatto se questo glielo avesse permesso. E andava qua e là dimandando e vesti e soccorso dai benestanti per tutti coprire e tutti sovvenire. Quando non poteva, era così grande la sua pena, che si sentiva crepare”. Questo suo superiore paesano lo trattò duramente nei 23 anni che fu suo direttore spirituale. Tutti conoscevano i suoi rimbrotti e nomignoli con i quali umiliava il suo fra Scuntentu, poltrone, ipocrita, gabbatore della gente, santo della Mecca. A questi toni crudi e aspri faceva da contrasto la nota dolcissima come un ritornello: “Sia per l’amor di Dio”. E molte volte fra Felice per obbedienza doveva fare il giullare in mezzo al refettorio, con abiti carnevaleschi improvvisati, fingendo magari di distribuire come profumata ricotta una massa (così fece una volta) di cenere impastata nella fiscella che portava in testa, che poi miracolosamente diventava davvero fresca ricotta, tra lo stupore dei frati e un’ennesima arruffata del superiore. Egli era analfabeta. La sua devozione era semplice, la parola un fatto di vita, non una considerazione intellettuale. Era devotissimo dell’Eucarestia, della Vergine Addolorata e di Gesù crocifisso. Il sagrestano del convento di Nicosia, fra Francesco Gangi così lo ricorda: “Egli sempre mi diceva e mi raccomandava d’impararmi a fare orazione mentale, e specialmente sopra la passione di Gesù Cristo, e mi diceva che chi medita e pensa alla passione di Gesù Cristo non patirà pene d’inferno, e ciò me lo diceva con tanto fervore di cuore, e piangendo. Io per l’impiego di sagrestano avevo sempre occasione d’incontrarmi con esso, e lui piangendo mi abbracciava e mi diceva a fare orazione sopra la passione di Gesù Cristo”. Sarebbe interminabile il racconto dei numerosi fatti e aneddoti fioriti come leggenda durante la sua vita. Ma resta un aspetto da non tralasciare: la sua candida religiosità popolare, che utilizzava come rimedio infallibile di ogni male le “polize” della Madonna, striscioline di carta ritagliate, sulle quali erano stampate invocazioni devote alla Vergine, in latino o siciliano. Ne aveva sempre con sé e spesso le distribuiva. Le appendeva alle porte di case dov’erano ammalati o poverelli, alle botti da cui riceveva l’elemosina del vino, le gettava nel fuoco che aveva attaccato i covoni pronti per la trebbiatura, nel grano annerito per calamità naturale, nella cisterna screpolata e senz’acqua, e fiorivano grazie e miracoli, spesso veri scherzi della Provvidenza. Alleggerito da ogni incarico, con il fisico ormai ridotto male per le estreme penitenze e mortificazioni, era sempre pronto ad ogni forma di servizio, soprattutto con gli ammalati in infermeria del convento. Mentre le forze diminuivano nel languore dei suoi 72 anni, cresceva in intensità la sua concentrazione in Dio e la sua lieta e semplice obbedienza. Se di Francesco d’Assisi è stato detto che era divenuto la personificazione della preghiera, di fr. Felice si potrebbe dire che era l’obbedienza in persona, come atto di puro amore. E fu questo il suo ultimo e unico messaggio. Alla fine del mese di maggio del 1787 ‘u sciccareddu, il somarello del convento, sceso nel chiostro a badare alle sue erbe medicinali che coltivava per gli ammalati, si accasciò sull’aiuola, senza forze. Nel suo lettuccio, ricevuti i sacramenti, e raccomandandosi a “mani ‘nchiuvati”, mani inchiodate, ossia al padre san Francesco, invocava spesso la Madonna. Venerdì 31 maggio chiese al suo superiore l’obbedienza di morire, e ricevette l’assenso alla terza richiesta, restando luminoso nel suo dolce sorriso e nell’ultimo fil di voce: “Sia per l’amor di Dio” che mormorò, chinando il capo. 


Benedetto XVI (Omelia, 23 Ottobre 2005)

San Felice da Nicosia amava ripetere in tutte le circostanze, gioiose o tristi: Sia per l’amor di Dio. Possiamo così ben comprendere quanto fosse intensa e concreta in lui l’esperienza dell’amore di Dio rivelato agli uomini in Cristo. Questo umile Frate Cappuccino, illustre figlio della terra di Sicilia, austero e penitente, fedele alle più genuine espressioni della tradizione francescana, fu gradualmente plasmato e trasformato dall’amore di Dio, vissuto e attualizzato nell’amore del prossimo. Fra Felice ci aiuta a scoprire il valore delle piccole cose che impreziosiscono la vita, e ci insegna a cogliere il senso della famiglia e del servizio ai fratelli, mostrandoci che la gioia vera e duratura, alla quale anela il cuore di ogni essere umano, è frutto dell’amore.

Pratica:  “I poveri sono la persona di Gesù Cristo, e si devono rispettare. Riguardiamo nei poverelli e negli infermi lo stesso Dio, e soccorriamoli con tutto l’affetto del nostro cuore e secondo le proprie nostre forze. Consoliamo con dolci parole i poveri ammalati e prontamente rechiamo loro soccorso. Non cessiamo mai di correggere i traviati con maniere prudenti e caritative. (San Felice da Nicosia)

Preghiera: O Dio che hai chiamato san Felice a servirti con semplicità e umiltà concedi a noi per sua intercessione di progredire in letizia nella via del tuo amore. Per il nostro Signore.


30 Maggio 2020


Santa Giovanna d’Arco, Vergine (detta la “Pulsella d’Orleans”)

 
Giovanna, al secolo Jeanne d’Arc, nasce a Domremy, nella Lorena in Francia, il 6 gennaio del 1412 da Jacques e Isabelle. Lo straordinario nella sua vita fino a tredici anni fu l’assoluta normalità. I suoi compaesani nelle testimonianze ripeteranno fino alla monotonia che Jannette era una come le altre. Le sue occupazioni erano le solite, molto banali e ordinarie: aiutava il padre nella campagna all’aratro, qualche volta governava gli animali nei campi, faceva tutti i lavori femminili comuni. La sua istruzione religiosa le venne dalla madre. Lei stessa affermò: “Mia madre mi ha insegnato il Pater Noster, l’Ave Maria, il Credo. Nessun altro, all’infuori di mia madre mi ha insegnato la mia fede”. Anche questo nella norma.
Giovanna è un’eroina nella storia francese (“Non c’è storia più francese della sua”- aveva scritto il card. Etchegaray), vittima della politica imperialista degli inglesi. Ha scritto ancora il card. Etchegaray: “Se è vero che Giovanna d’Arco è santa non è certo perché ha salvato la Francia, né tantomeno perché è salita sul rogo, che la Chiesa non ha mai riconosciuto come martirio, ma semplicemente perché tutta la sua vita sembra essere in perfetta adesione a quella che lei afferma essere la volontà di Dio. Quello che lei fa, è ciò che Dio vuole e unicamente questo”.
“Poiché era Dio ad ordinarlo” - dichiarò con forza - “anche se avessi avuto cento padri e cento madri anche se fossi stata figlia di re, sarei partita ”.
La sua vita spirituale si nutriva dei “soliti mezzi” predicati dalla Chiesa in tanti secoli: pregava, andava in chiesa per la messa alla domenica, si confessava spesso, e faceva il proprio dovere bene e volentieri, nell’amore di Dio. C’è un altro elemento speciale nella santità di Giovanna: una parolina che torna insistente nelle testimonianze delle persone che le hanno vissuto vicino per anni. È l’avverbio “libenter” cioè “volentieri”, che il cancelliere incaricato di redigere i verbali riferì spesso. Tutto quello che Giovanna faceva, dissero i compaesani, lo faceva “volentieri”: volentieri filava, volentieri cuciva, volentieri faceva gli altri lavori di casa. Non solo, volentieri si recava in chiesa a pregare, quando suonavano le campane, e trovava così conforto nella confessione e nella Eucarestia. Così aveva commentato Regine Pernoud, storica francese medioevalista : “Con questa tanto semplice ‘libenter’, quella povera gente ci ha forse messo nelle mani i lineamenti più preziosi di Giovanna”. In lei si aveva quindi, nelle azioni quotidiane, il riverbero della sua fede semplice, ma che produceva la santità.
A tredici anni, dunque, raccontò ai genitori: “Spesso sento voci di santi: Michele Arcangelo, Caterina di Alessandria, Margherita di Antiochia...”. Jacques e Isabelle non ci badarono più di tanto, dando le solite e sincere esortazioni. Invece a 17 anni c’è molto di più: “Le ‘voci’ mi comandano di liberare la Francia”. Il padre non solo non le credette ma si infuriò; Giovanna scappò di casa, passando per matta. Ma quando predisse esattamente una sconfitta francese, i nobili della zona le credettero e la condussero dal re Carlo VII, debole e incerto. Finalmente fu creduta e marciò con un esercito (sul quale si impose, e questo sì fu un vero miracolo) contro gli inglesi liberando Orleans dall’assedio in soli otto giorni.
Un evento inspiegabile dal punto di vista militare, diranno. Nel 1429 Giovanna trascinò il riluttante giovane re fino a Reims per farlo coronare re di Francia: è il massimo del prestigio “politico” di Giovanna. Ella si riconoscerà solo e sempre un umile strumento nelle mani di Dio. Così infatti risponderà ad uno dei giudici: “Senza il comando di Dio io non saprei fare nulla... Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per comando di Dio. Io non faccio niente di testa mia”. Anche questa è santità: non approfittare dei doni di Dio per la propria gloria e prestigio; Giovanna fece proprio così ma la sua parabola volgeva alla fine. Fu ferita davanti a Parigi, e poi catturata a Compiegne dai borgognoni, alleati degli inglesi, e “venduta” loro. Questi imbastirono un processo farsa con i loro amici, accademici ed ecclesiastici, fino a mandarla sul rogo con l’accusa di stregoneria. Giovanna, la grande nemica, fu sacrificata sull’altare del nascente imperialismo inglese. Ma rimase anche una pagina nera nella storia militare di questo popolo.
Ancora due piccole considerazioni. Forse il più bello elogio della santità di Giovanna lo ha fatto un borghese di Orleans: “Stando insieme a lei si provava grande gioia”.
La seconda viene dalla risposta che diede ad un giudice, quando le chiese perché Dio doveva servirsi del “suo” aiuto per vincere, visto che è Onnipotente, ella rispose: “Bisogna dare battaglia, perché Dio conceda la vittoria”.
È un pensiero profondo: la nostra fede in Dio non ci dispensa mai dal fare il nostro dovere, in termini di lavoro, di sacrificio e di rischio. Dio ha deciso di non fare tutto da solo, e questo significa un grande atto di fiducia in noi; talvolta, al costo della propria vita come per Giovanna d’Arco.
Il processo terminò con una “rozza e sleale ricapitolazione dei fatti”, in cui i giudici, accogliendo anche le istanze del vescovo, condannarono infine Giovanna d’Arco quale eretica recidiva ed il 30 maggio 1431, non ancora ventenne, venne arsa viva sul rogo nella piazza del mercato di Rouen.
Il suo comportamento fu esemplare sino alla fine: richiese che un domenicano tenesse elevata una croce ed alla morì atrocemente invocando il nome di Gesù. Le sue ceneri furono gettate nella Senna, onde evitare una venerazione popolare nei loro confronti. Un funzionario reale inglese ebbe a commentare circa l’accaduto: “Siamo perduti, abbiamo messo al rogo una santa”.
Una ventina di anni dopo, sua madre ed i due fratelli si appellarono alla Santa Sede affinché il caso di Giovanna fosse riaperto. Papa Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458) nel 1456 riabilitò l’eroina francese, annullando l’iniquo verdetto del vescovo francese. Ciò costituì una premessa essenziale per giungere alla sua definitiva glorificazione terrena.
Giovanna venne beatificata il 18 aprile 1909 da S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914) e proclamata santa il 16 maggio 1920 da Papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922), dopo che le erano stati riconosciuti i miracoli prescritti (la guarigione di tre suore da ulcere e tumori incurabili).
Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione.
L’incredibile e breve vita, la passione e la drammatica morte di Giovanna d’Arco sono state raccontate innumerevoli volte in saggi, romanzi, biografie, drammi per il teatro; anche il cinema e l’opera lirica si sono occupati di questa figura. Ancora oggi è tra i santi francesi maggiormente venerati.
Santa Giovanna d’Arco è venerata anche come patrona dei martiri e dei perseguitati religiosi, delle vittime di stupro, delle volontarie del Pronto Soccorso, delle forze armate femminili e dei soldati.


Benedetto XVI (Udienza Generale, 26 Gennaio 2011)

Santa Giovanna d’Arco

Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlarvi di Giovanna d’Arco, una giovane santa della fine del Medioevo, morta a 19 anni, nel 1431. Questa santa francese, citata più volte nel Catechismo della Chiesa Cattolica, è particolarmente vicina a santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e d’Europa, di cui ho parlato in una recente catechesi. Sono infatti due giovani donne del popolo, laiche e consacrate nella verginità; due mistiche impegnate, non nel chiostro, ma in mezzo alle realtà più drammatiche della Chiesa e del mondo del loro tempo. Sono forse le figure più caratteristiche di quelle “donne forti” che, alla fine del Medioevo, portarono senza paura la grande luce del Vangelo nelle complesse vicende della storia. Potremmo accostarle alle sante donne che rimasero sul Calvario, vicino a Gesù crocifisso e a Maria sua Madre, mentre gli Apostoli erano fuggiti e lo stesso Pietro lo aveva rinnegato tre volte. La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d’Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena muore, nel 1380, ci sono un Papa e un Antipapa; quando Giovanna nasce, nel 1412, ci sono un Papa e due Antipapa. Insieme a questa lacerazione all’interno della Chiesa, vi erano continue guerre fratricide tra i popoli cristiani d’Europa, la più drammatica delle quali fu l’interminabile “Guerra dei cent’anni” tra Francia e Inghilterra.
Giovanna d’Arco non sapeva né leggere né scrivere, ma può essere conosciuta nel più profondo della sua anima grazie a due fonti di eccezionale valore storico: i due Processi che la riguardano. Il primo, il Processo di Condanna (PCon), contiene la trascrizione dei lunghi e numerosi interrogatori di Giovanna durante gli ultimi mesi della sua vita (febbraio-maggio 1431), e riporta le parole stesse della Santa. Il secondo, il Processo di Nullità della Condanna, o di “riabilitazione” (PNul), contiene le deposizioni di circa 120 testimoni oculari di tutti i periodi della sua vita (cfr Procès de Condamnation de Jeanne d’Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d’Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris l960-1989).
Giovanna nasce a Domremy, un piccolo villaggio situato alla frontiera tra Francia e Lorena. I suoi genitori sono dei contadini agiati, conosciuti da tutti come ottimi cristiani. Da loro riceve una buona educazione religiosa, con un notevole influsso della spiritualità del Nome di Gesù, insegnata da san Bernardino da Siena e diffusa in Europa dai francescani. Al Nome di Gesù viene sempre unito il Nome di Maria e così, sullo sfondo della religiosità popolare, la spiritualità di Giovanna è profondamente cristocentrica e mariana. Fin dall’infanzia, ella dimostra una grande carità e compassione verso i più poveri, gli ammalati e tutti i sofferenti, nel contesto drammatico della guerra.
Dalle sue stesse parole, sappiamo che la vita religiosa di Giovanna matura come esperienza mistica a partire dall’età di 13 anni (PCon, I, p. 47-48). Attraverso la “voce” dell’arcangelo san Michele, Giovanna si sente chiamata dal Signore ad intensificare la sua vita cristiana e anche ad impegnarsi in prima persona per la liberazione del suo popolo. La sua immediata risposta, il suo “sì”, è il voto di verginità, con un nuovo impegno nella vita sacramentale e nella preghiera: partecipazione quotidiana alla Messa, Confessione e Comunione frequenti, lunghi momenti di preghiera silenziosa davanti al Crocifisso o all’immagine della Madonna. La compassione e l’impegno della giovane contadina francese di fronte alla sofferenza del suo popolo sono resi più intensi dal suo rapporto mistico con Dio. Uno degli aspetti più originali della santità di questa giovane è proprio questo legame tra esperienza mistica e missione politica. Dopo gli anni di vita nascosta e di maturazione interiore segue il biennio breve, ma intenso, della sua vita pubblica: un anno di azione e un anno di passione.
All’inizio dell’anno 1429, Giovanna inizia la sua opera di liberazione. Le numerose testimonianze ci mostrano questa giovane donna di soli 17 anni come una persona molto forte e decisa, capace di convincere uomini insicuri e scoraggiati. Superando tutti gli ostacoli, incontra il Delfino di Francia, il futuro Re Carlo VII, che a Poitiers la sottopone a un esame da parte di alcuni teologi dell’Università. Il loro giudizio è positivo: in lei non vedono niente di male, solo una buona cristiana.
Il 22 marzo 1429, Giovanna detta un’importante lettera al Re d’Inghilterra e ai suoi uomini che assediano la città di Orléans (Ibid., p. 221-222). La sua è una proposta di vera pace nella giustizia tra i due popoli cristiani, alla luce dei nomi di Gesù e di Maria, ma è respinta, e Giovanna deve impegnarsi nella lotta per la liberazione della città, che avviene l’8 maggio. L’altro momento culminante della sua azione politica è l’incoronazione del Re Carlo VII a Reims, il 17 luglio 1429. Per un anno intero, Giovanna vive con i soldati, compiendo in mezzo a loro una vera missione di evangelizzazione. Numerose sono le loro testimonianze riguardo alla sua bontà, al suo coraggio e alla sua straordinaria purezza. È chiamata da tutti ed ella stessa si definisce “la pulzella”, cioè la vergine.
La passione di Giovanna inizia il 23 maggio 1430, quando cade prigioniera nelle mani dei suoi nemici. Il 23 dicembre viene condotta nella città di Rouen. Lì si svolge il lungo e drammatico Processo di Condanna, che inizia nel febbraio 1431 e finisce il 30 maggio con il rogo. È un grande e solenne processo, presieduto da due giudici ecclesiastici, il vescovo Pierre Cauchon e l’inquisitore Jean le Maistre, ma in realtà interamente guidato da un folto gruppo di teologi della celebre Università di Parigi, che partecipano al processo come assessori. Sono ecclesiastici francesi, che avendo fatto la scelta politica opposta a quella di Giovanna, hanno a priori un giudizio negativo sulla sua persona e sulla sua missione. Questo processo è una pagina sconvolgente della storia della santità e anche una pagina illuminaÈnte sul mistero della Chiesa, che, secondo le parole del Concilio Vaticano II, è “allo stesso tempo santa e sempre bisognosa di purificazione” (LG, 8). E’ l’incontro drammatico tra questa Santa e i suoi giudici, che sono ecclesiastici. Da costoro Giovanna viene accusata e giudicata, fino ad essere condannata come eretica e mandata alla morte terribile del rogo. A differenza dei santi teologi che avevano illuminato l’Università di Parigi, come san Bonaventura, san Tommaso d’Aquino e il beato Duns Scoto, dei quali ho parlato in alcune catechesi, questi giudici sono teologi ai quali mancano la carità e l’umiltà di vedere in questa giovane l’azione di Dio. Vengono alla mente le parole di Gesù secondo le quali i misteri di Dio sono rivelati a chi ha il cuore dei piccoli, mentre rimangono nascosti ai dotti e sapienti che non hanno l’umiltà (cfr. Lc 10,21). Così, i giudici di Giovanna sono radicalmente incapaci di comprenderla, di vedere la bellezza della sua anima: non sapevano di condannare una Santa.
L’appello di Giovanna al giudizio del Papa, il 24 maggio, è respinto dal tribunale. La mattina del 30 maggio, riceve per l’ultima volta la santa Comunione in carcere, e viene subito condotta al supplizio nella piazza del vecchio mercato. Chiede a uno dei sacerdoti di tenere davanti al rogo una croce di processione. Così muore guardando Gesù Crocifisso e pronunciando più volte e ad alta voce il Nome di Gesù (PNul, I, p. 457; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 435). Circa 25 anni più tardi, il Processo di Nullità, aperto sotto l’autorità del Papa Callisto III, si conclude con una solenne sentenza che dichiara nulla la condanna (7 luglio 1456; PNul, II, p 604-610). Questo lungo processo, che raccolse le deposizioni dei testimoni e i giudizi di molti teologi, tutti favorevoli a Giovanna, mette in luce la sua innocenza e la perfetta fedeltà alla Chiesa. Giovanna d’Arco sarà poi canonizzata da Benedetto XV, nel 1920.
Cari fratelli e sorelle, il Nome di Gesù, invocato dalla nostra Santa fin negli ultimi istanti della sua vita terrena, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore, il centro di tutta la sua vita. Il “Mistero della carità di Giovanna d’Arco”, che aveva tanto affascinato il poeta Charles Péguy, è questo totale amore di Gesù, e del prossimo in Gesù e per Gesù. Questa Santa aveva compreso che l’Amore abbraccia tutta la realtà di Dio e dell’uomo, del cielo e della terra, della Chiesa e del mondo. Gesù è sempre al primo posto nella sua vita, secondo la sua bella espressione: “Nostro Signore servito per primo” (PCon, I, p. 288; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 223). Amarlo significa obbedire sempre alla sua volontà. Ella afferma con totale fiducia e abbandono: “Mi affido a Dio mio Creatore, lo amo con tutto il mio cuore” (ibid., p. 337). Con il voto di verginità, Giovanna consacra in modo esclusivo tutta la sua persona all’unico Amore di Gesù: è “la sua promessa fatta a Nostro Signore di custodire bene la sua verginità di corpo e di anima” (ibid., p. 149-150). La verginità dell’anima è lo stato di grazia, valore supremo, per lei più prezioso della vita: è un dono di Dio che va ricevuto e custodito con umiltà e fiducia. Uno dei testi più conosciuti del primo Processo riguarda proprio questo: “Interrogata se sappia d’essere nella grazia di Dio, risponde: Se non vi sono, Dio mi voglia mettere; se vi sono, Dio mi voglia custodire in essa” (ibid., p. 62; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2005).
La nostra Santa vive la preghiera nella forma di un dialogo continuo con il Signore, che illumina anche il suo dialogo con i giudici e le dà pace e sicurezza. Ella chiede con fiducia: “Dolcissimo Dio, in onore della vostra santa Passione, vi chiedo, se voi mi amate, di rivelarmi come devo rispondere a questi uomini di Chiesa” (ibid., p. 252). Gesù è contemplato da Giovanna come il “Re del Cielo e della Terra”. Così, sul suo stendardo, Giovanna fece dipingere l’immagine di “Nostro Signore che tiene il mondo” (ibid., p. 172): icona della sua missione politica. La liberazione del suo popolo è un’opera di giustizia umana, che Giovanna compie nella carità, per amore di Gesù. Il suo è un bell’esempio di santità per i laici impegnati nella vita politica, soprattutto nelle situazioni più difficili. La fede è la luce che guida ogni scelta, come testimonierà, un secolo più tardi, un altro grande santo, l’inglese Thomas More. In Gesù, Giovanna contempla anche tutta la realtà della Chiesa, la “Chiesa trionfante” del Cielo, come la “Chiesa militante” della terra. Secondo le sue parole, “è un tutt’uno Nostro Signore e la Chiesa” (ibid., p. 166). Quest’affermazione, citata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 795), ha un carattere veramente eroico nel contesto del Processo di Condanna, di fronte ai suoi giudici, uomini di Chiesa, che la perseguitarono e la condannarono. Nell’Amore di Gesù, Giovanna trova la forza di amare la Chiesa fino alla fine, anche nel momento della condanna.
Mi piace ricordare come santa Giovanna d’Arco abbia avuto un profondo influsso su una giovane Santa dell’epoca moderna: Teresa di Gesù Bambino. In una vita completamente diversa, trascorsa nella clausura, la carmelitana di Lisieux si sentiva molto vicina a Giovanna, vivendo nel cuore della Chiesa e partecipando alle sofferenze di Cristo per la salvezza del mondo. La Chiesa le ha riunite come Patrone della Francia, dopo la Vergine Maria. Santa Teresa aveva espresso il suo desiderio di morire come Giovanna, pronunciando il Nome di Gesù (Manoscritto B, 3r), ed era animata dallo stesso grande amore verso Gesù e il prossimo, vissuto nella verginità consacrata.
Cari fratelli e sorelle, con la sua luminosa testimonianza, santa Giovanna d’Arco ci invita ad una misura alta della vita cristiana: fare della preghiera il filo conduttore delle nostre giornate; avere piena fiducia nel compiere la volontà di Dio, qualunque essa sia; vivere la carità senza favoritismi, senza limiti e attingendo, come lei, nell’Amore di Gesù un profondo amore per la Chiesa. Grazie.

Pratica: Sarò sempre obbediente alla volontà di Dio.

Preghiera: O gloriosa Vergine Giovanna D’Arco, che, per la verità e la giustizia, affrontaste l’iniquità di giudici perversi, le sofferenze di un lungo carcere, il tradimento, l’abbandono e l’orribile strazio del rogo, dove foste bruciata viva, sorreggetemi, vi scongiuro, nella sincera e coraggiosa professione della fede, e assistetemi fino alla morte, perché io ne custodisca immacolato e intatto il prezioso tesoro.

29 Maggio 2020

Santa Orsola Ledóchowska, Fondatrice
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Orsola, al secolo Julia, Ledóchowska nasce il 17 aprile 1865 a Loosdorf (Austria) in una famiglia, che da parte della madre (di nazionalità svizzera discendente da una stirpe cavalleresca dei Salis) come pure dalla parte del padre (discendente da un’antica famiglia polacca) ha dato numerosi uomini di stato, militari, ecclesiastici e persone consacrate, impegnati nella storia dell’Europa e della Chiesa.
È cresciuta in un clima famigliare pieno di amore, saggio ed esigente, tra numerosi fratelli e sorelle. I primi tre dei fratelli scelgono la strada della vita consacrata : Maria Teresa (beatificata nel 1975), fondatrice del Sodalizio di San Pietro Claver e il fratello minore, Vladimiro, preposito generale dei Gesuiti.
Nel 1883 la famiglia si trasferì a Lipnica Murowana, vicino a Cracovia. Nel 1886 Giulia entrò nel convento delle Orsoline di Cracovia.
“Sapessi solo amare! Ardere, consumarmi nell’amore”– così scrive prima dei voti religiosi la 24 enne Giulia Ledóchowska, novizia nel convento delle orsoline a Cracovia. Nel giorno della professione prende il nome di Maria Orsola di Gesù, e le parole qui riportate diventano le linee guida di tutta la sua vita.
Maria Orsola vive nel convento di Cracovia 21 anni. Attira l’attenzione il suo amore per il Signore, il suo talento educativo e la sua sensibilità ai bisogni dei giovani nelle mutate condizioni sociali, politiche e morali di questi tempi. Quando le donne acquistano il diritto allo studio universitario, riesce a organizzare il primo pensionato per studentesse in Polonia dove esse possono trovare non solo un posto sicuro per la vita e per lo studio, ma anche una solida formazione religiosa. La stessa sensibilità la spinge ad andare per lavoro, con la benedizione di S. Pio X(Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914), nel cuore della Russia ostile alla Chiesa. Quando, con un’altra suora, vestite in borghese (la vita religiosa era proibita in Russia) partono per Pietroburgo, non sa di essersi incamminata verso una destinazione a lei sconosciuta e che lo Spirito Santo l’avrebbe condotta sulle strade che non aveva previsto.
A Pietroburgo la Madre e la comunità delle suore in aumento (eretta presto come una casa autonoma delle orsoline) vivono in clandestinità, e anche se sorvegliate in continuo dalla polizia segreta, svolgono un intenso lavoro educativo e di formazione religiosa, diretto anche all’avvicinamento nelle relazioni tra polacchi e russi.
Scoppiata la guerra del 1914 Maria Orsola deve lasciare la Russia. Parte per Stoccolma. Durante il periodo della peregrinazione scandinava (Svezia, Danimarca, Norvegia), la sua attività si concentra, oltre al lavoro educativo, sull’impegno nella vita della Chiesa locale, sul lavoro in favore delle vittime della guerra e sull’impegno ecumenico. La casa delle sue suore diventa un appoggio per la gente di diversi orientamenti politici e religiosi. Il suo amore ardente per la patria va di pari passo con l’apertura alla diversità, agli altri. Richiesta una volta di che orientazione è la sua politica, rispose senza indugiare: “la mia politica è l’amore”.
Nel 1920 Maria Orsola con le suore e un numeroso gruppo di orfani di famiglie di emigrati, ritorna in Polonia. La Sede Apostolica trasforma il suo convento autonomo delle orsoline nella Congregazione delle“Orsoline del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante”. La spiritualità della congregazione si concentra intorno alla contemplazione dell’amore salvifico di Cristo e alla partecipazione alla sua missione per mezzo del lavoro educativo ed il servizio al prossimo, in modo particolare sofferente, solo, emarginato, alla ricerca del senso della vita.
Maria Orsola educa le suore ad amare Dio sopra ogni cosa e in Dio “ogni persona umana e tutta la creazione”. Ritiene una testimonianza particolarmente credibile del legame personale con Cristo e uno strumento efficiente dell’influsso evangelizzatore ed educativo, il sorriso, la serenità d’animo, l’umiltà e la capacità di vivere la grigia quotidianità come via privilegiata verso la santità. E lei stessa è un esempio trasparente di una tale vita.
La Congregazione si sviluppa presto. Nascono le comunità delle suore orsoline in Polonia e sulle frontiere orientali del Paese, povere, multinazionali e multiconfessionali.
Nel 1928 nasce la casa generalizia in Roma e un pensionato per le ragazze meno abbienti perché possano conoscere la ricchezza spirituale e religiosa del cuore della Chiesa e della civilizzazione europea. Le suore iniziano anche il lavoro tra i poveri dei sobborghi di Roma. Nel 1930 le suore, accompagnando le ragazze che partono alla ricerca di lavoro, si stabiliscono in Francia. In ogni posto dove è possibile Maria Orsola fonda centri di lavoro educativo e di insegnamento, invia le suore alla catechesi e al lavoro nei quartieri poveri, organizza edizioni per bambini e giovani e lei stessa scrive libri e articoli. Cerca di iniziare e di appoggiare le organizzazioni ecclesiastiche per i bambini (Movimento Eucaristico), per la gioventù e per le donne. Partecipa attivamente alla vita della Chiesa e del Paese, ricevendo alti riconoscimenti e decorazioni statali ed ecclesiastiche.
Quando la sua vita laboriosa e non facile giunge al termine a Roma, il 29 maggio 1939, la gente diceva che è morta una santa. Orsola Ledóchowska è stata beatificata il 20 giugno 1983, a Poznań, e canonizzata, a Roma, il 18 maggio 2003, dallo stesso Papa : San Giovanni Paolo II.
Le Orsoline Grigie si dedicano all’istruzione e all’educazione cristiana della gioventù: sono attive presso scuole elementari, dell’infanzia, di taglio e cucito, oratori, residenze per studenti e case famiglia per malati di AIDS.
Fonti principali: orsolinescga.it; vatican.va (“RIV./gpm”).

Giovanni Paolo II (Omelia, 18 Maggio 2003):

[Sant’Orsola Ledóchowska, per tutta la sua vita, con fedeltà e con amore, fissava con lo sguardo il volto di Cristo, suo Sposo. In modo particolare si univa a Cristo agonizzante sulla Croce. Tale unione la colmava di uno straordinario zelo nell’opera dell’annunciare, con parole ed opere, la Buona Novella dell’amore di Dio. La portava prima di tutto ai bambini e ai giovani, ma anche a tutti coloro che si trovavano nel bisogno, ai poveri, agli abbandonati, ai soli. A tutti si rivolgeva con il linguaggio dell’amore provato con le opere. Con il messaggio dell’amore di Dio attraversò la Russia, i Paesi scandinavi, la Francia e l’Italia. Ai suoi tempi fu un’apostola della nuova evangelizzazione, dando con la sua vita e con la sua attività la prova di una costante attualità, creatività ed efficacia dell’amore evangelico.
Anche lei attingeva dall’amore per l’Eucaristia l’ispirazione e la forza per la grande opera dell’apostolato. Scriveva: “Devo amare il prossimo come Gesù ha amato me. Prendete e mangiate... Mangiate le mie forze, sono a vostra disposizione (...). Prendete e mangiate le mie capacità, il mio talento (...), il mio cuore, affinché con il suo amore esso riscaldi e illumini la vostra vita (...). Prendete e mangiate il mio tempo, sia a vostra disposizione. (...) sono vostra come Gesù-Ostia è mio”. Non risuona in queste parole l’eco di un dono con il quale Cristo, nel Cenacolo, offrì se stesso ai Discepoli di ogni tempo?
Fondando la Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante, trasmise ad essa questo spirito. “Il Santissimo Sacramento - scrisse - è il sole della nostra vita, il nostro tesoro, la nostra felicità, il nostro tutto sulla terra. (...) Amate Gesù nel tabernacolo! Là rimanga sempre il vostro cuore anche se materialmente siete al lavoro. Là è Gesù, che dobbiamo amare ardentemente, con tutto il cuore. E se non sappiamo amarlo, desideriamo almeno di amarlo - di amarlo sempre più”.
Alla luce di quest’amore eucaristico Sant’Orsola sapeva scorgere in ogni circostanza un segno del tempo, per servire Dio e i fratelli. Sapeva, che per chi crede, ogni evento, persino il più piccolo diventa un’occasione per realizzare i piani di Dio. Quello che era ordinario, lo faceva diventare straordinario; ciò che era quotidiano lo mutava perché diventasse perenne; ciò che era banale lei lo rendeva santo.
Se oggi Sant’Orsola diventa esempio di santità per tutti i credenti, è perché il suo carisma possa essere accolto da chi nel nome dell’amore di Cristo e della Chiesa voglia in modo efficace testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi. Tutti possiamo imparare da lei come edificare con Cristo un mondo più umano - un mondo in cui verranno realizzati sempre più pienamente valori come la giustizia, la libertà, la soli


Dagli scritti di Sant’Orsola Ledóchowska

L’Umiltà
Figlie mie carissime, contemplate l’umiltà del divin Cuore ed imitatela. Noi, discepole del Cuore di Gesù, dobbiamo prima di tutto imitare questa virtù da lui prediletta. Noi, serve dei poveri, dobbiamo diventare piccole, molto piccole per attirarli a noi e portarli a Dio. Ripetete ogni giorno non solo con le labbra, ma con tutto il cuore e con desiderio: “Rendici piccole come quel piccolo verme che striscia per terra e che inavvertitamente il piede del bimbo calpesta senza timore”.
Desiderate essere piccole ‑ non vogliate esserlo soltanto emotivamente, perché il sentimento spesso ci inganna, ma con la vita e con l’azione, perché nell’azione è la verità. Cercate di essere umili e piccole. Ricordate che l’umiltà è la radice di ogni virtù; la virtù che non nasce da questa radice non è virtù, anche se può apparire tale all’occhio umano.
Siate convinte della vostra miseria e della vostra nullità che non si esprime soltanto con parole e sentimenti, ma con fatti. Non dite solamente: siamo “piccoli vermi”, ma agite di conseguenza. Prima di tutto non vi offendete mai con nessuno e per nessuna ragione. L’umile non può e non è in grado di offendersi perché è convinto di meritare disprezzo e biasimo e pensa piuttosto che tutti lo trattino troppo bene, per cui, invece di offendersi ringrazia per ogni cosa. Figlie mie, non vi offendete! Rigettate da voi, come una tentazione, il pensiero che vi si faccia torto, che vi si metta da parte, che vi si manchi di rispetto, e che ci si dimentichi di voi. Queste sono insinuazioni diaboliche che tendono a strapparvi quella santa pace di cui godono gli umili. Anche se vi trattassero nel peggiore dei modi, dite a voi stesse che tutto è ancor troppo buono, perché meritereste l’inferno. Ringraziate per ogni cosa, ma Figlie care, non lasciatevi mai, mai dominare dalla suscettibilità.
Ricordate che l’umile accetta volentieri ogni osservazione. Non si difende neppure quando l’osservazione è ingiusta. L’umile crede che gli altri vedano meglio di lui e cerca unicamente di trarre giovamento dall’osservazione fattagli.
L’umile non parla di sé, né in bene né in male. Cercate di annegare nel silenzio il vostro “io”.
Lottate fino in fondo contro l’ambizione, poiché questa è all’origine della caduta di una religiosa. Da essa nascono le gravi malattie dello spirito, come l’odio e l’invidia che uccidono la vita interiore. Abbiate una sola ambizione: essere un nulla, per passare attraverso il mondo come se non esisteste. Rallegratevi dei successi delle consorelle nel lavoro, quando sono più stimate di voi, quando vengono loro affidati compiti più importanti e cariche più elevate. Rimanete tranquille nel vostro angolo, ricordando ciò che ci suggerisce L’Imitazione: “Vuoi sapere che cos’è che produce grande pace? L’essere sconosciuto e non considerato affatto.” .Quanta pace abita nel cuore dell’umile!
Guardatevi dalla presunzione che vuol sempre aver ragione e impone agli altri il proprio giudizio. Che cosa perdi cedendo agli altri? A meno che cedendo tu non esponga te stessa o gli altri al pericolo di peccare. Sottomettiti volentieri, per quanto ti è possibile, alla volontà altrui. Le Costituzioni dicono “siate sottomesse le une alle altre”; in ciò è racchiusa una solida umiltà. Voler essere sottomessa a tutti è prova di una vera umiltà, che porta la persona a considerarsi la più piccola e la più misera.
Figlie mie, non desiderate mai alte cariche e accettatele con umiltà, se il Signore ve le affida, ma non desideratele mai. Rallegratevi se altre, più giovani, vi saranno chiamate. Sottomettetevi volentieri alle superiore anche più giovani, dimostrando loro lo stesso rispetto che avevate nel noviziato per la vostra superiora.
Figlie carissime, siate umili, non cercate né lodi né riconoscimenti. Meno ne riceverete dagli uomini, tanto più Dio vi circonderà di gloria nel cielo.
Vogliate, Figlie mie, essere piccole, molto piccole; il posto più sicuro è l’ultimo. Imparate dal Cuore di Gesù che è mite ed umile. Siate silenziose non solo interiormente ma anche esteriormente. Non fate chiasso, parlate sottovoce, camminate e lavorate silenziosamente. Il chiasso è sempre, anche se inconsciamente, un voler dire a tutti: sono io.
Figlie mie, vi supplico: siate silenziose ed umili. Dio sarà con voi e il Cuore divino benedirà certamente il vostro lavoro e l’amore santo vi unirà.
Figlie mie, siate silenziose ed umili. L’umiltà è la virtù caratteristica, fondamentale dell’orsolina del Cuore di Gesù. Vi supplico, Figlie mie, siate umili!

Pratica: Mi impegnerò ad essere silenzioso e umile.

Preghiera: O Dio, che hai dato a santa Santa Orsola (Ledóchowska) la grazia di seguire sino in fondo Cristo povero e umile, concedi anche a noi di vivere fedelmente la nostra vocazione, per giungere alla perfetta carità che ci hai proposto nel tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

  28 Maggio 2020


Santa Maria Anna di Gesù de Parades, Vergine
Nacque il 31 ottobre 1518 a Quito, allora appartenente al Viceregno di Nuova Granada, ultima degli otto figli del capitano Girolamo Flores Zenel de Paredes, di Toledo, in Spagna, e da Mariana Cranobles de Xaramilo, discendente da una nobile  famiglia spagnola.
A cinque anni la bambina rimase orfana di entrambi i genitori. Si prese cura di lei la sorella maggiore, Girolama, che la educò con le sue tre figlie, avute dal capitano Cosimo de Caso Miranda. Fin dalla più tenera infanzia Mariana diede prove di una pietà e un amore per la mortificazione veramente straordinari. Nel cortile di casa organizzava con le compagne di gioco piccole processioni, recitava il rosario e faceva la Via Crucis non certo per divertimento. La sorella, inquieta e contenta insieme, la condusse da padre Giovanni Camacho S.J. nella chiesa della Compagnia di Gesù, poco lontana dall’abitazione dei Paredes, perché vedesse se era il caso di ammetterla alla Prima Comunione benché non avesse che sette anni. Padre Giovanni la esaminò, e avendola trovata di un senno superiore all’età la ammise alla Prima Comunione, in oltre la iniziò agli esercizi spirituali di sant’Ignazio. In riconoscenza la santa propose di essere una vera figlia della Compagnia di Gesù e volle essere chiamata soltanto Maria Anna di Gesù.
I coniugi Cosimo e Girolama, vista l’ardente fede della giovane, pensarono di dare un orientamento alla vocazione di Maria Anna. Le proposero di entrare prima tra le Domenicane, poi tra le Clarisse, ma Mariana confidò al suo padre confessore di aver percepito una voce distinta che le diceva che si sarebbe santificata nella propria casa vivendo nel raccoglimento e nella penitenza.
Il cognato e la sorella le assegnarono allora un piccolo appartamento di tre stanze. Mariana lo fece ammobiliare con un letto di legno, una croce guarnita di spine, una scala di legno della sua statura, dei flagelli, dei cilici e un altarino adorno delle statue di Gesù Bambino e della Madonna. Vestita di nero alla stregua dei Gesuiti, ella trascorreva nel suo ritiro la maggior parte della giornata. Non ne usciva che per andare alla Messa, occuparsi dei poveri e servire la famiglia ad ogni refezione, fedele sempre ad un regolamento di vita che aveva steso con l’approvazione del confessore.
«Dalle 4 alla 5,30 farò l’orazione mentale. Dalle 5,30 alle 6 mi metterò i cilici, reciterò le ore fino a nona, farò l’esame generale e particolare, andrò alla chiesa. Dalle 6,30 alle 7 mi confesserò . Dalle 7 alle 8 durante la Messa, preparerò le disposizioni del cuore per ricevere il mio Dio. Dopo che l’avrò ricevuto, ringrazierò l’Eterno Padre per avermi dato Suo Figlio e glielo offrirò, e in ricompensa chiederò molte grazie. Dalle 8 alle 9: libererò anime dal purgatorio e lucrerò indulgenze per esse. Dalle 9 alle 10: reciterò i quindici misteri della corona della Madre di Dio. Alle 10: durante la Messa mi raccomanderò ai miei santi: la domenica e i giorni di festa fino alle 11. Dopo mangerò se avrò necessità. Alle 14: reciterò i vespri e farò l’esame particolare e generale. Dalle 14 alle 17: farò dei lavori manuali ed eleverò il cuore al Signore facendo molti atti di amore. Dalle 17 alle 18: farò la lettura spirituale e reciterò compieta. Dalle 18 alle 21: farò orazione mentale e mi terrò alla presenza di Dio. Dalle 21 alle 22: mi leverò la sete con un sorso d’acqua e prenderò qualche cibo moderato. Dalle 22 alle 24: farò orazione mentale. Dalle 24 all’1: leggerò qualche vita di santi e reciterò mattutino. Dall’1 alle 4: dormirò, il venerdì sulla mia croce, le altre notti sulla mia scala: prima di coricarmi farò disciplina. In alcuni giorni di Avvento e di Quaresima dalle 22 alle 24 farò l’orazione in croce.»
Nella città di Quito non tardò a spargersi la fama della santa vita che tra le pareti domestiche conduceva Mariana. Poveri e malati di frequente si portavano sotto la finestra di lei, prospiciente la strada, per ricevere denari, panieri gonfi di vestiti, pane, carne o prelibati cibi che la cucina padronale le faceva pervenire nei giorni di festa. Molte persone si rivolgevano a lei per consigli e preghiere e per la sua intercessione vi furono dei miracoli. La sua preghiera era ricca di grazie perché viveva continuamente unita a Dio. Ben lo sapeva il diavolo che la maltrattava, ma Mariana trovò un grande aiuto nel fratello coadiutore gesuita Ferdinando della Croce che fu il suo direttore spirituale dopo che padre Camacho dovette allontanarsi da Quito.
Le privazioni e le mortificazioni di Mariana la ridussero presto a pelle e ossa. I familiari, impensieriti, l’esortarono a moderare le austerità. La santa si rivolse al Cuore di Gesù supplicandolo:
«Difendi la tua gloria. Fa’ che gli altri mi vedano, sì, macilenta e brutta, ma che non capiscano mai il perché: che nessuno sappia di quel po’ di penitenza che io faccio tanto volentieri per te.»
Il Signore, per mostrarle quanto gradiva le sue mortificazioni, le ridonò un viso pieno e armonioso fino alla morte. E Maria Anna continuò a macerare il suo corpo, spesso restava per quindici giorni di seguito senza bere per prendere parte all’amarissima sete provata da Gesù in croce. Negli ultimi sei anni di vita si cibò quasi esclusivamente dell’Eucaristia. Soltanto di rado prendeva un po’ di succo di frutta.
Nel 1645 la città di Quito fu devastata da un terremoto e dalla peste. Il 25 marzo nel vedere il padre Alonso de Rojas inginocchiarsi durante la predica e offrire la sua vita per la cessazione dei flagelli, si sentì spinta a mormorare anche lei in una suprema dedizione di olocausto: « Mio Dio, mio Dio, vi offro la vita mia per il mio popolo.».
A casa, mentre si disponeva a pregare come il solito, sentì il primo annunzio di un malessere indefinito. Nella notte le scosse di terremoto cessarono e per Pasqua il morbo era cessato del tutto. Al capezzale della malata si succedettero i medici che non seppero trovare delle cure all’oscuro male. Il vescovo della città, Pietro de Oviedo, andò a ringraziarla e a benedirla. Come aveva predetto, Mariana morì la notte di venerdì 26 maggio 1645. Il “giglio di Quito” fu seppellita nella Chiesa della Compagnia di Gesù. Pur essendo diretta dai Gesuiti, aveva voluto iscriversi al Terz’Ordine Francescano senza mai indossarne l’abito. La vasta casa in cui morì fu trasformata, come aveva predetto, in monastero dalle Carmelitane Scalze.
Oggetto di devozione popolare sin dalla morte, le è intitolato l’Istituto di Santa Marianna di Gesù, fondato nel 1873 dalla beata Mercedes Molina y Ayala. Beatificata nel 1853, è stata proclamata santa da papa Pio XII il 9 luglio del 1950: è la prima santa della repubblica dell’Ecuador, dove è conosciuta con l’appellativo di “Azucena de Quito2 (giglio di Quito).         FONTE: http://it.cathopedia.org


Dall’Omelia di Pio XII nel giorno della canonizzazione di Maria Anna de Paredes (Acta Apostolica Sedis 42, 1950, 611-612)

Seguendo le orme di Cristo, crocifiggiamo la nostra carne

Maria Anna de Paredes, sebbene fosse modello d’innocentissima vita, tuttavia per espiare i peccati degli altri, affliggeva il suo corpo verginale con volontarie mortificazioni e austeri digiuni, con aspri cilizi e duri flagelli.
Con una pesante croce sulle spalle ripercorreva a tappe l’itinerario della Passione di Cristo e piamente ricordando i dolori del Redentore e riamandolo intensamente, si effondeva in calde lacrime. Dormiva assai brevemente adagiata sul pavimento, trascorrendo buona parte della notte in ginocchio in pia contemplazione e preghiera. Oggi non tutti riescono a comprendere questo genere di penitenza e non tutti ne hanno la debita stima, anzi molti lo disprezzano e rigettano e lo trascurano completamente. Ma occorre ricordarsi che dopo la caduta di Adamo, per la quale tutti riportiamo una macchia e ci sentiamo attratti dalle lusinghe del vizio, la penitenza ci è assolutamente necessaria, secondo quanto sta scritto: «Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo».
Nulla è più efficace per moderare i movimenti disordinati dell’animo, e sottomettere i naturali appetiti alla retta ragione. Ma se riusciremo ad essere vittoriosi in questa lotta - anche se per conformarci assiduamente a Cristo, dovremo crocifiggere la nostra carne -, sarà una realtà dolce il pregustare in questa vita mortale i beni celesti, che tanto sorpassano le gioie terrene, quanto l’animo è superiore al corpo ed il cielo sorpassa la terra.
Infatti la santa penitenza e la mortificazione del proprio corpo ha in sé una dolcezza che i mutevoli beni della terra non possono dare. Ciò spesso sperimentò Maria Anna de Paredes; e quando specialmente, sospinta dalla carità per il prossimo e dall’amore di Dio espiava con aspre penitenze le colpe degli altri, pregustò più di una volta, rapita fuori dei sensi, le dolcezze della eterna beatitudine.
E così, conformata a Cristo ed arricchita della divina grazia, si mostrava sollecita non soltanto della propria salvezza, ma anche di quella degli altri. Così pure sovveniva largamente alle necessità dei poveri, leniva le sofferenze degli ammalati.
E quando gravissime calamità pubbliche, come i terremoti e le pestilenze, spargevano il terrore e la desolazione tra i suoi concittadini, ciò che non poteva raggiungere con i mezzi umani, cercava di ottenerlo dal Padre delle misericordie, supplicando, espiando ed offrendo la propria vita.

Pratica: Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri (Gal 5,24).

Preghiera: O Dio che, in un mondo così corrotto hai fatto fiorire santa Maria Anna come giglio tra le spine, modello di vita illibata e di costante mortificazione fa che anche noi, liberi ai fermenti del male, siamo infiammati da un vivo desiderio di santità.
  
27 Maggio 2020


Sant’Agostino Arcivescovo di Canterbury
“Apostolo d’Inghilterra”

 
La Gran Bretagna, evangelizzata fin dai tempi apostolici (il primo missionario a sbarcarvi sarebbe stato, secondo la leggenda, Giuseppe di Arimatea), era ricaduta nell’idolatria in seguito all’invasione dei Sassoni nel V e VI secolo.
La situazione vide un’inversione di tendenza quando il re del Kent Etelberto, sposò Berta, figlia del cristiano Cariberto, re di Parigi. Ella, portando con sé il cappellano Liudhard, eresse una chiesa a Canterbury (forse ne restaurò una già esistente), dedicandola a S. Martino di Tours, patrono della sua famiglia (i Merovingi). Etelberto era pagano, ma si dimostrò molto tollerante e permise alla moglie di adorare il proprio Dio; Berta poté così organizzare una piccola comunità con tanto di sacerdoti.
Etelberto, interessato al nuovo culto, chiese al Papa S. Gregorio I (Magno, 590-604), di inviare dei missionari. Il pontefice affidò il compito a un gruppo di 40 monaci benedettini del monastero romano di S. Andrea sul Celio, di cui Agostino era il priore.
Partito nel 597, Agostino raggiunse la Provenza ma, spaventato dai racconti che facevano sui Sassoni un popolo crudele e intollerante, tornò a Roma, rinunciando all’incarico. Il pontefice riuscì però a rincuorarlo e alla fine Agostino raggiunse l’isola di Thanet, accolto dal re in persona. Egli lo accompagnò a Canterbury e qui il monaco fu messo a capo della comunità. In breve tempo, lo stesso sovrano e migliaia di sudditi (secondo la tradizione, circa 10.000) chiesero il battesimo. Agostino rimaneva nel frattempo in contatto con il papa, elencando i successi conseguiti e chiedendo consigli.
Nel 601 Mellito, Giusto ed altri portarono, assieme alle risposte del papa, dei libri, alcune reliquie ma soprattutto il pallium simbolo del potere arcivescovile. Da questo momento Agostino divenne primate d’Inghilterra. Papa Gregorio I indicò al nuovo arcivescovo di ordinare quanto prima dodici nuovi vescovi ausiliari e di inviare un vescovo a York. Nel 604 Agostino consacrò Mellito vescovo di Londra e Giusto vescovo di Rochester.
Seguendo le disposizioni del papa, in materia di luoghi di culto, Agostino riconsacrò e ricostruì una vecchia chiesa a Canterbury che divenne cattedrale e fondò un monastero. La Scuola reale di Canterbury attribuisce ad Agostino la propria fondazione, il che ne farebbe la scuola più antica del mondo, anche se le prime fonti documentarie risalgono al XVI secolo.
Agostino cercò, ma invano, di riunire le comunità evangelizzate dai monaci irlandesi alle nuove, direttamente dipendenti da Roma, ma solo dopo il sinodo di Whitby del 664 la Chiesa celtica rinuncerà alle sue tradizioni. L’opera risultò in effetti molto difficoltosa e vide numerosi insuccessi. L’attività di Agostino fu tuttavia importante, perché alla base dell’evangelizzazione della Gran Bretagna, permettendogli di meritare il titolo di “Apostolo d’Inghilterra”.
Agostino, primo arcivescovo di Canterbury, morì il 26 maggio del 604, all’età di 70 anni (era nato a Roma il 13 novembre 534); fu sepolto nella chiesa dell’abbazia dedicata ai SS. Pietro e Paolo (oggi abbazia di Sant’Agostino). Viene festeggiato il 27 maggio; è venerato sia dai cattolici che dagli anglicani.

Fonti principali: santiebeati.it; wikipedia.org (“RIV./gpm”).


Dalle «Lettere» di san Gregorio Magno, papa  (Lib. 9, 36; MGH, Epistolae, 2, 305-306)

La nazione degli Angli è stata illuminata dalla luce della fede
«Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14), perché il chicco di grano cadendo nella terra è morto, perché non regnasse da solo in cielo colui per la cui morte viviamo e dalla cui debolezza siamo fortificati e dalla cui sofferenza siamo sottratti alla sofferenza.
Per amore di lui noi cerchiamo in Britannia dei fratelli che non conosciamo, e per suo dono abbiamo trovato coloro che cercavano senza conoscerli.
Chi mai potrebbe dire quanta letizia sia venuta nel cuore di tutti i fedeli, dal fatto che la nazione degli Angli, per opera della grazia di Dio onnipotente e per le tue fatiche, o fratello, abbia scacciato le tenebre dell’errore e sia stata illuminata dalla luce della santa fede? Rinnovata nell’anima, essa calpesta ormai gli idoli, ai quali prima era sottomessa con insana paura. Si prostra con cuore puro a Dio onnipotente. Viene trattenuta dalle cadute nel male dalle norme della santa predicazione, si sottomette di cuore ai comandamenti di Dio per elevarsi nella comprensione di lui. Si umilia fino a terra nella preghiera, per non giacere a terra con il suo spirito. Di chi è opera tutto questo, se non di colui che dice: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero»? (Gv 5,17).
Egli per dimostrare che il mondo si converte non per la sapienza degli uomini, ma per la sua potenza, scelse come suoi predicatori, da mandare per il mondo, uomini illetterati. Anche ora ha fatto la stessa cosa, degnandosi di compiere verso la nazione degli Angli cose meravigliose per mezzo di deboli creature. Ma è proprio per questo dono del cielo, fratello carissimo, che insieme a una grande gioia si deve avere un grandissimo timore. So bene che Dio onnipotente per mezzo tuo, mio caro, compie strepitosi miracoli tra codesto popolo che volle scegliersi. È perciò necessario che di questo medesimo dono del cielo tu goda con timore, e sii timoroso pur nella gioia. Gioisci perché le anime degli Angli con i miracoli esterni sono attratte alla grazia interiore. Temi perché, tra i prodigi che avvengono, l`animo debole non insuperbisca presumendo di sé; e, mentre esteriormente viene onorato, non cada interiormente per la vanagloria.
Dobbiamo infatti ricordare che i discepoli, ritornando pieni di gioia dalla predicazione, mentre dicevano al Maestro celeste: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome» (Lc 10, 17), subito si sono sentiti rispondere: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).


Omelia 

Cardinale Raymond Leo Burke  

Sia lodato Gesù Cristo, ora e sempre. Amen.

È una grande grazia poter offrire il Santo Sacrificio della Messa nel Santuario di Sant’Agostino, Apostolo dell’Inghilterra, così vicino al luogo in cui egli arrivò, nel 597, insieme a una quarantina di monaci, per svolgere una missione affidatagli dal Romano Pontefice, Papa Gregorio Magno: la seconda evangelizzazione delle Isole Britanniche. Qui ci è data la diretta testimonianza dell’infaticabile attività di Cristo glorioso nella Sua Chiesa. Sant’Agostino e i suoi compagni, in modo analogo ai 72 discepoli del Vangelo, sono stati inviati dal Vicario di Cristo in terra per portare il Cristo, che è vivo nella Chiesa, in una terra lontana. Venerando la tomba di Sant’Agostino riceviamo la grazia dello zelo missionario, che si esprime pienamente e in modo perfetto nell’offerta della Santa Messa.
Le fonti storiche riportano che Papa San Gregorio Magno desiderava ardentemente portare la verità e l’amore di Cristo alla nazione inglese. Aveva visto molti giovani inglesi mandati a Roma come schiavi, e il suo cuore era pieno di compassione per loro e per i loro compatrioti. Sentiva nel suo cuore l’intenzione del Signore che esortò i settantadue discepoli ad andare in missione con queste parole:
La messe è molta, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Così, egli chiese ai monaci del Monastero Romano di Sant’Andrea - da cui era stato chiamato per salire al Soglio di Pietro e di cui Sant’Agostino era il priore - di intraprendere il lungo e difficile viaggio in Inghilterra e predicare il Vangelo in un luogo a loro completamente sconosciuto.
Possiamo immaginare che le sue istruzioni a Sant’Agostino e agli altri monaci siano state sostanzialmente le stesse che il Signore dette ai discepoli: Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: “Si è avvicinato a voi il regno di Dio”.
Grazie a Dio, Sant’Agostino e i suoi compagni hanno compiuto la loro missione con obbedienza assoluta. L’integrità con cui essi hanno realizzato la loro opera sacerdotale è ben descritta dalle parole di San Paolo nell’Epistola odierna: E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori.
Non hanno mai messo in discussione il fatto che la loro opera fosse quella del Cristo e non la propria. La misura del loro ministero era infatti solamente Cristo, la Sua verità e il Suo amore. Così, la loro predicazione del Vangelo e il loro amministrare i sacramenti ha portato frutto incessantemente, durante i secoli, nelle Isole Britanniche e ben al di là di esse.
Prosper Guéranger, nel suo commento alla festa di Sant’Agostino, riflette sui frutti durevoli della loro opera missionaria con queste parole: E così, la nuova razza che abitò allora l’isola ricevette la fede come l’avevano ricevuta i Britanni precedentemente: dalle mani di un Papa; i monaci furono i loro maestri nella scienza della salvezza. La parola di Agostino e dei suoi compagni rese frutto in questo suolo privilegiato. Ovviamente, ci volle tempo prima che egli potesse istruire l’intera isola, ma né Roma né i Benedettini abbandonarono l’opera iniziata. I membri superstiti dell’antica cristianità britannica si unirono ai nuovi convertiti e l’Inghilterra meritò il suo appellativo plurisecolare di “Isola dei Santi”.
Si pensi, per esempio, a illustri figure come quelle di Beda il Venerabile e di San Tommaso Becket.
Contemplando i santi che sono stati il frutto del ministero apostolico di Sant’Agostino e dei suoi compagni, ricordiamo anche quanti hanno sofferto fino a spargere il loro sangue per essere fedeli alla fede apostolica loro tramandata in linea ininterrotta a partire dagli apostoli e, in particolare, a partire da Papa San Gregorio Magno, eroico Successore di San Pietro, e da Sant’Agostino di Canterbury, illustre successore degli apostoli. In modo eminente, ricordiamo le figure di San Tommaso Moro e San Giovanni Fisher, che hanno aderito tenacemente alla tradizione della fede ricevuta dal Vicario di Cristo sulla terra in un’epoca in cui tanti tradivano e abbandonavano la fede apostolica. Nel suo processo del 1 luglio 1535, San Tommaso Moro rimase fermamente fedele alla viva Tradizione della Chiesa, che gli proibiva, in coscienza, di riconoscere Re Enrico VIII come Capo Supremo della Chiesa. Quando il Cancelliere lo riprese citandogli l’accettazione del titolo da parte di tanti vescovi e nobili della nazione, Tommaso Moro replicò: “Milord, per ogni vescovo che condivide la vostra opinione, io ho cento santi che stanno dalla mia parte; e a cambio del vostro parlamento – Dio solo sa di che sorta – io ho tutti i Concili Generali di mille anni di storia…”.
I martiri inglesi hanno preferito dare le loro vite in martirio piuttosto che rinunciare al loro tesoro più grande e duraturo, la vita del Cristo vivo per noi nella Sua santa Chiesa. Molti altri – siano essi santi canonizzati o eroi sconosciuti della fede – hanno professato con abnegazione e costanza la fede cattolica che è stata portata nelle Isole Britanniche da Sant’Agostino e dai suoi compagni.
Siamo sicuramente coscienti delle grandi sfide inerenti al vivere la fede apostolica ai nostri giorni. Certamente, Satana – che è “un assassino sin dal principio” e “il padre di ogni menzogna” – non può sopportare che la verità e l’amore di Cristo risplendano nella Sua santa Chiesa. Non riposa mai dalla sua opera d’odio e d’inganno. Cerca sempre di corrompere la verità, la bellezza e la bontà che Cristo non cessa di infondere nelle nostre anime cristiane dal Suo glorioso Cuore trafitto. Le insinuanti confusioni e i gravi errori sulle verità più fondamentali, sulle realtà più belle e sul bene durevole della vita umana e del suo nucleo, la famiglia umana, così come ci viene dato da Dio, sono i tragici segni della presenza di Satana tra di noi. Quando osserviamo fino a che punto sia riuscito a corrompere una cultura un tempo cristiana e a spargere i semi della confusione e dell’errore persino all’interno della stessa Chiesa, possiamo facilmente spaventarci e scoraggiarci.
Ma, come Sant’Agostino e i suoi compagni sapevano ed hanno predicato, c’è un’altra presenza che sconfigge sempre Satana. È la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua santa Chiesa e – nel modo più pieno e perfetto – nel Santissimo Sacramento: la Sua Presenza Reale. Se aderiamo strettamente a Cristo, alla Sua verità e al Suo amore, anche di fronte alla persecuzione, la vittoria sul peccato, la vittoria della vita eterna sarà certamente nostra. Proprio Nostro Signore, quando ha collocato la Sua Chiesa sulle solide fondamenta dell’Ufficio Petrino, ci ha promesso che le forze del male non prevarranno contro di essa. L’ultimo capitolo della storia della Chiesa è già scritto. È la storia della vittoria di Cristo, quando tornerà nella gloria per portare a termine la Sua opera di salvezza, per inaugurare “cieli nuovi e una terra nuova”. Sta a noi scrivere i capitoli intermedi, insieme a Cristo e ai Suoi fedeli e generosi discepoli. Narreranno certamente la storia delle sofferenze per la verità e l’amore di Cristo, ma narreranno anche sempre la storia della grazia divina che opera in ogni anima cristiana, colmandola di gioia e pace anche di fronte a grandi sofferenze e alla stessa morte. Non ci lasciamo prendere dalla paura o dallo scoraggiamento, bensì rallegriamoci, insieme a San Paolo, di completare nella nostra epoca le sofferenze di Cristo per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo.
Venendo in pellegrinaggio a questo tempio, non posso mancare di far notare l’esempio dell’architetto cattolico Augustus Welby Northmore Pugin, che ha progettato questa bella chiesa in cui è anche sepolto. Augustus Pugin venne attratto alla verità della fede cattolica dalle sue riflessioni sulla bellezza delle grandiose architetture delle chiese medievali, e cercò a sua volta di esprimere e ispirare, tramite la sua architettura, la nobiltà e la bellezza della cultura cristiana in un’epoca in cui i fondamenti cristiani della società erano già seriamente minacciati dal secolarismo radicale del pensiero del cosiddetto Illuminismo. Celebrando la Santa Messa in questa chiesa, che a giusto titolo può essere definita sua, rendiamo grazie a Dio per lui e per il grande tesoro della bellezza della fede che ci ha dato.
Cristo fa ora presente sacramentalmente il Suo Sacrificio sul Calvario. Cristo ci offre ora il grande frutto del Suo Sacrificio, che ha offerto in primo luogo agli apostoli nell’ultima cena e che Sant’Agostino ha introdotto in Inghilterra nel 597: il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Cristo, unico Salvatore del mondo. Mentre Cristo glorioso discende sull’altare di questo grande santuario, innalziamo i nostri cuori al Suo glorioso Cuore trafitto. Mentre Egli offre la Sua vita per noi nel Sacrificio Eucaristico, offriamo le nostre vite insieme a Lui come un’oblazione d’amore a Dio Padre per la salvezza di tutti i nostri fratelli e sorelle. Con la Vergine Maria, Maria dell’Annunciazione venerata come Nostra Signora di Walsingham su quest’amata isola, formiamo un solo cuore con il Cuore Eucaristico di Gesù. Nel Cuore di Gesù i nostri cuori troveranno il coraggio e al forza di rimanere fedeli alla fede apostolica, per la gloria di Dio e per la salvezza dell’Inghilterra e di tutto il mondo.
Cuore di Gesù, salvezza di quanti hanno fede in Te, abbi pietà di noi.
Nostra Signora di Walsingham, prega per noi.
San Giuseppe, Sposo di Maria e Padre Putativo di Gesù, prega per noi.
San Gregorio Magno, prega per noi.
Sant’Agostino, Apostolo dell’Inghilterra, prega per noi.
  
Pratica: Se Dio vuole, e con il mandato della Chiesa, sarò pronto per andare e portare il Vangelo sino agli estremi confini della terra.

Preghiera: O Dio, che hai chiamato al Vangelo i popoli dell’Inghilterra con la predicazione missionaria del santo vescovo Sant’Agostino di Canterbury, fa’ che il seme delle sue fatiche apostoliche dia frutti di perenne fecondità nella tua Chiesa. Per il nostro Signore.

 26 Maggio 2020


 San Filippo Neri


Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515, e riceve il battesimo nel "bel san Giovanni" dei Fiorentini il giorno seguente, festa di S. Maria Maddalena. La famiglia dei Neri, che aveva conosciuto in passato una certa importanza, risentiva allora delle mutate condizioni politiche e viveva in modesto stato economico. Il padre, ser Francesco, era notaio, ma l’esercizio della sua professione era ristretto ad una piccola cerchia di clienti; la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia del contado, e moriva poco dopo aver dato alla luce il quarto figlio. La famiglia si trovò affidata alle cure della nuova sposa di ser Francesco, Alessandra di Michele Lenzi, che instaurò con tutti un affettuoso rapporto, soprattutto con Filippo, il secondogenito, dotato di un bellissimo carattere, pio e gentile, vivace e lieto, il “Pippo buono” che suscitava affetto ed ammirazione tra tutti i conoscenti. Dal padre, probabilmente, Filippo ricevette la prima istruzione, che lasciò in lui soprattutto il gusto dei libri e della lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita, testimoniata dall’inventario della sua biblioteca privata, lasciata in morte alla Congregazione romana, e costituita di un notevole numero di volumi. La formazione religiosa del ragazzo ebbe nel convento dei Domenicani di San Marco un centro forte e fecondo. Si respirava, in quell’ambiente, il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione lungo tutto l’arco della vita, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico.
Intorno ai diciotto anni, su consiglio del padre, desideroso di offrire a quel figlio delle possibilità che egli non poteva garantire, Filippo si recò da un parente, avviato commerciante e senza prole, a San Germano, l’attuale Cassino. Ma l’esperienza della mercatura durò pochissimo tempo: erano altre le aspirazioni del cuore, e non riuscirono a trattenerlo l’affetto della nuova famiglia e le prospettive di un’agiata situazione economica. Lo troviamo infatti a Roma, a partire dal 1534. Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso. Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderio di carriera e di successo, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l’animo del pellegrino penitente, del “monaco della città” per usare un’espressione oggi di moda, visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito. La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offrì una modesta ospitalità - una piccola camera ed un ridottissimo vitto - ricambiata da Filippo con l’incarico di precettore dei figli del Caccia. Lo studio lo attira - frequenta le lezioni di filosofia e di teologia dagli Agostiniani ed alla Sapienza - ma ben maggiore è l’attrazione della vita contemplativa che impedisce talora a Filippo persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni.
La vita contemplativa che egli attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose. Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando Filippo, nelle catacombe si san Sebastiano, durante una notte di intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo che gli dilatò il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni. 
Questa intensissima vita contemplativa si sposava nel giovane Filippo ad un altrettanto intensa, quanto discreta nelle forme e libera nei metodi, attività di apostolato nei confronti di coloro che egli incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della carità presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui Filippo, se non il fondatore, fu sicuramente il principale artefice insieme al suo confessore P. Persiano Rosa.
A questo degnissimo sacerdote, che viveva a san Girolamo della Carità, e con il quale Filippo aveva profonde sintonie di temperamento lieto e di impostazione spirituale, il giovane, che ormai si avviava all’età adulta, aveva affidato la cura della sua anima. Ed è sotto la direzione spirituale di P. Persiano che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Filippo se ne sentiva indegno, ma sapeva il valore dell’obbedienza fiduciosa ad un padre spirituale che gli dava tanti esempi di santità. A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, nella chiesa parrocchiale di S. Tommaso in Parione, il vicegerente di Roma, Mons. Sebastiano Lunel, lo ordinava sacerdote. 
Messer Filippo Neri continuò da sacerdote l’intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella Casa di san Girolamo, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano alla annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l’esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che  Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l’anima ed il metodo dell’Oratorio. Ben presto quella cameretta non bastò al numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottenne da "quelli della Carità" di poterli radunare in un locale, situato sopra una nave della chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri. Tra i discepoli del santo, alcuni - ricordiamo tra tutti Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, i futuri cardinali - maturarono la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell’azione pastorale di P. Filippo. Nacque così, senza un progetto preordinato, la “Congregazione dell’Oratorio”: la comunità dei preti che nell’Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato.
Insieme ad altri discepoli di Filippo, nel frattempo divenuti sacerdoti, questi andarono ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini, di cui P. Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa. E qui iniziò tra i discepoli di Filippo quella semplice vita famigliare, retta da poche regole essenziali, che fu la culla della futura Congregazione. 
Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella, a due passi da S. Girolamo e da S. Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso con la Bolla “Copiosus in misericordia Deus” la “Congregatio presbyterorm saecularium de Oratorio nuncupanda”. Filippo, che continuò a vivere nell’amata cameretta di San Girolamo fino al 1583, e che si trasferì, solo per obbedienza al Papa, nella nuova residenza dei suoi preti, si diede con tutto l’impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella.
Qui trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita, nell’esercizio del suo prediletto apostolato di sempre: l’incontro paterno e dolcissimo, ma al tempo stesso forte ed impegnativo, con ogni categoria di persone, nell’intento di condurre a Dio ogni anima non attraverso difficili sentieri, ma nella semplicità evangelica, nella fiduciosa certezza dell’infallibile amore divino, nella letizia dello spirito che sgorga dall’unione con Dio. Si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all’età di ottant’anni, amato dai suoi e da tutta Roma di un amore carico di stima e di affezione. 
La sua vita è chiaramente suddivisa in due periodi di pressoché identica durata: trentasei anni di vita laicale, quarantaquattro di vita sacerdotale. Ma Filippo Neri, fiorentino di nascita - e quanto amava ricordarlo! - e romano di adozione - tanto egli aveva adottato Roma, quanto Roma aveva adottato lui! - fu sempre quel prodigio di carità apostolica vissuta in una mirabile unione con Dio, che la Grazia divina operò in un uomo originalissimo ed affascinante. “Apostolo di Roma” lo definirono immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur grandissimi santi che, contemporaneamente a Filippo, aveva vissuto ed operato tra le mura della Città Eterna. Il cuore di Padre Filippo, ardente del fuoco dello Spirito, cessava di battere in terra in quella bella notte estiva, ma lasciava in eredità alla sua Congregazione ed alla Chiesa intera il dono di una vita a cui la Chiesa non cessa di guardare con gioioso stupore. Ne è forte testimonianza anche il Magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II che in varie occasioni ha lumeggiato la figura di san Filippo Neri e lo ha citato, unico dei santi che compaiano esplicitamente con il loro nome, nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000.
Autore: Mons. Edoardo Aldo Cerrato CO

Omelia del P. Procuratore Generale nella solennità di S. Filippo Neri Roma, S. Maria in Vallicella

Carissimi Fratelli e Sorelle, sia lodato Gesù Cristo!
1. Con i Primi Vespri della solennità di san Filippo Neri siamo entrati nella grande festa annuale del nostro Santo Padre. Siamo qui per cercare il suo volto - «Cercate il volto dei santi, la loro compagnia», dice la Didaché ai cristiani fin dall’età apostolica - e per incontrare lui, nel giorno anniversario della sua nascita al cielo, quattrocentosedici anni fa. Ma i nostri occhi, prima di vedere il volto di Padre Filippo nell’urna della sua cappella, si posano ammirati sul suo volto che è questa chiesa, la “Chiesa Nuova” di Roma che è sua: pensata, pregustata, edificata da lui quando Gregorio XIII, il 15 luglio 1575, nel cuore del primo Anno Santo del post-Concilio Tridentino, riconobbe la Congregazione dell’Oratorio e le assegnò la piccola “S. Maria in Vallicella”, bisognosa di restauri, che sorgeva qui, al posto dell’attuale. Non passarono tre mesi e già nell’ottobre Padre Filippo faceva gettare le fondamenta della nuova chiesa. Tutto fu voluto da lui: la forma solenne e armoniosa che noi ammiriamo, le dimensioni maestose, la successione delle cappelle con le tele degli altari che cantano il mistero di Cristo e di Maria, strettamente congiunti. Nel tempo suo la “Chiesa Nuova” era ancora tutta bianca di calce...: gli stupendi colori degli affreschi e delle pitture, gli stucchi che la ornano con questo volo di angeli - più di quattrocento -, i Rubens del presbiterio, le dorature e molte delle tele che l’avrebbero impreziosita ancora non c’erano... Delle icone degli altari gli occhi di Padre Filippo si posarono soltanto sulla Visitazione di Federico Barocci che «assai gli piaceva» (Bacci) per il contenuto e lo stile con cui il pittore mirabilmente traduceva la cristiana letizia di Filippo: di fronte a questa immagine, uscendo dal suo confessionale, posto qui, al primo pilastro, spesso si fermava a pregare e l’estasi lo coglieva... Vide anche le tele dell’Annunciazione del Passignano; della Adorazione dei pastori dell’Alberti; dell’Adorazione dei Magi del Nebbia; della Crocifisione del Pulzone; dell’Ascensione del Muziano; e vide, allora in una cappella laterale, la venerata immagine di S. Maria della Vallicella che ora veneriamo come icona dell’altar maggiore.
2. Diversamente da altri esponenti della vita devota, il fiorentino Filippo fu sensibile a tutte le espressioni della bellezza: quelle naturali e quelle delle arti. Comprese che la bellezza è una via: la via Pulchritudinis che Papa Benedetto non si stanca di richiamare e che la Chiesa costantemente ha percorso lungo i secoli, nella consapevolezza che l’arte vera coglie nel visibile l’Invisibile, e svolge un servizio prezioso all’annuncio della fede, come i pittori senesi del Trecento affermavano nei loro Statuti: «Noi siamo manifestatori, agli uomini che non sanno lettura, delle cose miracolose operate per virtù della fede» ...; o come diceva san Giovanni Damasceno: «Se un pagano viene e ti dice: “Mostrami la tua fede!” tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei quadri sacri». La conoscenza di Dio, la comunione con Lui vissuta anche attraverso la via della bellezza, fu la proposta di Padre Filippo ai suoi discepoli. Aveva compreso, per personale esperienza, che in questo cammino si cresce nel ragionevole riconoscimento (l’umiltà di Filippo) che siamo creature di Dio: un Dio che infinitamente ci supera, ma che, con un dono di grazia, ci ha fatto suoi figli e in Gesù Cristo ci dona «cento volte tanto» in gusto, amore, passione per la vita: l’esperienza che fa dire a Filippo: «Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia. Omnia vanitas se non Cristo»: tutto è vuoto, inconsistente, senza di Lui! Gesù Cristo è la suprema Bellezza a cui ogni espressione della bellezza creata rimanda, poiché ogni espressione del bello è «splendor veri»: un raggio di luce della Verità che provoca il cuore dell’uomo e gli fa percepire il desiderio di conoscere. Per questo Dostoevskij poteva dire: «Il mondo sarà salvato dalla bellezza» e il beato Giovanni Paolo II poteva indicarne la ragione: «La bellezza infonderà sempre quello stupore e trasmetterà quell’entusiasmo che permetteranno di rialzarsi e di ripartire» (Lettera agli artisti, 1999). In tutte le sue espressioni, la bellezza testimonia il Creatore: «Pulchritudo eorum, confessio eorum» diceva sant’Agostino. Per questo essa educa: muove l’uomo a vivere l’armonia della vita morale: «Come si fa ad essere cattivi – si chiedeva un personaggio de “Le vite degli altri” – dopo aver sentito una musica così bella?».
3. In una “società liquida” - come quella del nostro tempo è stata definita - in presenza di una cultura «che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero», come Papa Benedetto ricordava a Venezia pochi giorni fa, di una cultura “dell’immagine” che spesso mostra, però, di aver perso il gusto per l’immagine bella e significativa, Padre Filippo, attraverso la bellezza della sua “Chiesa Nuova”, generata dalla fede sua e dei suoi, dalla fede cristiana degli stessi artisti che vi hanno lavorato, ancora parla ai “lontani” del Mistero a cui il cuore dell’uomo è orientato, dell’Oltre e dell’Altro di cui l’uomo ha bisogno; e continua a indicare ai “vicini” la Presenza della “vite”, Gesù Cristo, da cui i “tralci” traggono linfa (Giov. 15,1-8), la “letizia” di cui ci ha parlato san Paolo (Filip. 4,4-9) invitandoci a pensare («Sia oggetto dei vostri pensieri») «tutto ciò che è vero, nobile, puro, onorato». Attraverso la bellezza di questa sua “Chiesa Nuova”, Padre Filippo ci ha mostrato la bellezza di Dio e la bellezza della Sposa di Cristo, la bellezza della vita cristiana, con i suoi momenti di sofferenza e di gioia, di canto e di fatica, ma bella sempre perché sostenuta dall’Amore infinito di Colui che per noi ha dato la vita. Ci aiuti, il nostro Padre, a rinnovare ogni giorno l’incontro con il Signore e a raggiungere la Casa del cielo, dove sperimenteremo la Pienezza di tutto che già ora intravediamo nello splendore della bellezza creata! Sia lodato Gesù Cristo!


Preghiere a San Filippo Neri

O mio caro e santo patrono Filippo io mi butto fra le tue braccia e per amore di Gesù, per amore di quell’amore che fece di te un eletto ed un santo, io ti supplico di pregare per me, affinché come Egli ha condotto te al cielo, così a suo tempo conduca al cielo pure me. Tu hai provato le tribolazioni ed i periodi di questa vita; tu conoscesti bene quale conto si debba fare agli assalti del maligno, degli scherni del mondo e delle tentazioni della carne e del sangue. Tu apprendesti quanto sia debole l’umana natura, e quanto sia traditore il cuore umano e questo ti ha colmato di una simpatia e di una compassione così tenera che anche ora godi della gioia di una gloria ineffabile e di una ineffabile beatitudine, puoi, io lo so, dedicare a me un pensiero. Ricordati dunque di me, o mio caro san Filippo, ricordatene nonostante che io talvolta sembri dimenticarmi di te. Ottienimi tutte quelle cose che mi sono necessarie a perseverare nella grazia di Dio ed operare la mia salute eterna. Ottienimi mediante la tua potente intercessione, la forza necessaria a combattere una buona battaglia, a rendere testimonianza del mio Dio e della mia religione, in mezzo ai peccatori, la forza di reggere allorché Satana vorrebbe schernirmi o forzarmi a fare qualche cosa di male, la forza di superare me stesso, di fare tutto il mio dovere e così poter andare esente da colpa nel giorno del giudizio. Vaso dello Spirito Santo, apostolo di Roma, santo dei tempi primitivi, prega per me. (Card. John Henry Newman C.O.)

O dolcissimo Santo, che glorificasti Dio e perfezionasti te stesso, tenendo sempre il cuore in alto e amando Dio e gli uomini con inenarrabile carità, vieni dal cielo in mio aiuto. Vedi che io gemo sotto il peso di molte miserie, e vivo in una continua lotta di pensieri, di desideri, di affetti e di passioni, che mi vorrebbero allontanare da Dio. E senza Dio che cosa farei io mai? Sarei uno schiavo che per colmo di miseria ignora la propria schiavitù. Presto l’ira, l’orgoglio, l’egoismo, l’impurità e cento altre passioni divorerebbero l’anima mia. Ma io voglio vivere con Dio; però invoco umilmente e fiduciosamente il tuo aiuto. Impetrami tu il dono della santa carità; fa che lo Spirito Santo, il quale tanto miracolosamente t’infiammò il petto, discenda con i suoi doni nell’anima mia. Ottienimi che io possa, sia pure debolmente, imitare. Che io viva nel continuo desiderio di salvare anime a Dio; che io le guidi a lui, sempre imitando la tua dolcissima mansuetudine. Dammi d’essere casto di pensieri, di desideri e di affetti, come fosti tu. Concedimi quella santa allegrezza di spirito che procede dalla pace del cuore e dalla piena rassegnazione della volontà mia alla volontà di Dio. Intorno a te spirava un’aria benefica, che sanava le anime inferme, quietava le dubbiose, rinfrancava le timide, confortava le afflitte. Tu benedicevi coloro che ti maledivano; pregavi per coloro che ti perseguitavano; conversavi con i giusti per perfezionarli, e con i peccatori per ricondurli a coscienza. Ma perché dunque non mi è dato d’imitarti? Quanto lo desidererei! Come mi parrebbe bello farlo! Pertanto prega tu per me: e io o che sia sacerdote o laico o uomo o donna potrò imitarti ed esercitare anche io l’apostolato della tua carità tanto varia e molteplice. Lo eserciterò secondo il poter mio, giovando alle anime e ai corpi. Se avrò il cuore pieno di Dio, l’apostolato tuo lo compirò o nella chiesa o nella famiglia o negli ospedali o con gli infermi o con i sani, sempre. Amen. (Card. Alfonso Capecelatro C.O.)

Detti di san Filippo Neri

La Preghiera - L’uomo che non fa orazione è un animale senza ragione. - Il nemico della nostra salute di nessuna cosa più si contrista, e nessuna cosa cerca più impedire che l’orazione. - Non vi è cosa migliore per l’uomo che l’orazione, e senza di essa non si può durar molto nella vita dello spirito. - Per fare buona orazione deve l’anima prima profondissimamente umiliarsi e conoscersi indegna di stare innanzi a tanta maestà, qual è la maestà di Dio, e mostrare a Dio il suo bisogno e la sua impotenza, ed umiliata gettarsi in Dio, che Dio le insegnerà a fare orazione. La vera preparazione all’orazione è l’esercitarsi nella mortificazione: perché il volersi dare alla orazione senza questa è come se un uccello avesse voluto incominciar a volare prima di metter le penne. - Ai giovani diceva: Non vi caricate di troppe devozioni, ma intraprendetene poche, e perseverate in esse. Non tante devozioni, ma tanta devozione.
La Gioia Cristiana - Figliuoli, state allegri, state allegri. Voglio che non facciate peccati, ma che siate allegri. - Non voglio scrupoli, non voglio malinconie. Scrupoli e malinconie, lontani da casa mia. - L’allegrezza cristiana interiore è un dono di Dio, derivato dalla buona coscienza, mercé il disprezzo delle cose terrene, unito con la contemplazione delle celesti… Si oppone alla nostra allegrezza il peccato; anzi, chi è servo del peccato non può neanche assaporarla: le si oppone principalmente l’ambizione: le è nemico il senso, e molto altresì la vanità e la detrazione. La nostra allegrezza corre gran pericolo e spesso si perde col trattare cose mondane, col consorzio degli ambiziosi, col diletto degli spettacoli. - Ai giovani che facevano chiasso, a proposito di coloro che si lamentavano, diceva: Lasciateli, miei cari, brontolare quanto vogliono. Voi seguitate il fatto vostro, e state allegramente, perché altro non voglio da voi se non che non facciate peccati. E quando doveva frenare l’irrequietezza dei ragazzi diceva: State fermi, e, sotto voce, se potete.
La Devozione a Maria - Figliuoli miei, siate devoti della Madonna: siate devoti a Maria. - Sappiate, figliuoli, e credete a me, che lo so: non vi è mezzo più potente ad ottenere le grazie da Dio che la Madonna Santissima. . La Madonna Santissima ama coloro che la chiamano Vergine e Madre di Dio, e che nominano innanzi a Lei il nome santissimo di Gesù, il quale ha forza d’intenerire il cuore.

Pratica: Scrupoli e malinconie, lontani da casa mia.

Preghiera: O Dio, che glorifichi i tuoi santi e li doni alla Chiesa come modelli di vita evangelica, infondi in noi il fuoco del tuo Spirito, che infiammò mirabilmente il cuore di san Filippo Neri. Per il nostro Signore.
 25 Maggio 2020

San Beda il Venerabile, Sacerdote e Dottore della Chiesa
  

Beda e basta. Le sue generalità cominciano e finiscono lì. Non conosciamo i suoi genitori. La data di nascita è incerta. Sappiamo soltanto che a sette anni viene affidato per l’istruzione ai benedettini del monastero di San Pietro a Wearmouth (oggi Sunderland) e che passerà poi a quello di San Paolo di Jarrow, contea di Durham, centri monastici fondati entrambi dal futuro san Benedetto Biscop, che è il primo a prendersi cura di lui.
E tra i benedettini Beda rimane, facendosi monaco e ricevendo, verso i trent’anni, l’ordinazione sacerdotale. Dopodiché basta: non diventa vescovo né abate
: tutta la sua vita si concentra sullo studio e sull’insegnamento. Unici suoi momenti di “ricreazione” sono la preghiera e il canto corale. 
La sua materia è la Bibbia. E il metodo è del tutto insolito per il tempo, ma ricco d’interesse per gli scolari, mentre i suoi libri raggiungeranno presto le biblioteche monastiche del continente europeo. In breve, Beda insegna la Sacra Scrittura mettendo a frutto tutta la sapienza dei Padri della Chiesa, ma non si ferma lì. Inventa una sorta di personale didattica interdisciplinare, che spiega la Bibbia ricorrendo pure agli autori dell’antichità pagana (Beda conosce il greco) e utilizzando le conoscenze scientifiche del suo tempo. 
Gran parte di questo insegnamento si tramanda, perché Beda scrive, scrive moltissimo e di argomenti diversi, anche modesti; come il libretto De orthographia. E anche insoliti, come il Liber de loquela per gestum digitorum, famoso in tutto il Medioevo perché insegna a fare i conti con le dita. Si dedica ai calcoli astronomici per il computo della data pasquale, indicandola fino all’anno 1063. E ai suoi compatrioti il monaco benedettino offre la storia ecclesiastica d’Inghilterra, molto informata anche sulla vita civile, e soprattutto non semplicemente riferita, ma anche esaminata con attenzione critica. 
Già da vivo lo chiamano “Venerabile”. E l’appellativo gli rimarrà per sempre, sebbene nel 1899 papa Leone XIII lo abbia proclamato santo e dottore della Chiesa. È stato uno dei più grandi comunicatori di conoscenza dell’alto Medioevo. E un maestro di probità, col suo costante scrupolo di edificare senza mai venire meno alla verità, col grande rispetto per chi ascoltava la sua voce o leggeva i suoi libri. A più di dodici secoli dalla morte, il Concilio Vaticano II attingerà anche al suo pensiero, che viene citato nella Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa e nel decreto Ad gentes sull’attività missionaria. Beda muore a Jarrow, dove ha per tanto tempo insegnato, e lì viene sepolto. Ma il re Edoardo il Confessore (1004-1066) farà poi trasferire il corpo nella cattedrale di Durham.

Autore: Domenico Agasso

Benedetto XVI (Udienza Generale, 18 febbraio 2009)

Beda il Venerabile

Cari fratelli e sorelle,
il Santo che oggi avviciniamo si chiama Beda e nacque nel Nord-Est dell’Inghilterra, esattamente in Northumbria, nell’anno 672/673. Egli stesso racconta che i suoi parenti, all’età di sette anni, lo affidarono all’abate del vicino monastero benedettino perché venisse educato: “In questo monastero - egli ricorda - da allora sono sempre vissuto, dedicandomi intensamente allo studio della Scrittura e, mentre osservavo la disciplina della Regola e il quotidiano impegno di cantare in chiesa, mi fu sempre dolce o imparare o insegnare o scrivere” (Historia eccl. Anglorum, V, 24). Di fatto, Beda divenne una delle più insigni figure di erudito dell’alto Medioevo, potendo avvalersi dei molti preziosi manoscritti che i suoi abati, tornando dai frequenti viaggi in continente e a Roma, gli portavano. L’insegnamento e la fama degli scritti gli procurarono molte amicizie con le principali personalità del suo tempo, che lo incoraggiarono a proseguire nel suo lavoro da cui in tanti traevano beneficio. Ammalatosi, non smise di lavorare, conservando sempre un’interiore letizia che si esprimeva nella preghiera e nel canto. Concludeva la sua opera più importante la Historia ecclesiastica gentis Anglorumcon questa invocazione: “Ti prego, o buon Gesù, che benevolmente mi hai permesso di attingere le dolci parole della tua sapienza, concedimi, benigno, di giungere un giorno da te, fonte di ogni sapienza, e di stare sempre di fronte al tuo volto”. La morte lo colse il 26 maggio 735: era il giorno dell’Ascensione.
Le Sacre Scritture sono la fonte costante della riflessione teologica di Beda. Premesso un accurato studio critico del testo (ci è giunta copia del monumentale Codex Amiatinus della Vulgata, su cui Beda lavorò), egli commenta la Bibbia, leggendola in chiave cristologica, cioè riunisce due cose: da una parte ascolta che cosa dice esattamente il testo, vuole realmente ascoltare, comprendere il testo stesso; dall’altra parte, è convinto che la chiave per capire la Sacra Scrittura come unica Parola di Dio è Cristo e con Cristo, nella sua luce, si capisce l’Antico e il Nuovo Testamento come “una” Sacra Scrittura. Le vicende dell’Antico e del Nuovo Testamento vanno insieme, sono cammino verso Cristo, benché espresse in segni e istituzioni diverse (è quella che egli chiamaconcordia sacramentorum). Ad esempio, la tenda dell’alleanza che Mosè innalzò nel deserto e il primo e secondo tempio di Gerusalemme sono immagini della Chiesa, nuovo tempio edificato su Cristo e sugli Apostoli con pietre vive, cementate dalla carità dello Spirito. E come per la costruzione dell’antico tempio contribuirono anche genti pagane, mettendo a disposizione materiali pregiati e l’esperienza tecnica dei loro capimastri, così all’edificazione della Chiesa contribuiscono apostoli e maestri provenienti non solo dalle antiche stirpi ebraica, greca e latina, ma anche dai nuovi popoli, tra i quali Beda si compiace di enumerare gli Iro-Celti e gli Anglo-Sassoni. San Beda vede crescere l’universalità della Chiesa che non è ristretta a una determinata cultura, ma si compone di tutte le culture del mondo che devono aprirsi a Cristo e trovare in Lui il loro punto di arrivo. Un altro tema amato da Beda è la storia della Chiesa. Dopo essersi interessato all’epoca descritta negli Atti degli Apostoli, egli ripercorre la storia dei Padri e dei Concili, convinto che l’opera dello Spirito Santo continua nella storia. Nei Chronica Maiora Beda traccia una cronologia che diventerà la base del Calendario universale “ab incarnatione Domini”. Già da allora si calcolava il tempo dalla fondazione della città di Roma.
Beda, vedendo che il vero punto di riferimento, il centro della storia è la nascita di Cristo, ci ha donato questo calendario che legge la storia partendo dall’Incarnazione del Signore. Registra i primi sei Concili Ecumenici e i loro sviluppi, presentando fedelmente la dottrina cristologica, mariologica e soteriologica, e denunciando le eresie monofisita e monotelita, iconoclastica e neo-pelagiana. Infine redige con rigore documentario e perizia letteraria la già menzionata Storia Ecclesiastica dei Popoli Angli, per la quale è riconosciuto come “il padre della storiografia inglese”. I tratti caratteristici della Chiesa che Beda ama evidenziare sono: a) la cattolicità come fedeltà alla tradizione e insieme apertura agli sviluppi storici, e come ricerca della unità nella molteplicità, nella diversità della storia e delle culture, secondo le direttive che Papa Gregorio Magno aveva dato all’apostolo dell’Inghilterra, Agostino di Canterbury; b) l’apostolicità e la romanità: a questo riguardo ritiene di primaria importanza convincere tutte le Chiese Iro-Celtiche e dei Pitti a celebrare unitariamente la Pasqua secondo il calendario romano. Il Computo da lui scientificamente elaborato per stabilire la data esatta della celebrazione pasquale, e perciò l’intero ciclo dell’anno liturgico, è diventato il testo di riferimento per tutta la Chiesa Cattolica.
Beda fu anche un insigne maestro di teologia liturgica. Nelle Omelie sui Vangeli domenicali e festivi, svolge una vera mistagogia, educando i fedeli a celebrare gioiosamente i misteri della fede e a riprodurli coerentemente nella vita, in attesa della loro piena manifestazione al ritorno di Cristo, quando, con i nostri corpi glorificati, saremo ammessi in processione offertoriale all’eterna liturgia di Dio nel cielo. Seguendo il “realismo” delle catechesi di Cirillo, Ambrogio e Agostino, Beda insegna che i sacramenti dell’iniziazione cristiana costituiscono ogni fedele “non solo cristiano ma Cristo”. Ogni volta, infatti, che un’anima fedele accoglie e custodisce con amore la Parola di Dio, a imitazione di Maria concepisce e genera nuovamente Cristo. E ogni volta che un gruppo di neofiti riceve i sacramenti pasquali, la Chiesa si “auto-genera”, o con un’espressione ancora più ardita, la Chiesa diventa “madre di Dio”, partecipando alla generazione dei suoi figli, per opera dello Spirito Santo.
Grazie a questo suo modo di fare teologia intrecciando Bibbia, Liturgia e Storia, Beda ha un messaggio attuale per i diversi “stati di vita”: a) agli studiosi (doctores ac doctrices) ricorda due compiti essenziali: scrutare le meraviglie della Parola di Dio per presentarle in forma attraente ai fedeli; esporre le verità dogmatiche evitando le complicazioni eretiche e attenendosi alla “semplicità cattolica”, con l’atteggiamento dei piccoli e umili ai quali Dio si compiace di rivelare i misteri del Regno; b) i pastori, per parte loro, devono dare la priorità alla predicazione, non solo mediante il linguaggio verbale o agiografico, ma valorizzando anche icone, processioni e pellegrinaggi. Ad essi Beda raccomanda l’uso della lingua volgare, com’egli stesso fa, spiegando in Northumbro il “Padre Nostro”, il “Credo” e portando avanti fino all’ultimo giorno della sua vita il commento in volgare al Vangelo di Giovanni; c) alle persone consacrate che si dedicano all’Ufficio divino, vivendo nella gioia della comunione fraterna e progredendo nella vita spirituale mediante l’ascesi e la contemplazione, Beda raccomanda di curare l’apostolato - nessuno ha il Vangelo solo per sé, ma deve sentirlo come un dono anche per gli altri - sia collaborando con i Vescovi in attività pastorali di vario tipo a favore delle giovani comunità cristiane, sia rendendosi disponibili alla missione evangelizzatrice presso i pagani, fuori del proprio paese, come “peregrini pro amore Dei”.
Ponendosi da questa prospettiva, nel commento al Cantico dei Cantici Beda presenta la Sinagoga e la Chiesa come collaboratrici nella diffusione della Parola di Dio. Cristo Sposo vuole una Chiesa industriosa, “abbronzata dalle fatiche dell’evangelizzazione” - è chiaro l’accenno alla parola del Cantico dei Cantici (1, 5), dove la sposa dice: “Nigra sum sed formosa” (Sono abbronzata, ma bella) -, intenta a dissodare altri campi o vigne e a stabilire fra le nuove popolazioni “non una capanna provvisoria ma una dimora stabile”, cioè a inserire il Vangelo nel tessuto sociale e nelle istituzioni culturali. In questa prospettiva il santo Dottore esorta i fedeli laici ad essere assidui all’istruzione religiosa, imitando quelle “insaziabili folle evangeliche, che non lasciavano tempo agli Apostoli neppure di prendere un boccone”. Insegna loro come pregare continuamente, “riproducendo nella vita ciò che celebrano nella liturgia”, offrendo tutte le azioni come sacrificio spirituale in unione con Cristo. Ai genitori spiega che anche nel loro piccolo ambito domestico possono esercitare “l’ufficio sacerdotale di pastori e di guide”, formando cristianamente i figli ed afferma di conoscere molti fedeli (uomini e donne, sposati o celibi) “capaci di una condotta irreprensibile che, se opportunamente seguiti, potrebbero accostarsi giornalmente alla comunione eucaristica” (Epist. ad Ecgberctum, ed. Plummer, p. 419)
La fama di santità e sapienza di cui Beda godette già in vita, valse a guadagnargli il titolo di “Venerabile”. Lo chiama così anche Papa Sergio I, quando nel 701 scrive al suo abate chiedendo che lo faccia venire temporaneamente a Roma per consulenza su questioni di interesse universale. Dopo la morte i suoi scritti furono diffusi estesamente in Patria e nel Continente europeo. Il grande missionario della Germania, il Vescovo san Bonifacio (+ 754), chiese più volte all’arcivescovo di York e all’abate di Wearmouth che facessero trascrivere alcune sue opere e glie­le mandassero in modo che anch’egli e i suoi compagni potessero godere della luce spirituale che ne emanava. Un secolo più tardi Notkero Galbulo, abate di San Gallo (+ 912), prendendo atto dello straordinario influsso di Beda, lo paragonò a un nuovo sole che Dio aveva fatto sorgere non dall’Oriente ma dall’Occidente per illuminare il mondo. A parte l’enfasi retorica, è un fatto che, con le sue opere, Beda contribuì efficacemente alla costruzione di una Europa cristiana, nella quale le diverse popolazioni e culture si sono fra loro amalgamate, conferendole una fisionomia unitaria, ispirata alla fede cristiana. Preghiamo perché anche oggi ci siano personalità della statura di Beda, per mantenere unito l’intero Continente; preghiamo affinché tutti noi siamo disponibili a riscoprire le nostre comuni radici, per essere costruttori di una Europa profondamente umana e autenticamente cristiana.

Dalla «Lettera sulla morte di san Beda il Venerabile» di Cuthberto (Nn. 4-6; PL 90, 64-66)

Desiderio di vedere Cristo
Quando giunse il martedì prima dell’Ascensione del Signore, Beda cominciò a respirare più affannosamente e gli comparve un po’ di gonfiore nei piedi. Però per tutto quel giorno insegnò e dettò di buon umore. Tra l’altro disse: «Imparate con prontezza, non so fino a quando tirerò avanti e se il Creatore mi prenderà tra poco». A noi pareva che egli conoscesse bene la sua fine; e così trascorse sveglio la notte nel ringraziamento.
Sul far del giorno, cioè il mercoledì, ci ordinò di scrivere con diligenza quanto avevamo cominciato, e così facemmo fino alle nove. Dalle nove poi movemmo in processione con le reliquie dei santi, come richiedeva la consuetudine di quel giorno. Uno di noi però rimase accanto a lui e gli disse: «Maestro amatissimo, manca ancora un capitolo al libro che hai dettato. Ti riesce faticoso essere interrogato?». Ed egli: «Ma no, facile, disse, prendi la tua penna, temperala e scrivi». E quello così fece. Alle tre pomeridiane mi disse: «Nel mio piccolo baule ci sono alcune cose preziose, cioè pepe, fazzoletti e incenso. Corri presto e conduci da me i sacerdoti del nostro monastero perché voglio distribuire loro questi piccoli regali che Dio mi ha dato. E in loro presenza parlò a tutti ammonendo ciascuno e scongiurando di celebrare per lui delle Messe e di pregare con insistenza, cosa che quelli volentieri promisero. Piangevano tutti e versavano lacrime soprattutto perché aveva detto di credere che non avrebbero visto più tanto a lungo la sua faccia in questo mondo.
Provavano gioia però perché disse: «È tempo ormai (se così piace al mio Creatore) di ritornare a colui che mi ha creato e mi ha fatto dal nulla, quando ancora non esistevo. Ho vissuto molto e il pio Giudice bene ha disposto per me la mia vita; ormai «è giunto il momento di sciogliere le vele» (2 Tm 4, 6), perché desiderio morire ed essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23); infatti l’anima mia desidera vedere Cristo, mio re, nel suo splendore». E avendo detto molte altre cose per la nostra edificazione, passò in letizia quel giorno fino a sera. Il giovane Wiberth disse ancora: «Caro maestro, ancora una sentenza non è stata trascritta». Ed egli: «Scrivi, subito». E dopo un po’ il giovane disse: «Ecco, ora la sentenza è stata scritta». E lui allora: «Bene, disse, hai detto la verità; tutto è finito. Prendi la mia testa tra le tue mani perché mi piace assai stare seduto di fronte al santo posto, in cui ero solito pregare, perché anch’io, stando seduto, possa invocare il mio Padre».
E così sul pavimento della sua cella cantando: «Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo» dopo d’aver nominato lo Spirito Santo, esalò l’ultimo respiro, e per essere stato sempre devotissimo nelle lodi di Dio sulla terra, migrò alle gioie dei desideri celesti.

La fede della Cananea - San Beda il Venerabile (Omelia, 1,22)

Il Vangelo offre alla nostra considerazione la grande fede, la sapienza, la perseveranza e l’umiltà della Cananea... Questa donna era dotata di una pazienza non comune. Alla sua prima richiesta, il Signore non risponde nulla (Mt 15,23). Ciò nonostante, continua a implorare con insistenza il soccorso della sua bontà...
O donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come desideri (Mt 15,28). Sì, possiede una grande fede. Pur non conoscendo né gli antichi profeti né i recenti miracoli del Signore, né i suoi comandamenti e le sue promesse, e in più respinta da lui, ella persevera nella sua richiesta, non smette di insistere con colui che la fama gli aveva indicato come il Salvatore. E così la sua preghiera viene esaudita in modo strepitoso. Il Signore le dice: Ti sia fatto come desideri; e in quel momento la figlia della donna guarì...
Quando qualcuno ha la coscienza macchiata dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla vanagloria, dalla collera, dalla gelosia o da qualche altro vizio, ha, come quella cananea, una figlia crudelmente tormentata da un demonio (Mt 15,22). Corra perciò a supplicare il Signore di guarirla... e lo faccia con umile sottomissione; non si giudichi degno di partecipare alla sorte delle pecorelle d’Israele, delle anime pure, e si consideri indegno della ricompensa del cielo. La disperazione tuttavia non lo spinga a desistere dalla preghiera, ma abbia una fiducia incrollabile nell’immensa bontà del Signore. Colui che ha potuto trasformare un ladrone in un confessore della fede, un persecutore in apostolo e semplici pietre in figli di Abramo, sarà anche capace di trasformare un cagnolino in una pecorella d’Israele... Vedendo l’ardore della nostra fede e la tenacità della nostra perseveranza nella preghiera, il Signore finirà per aver pietà di noi e ci accorderà quello che desideriamo. Una volta messa da parte l’agitazione dei nostri cattivi sentimenti e sciolti i nodi dei nostri peccati, la serenità di spirito tornerà in noi unitamente alla possibilità di agire correttamente...
Se, nell’esempio della Cananea, persevereremo nella preghiera con fede incrollabile, la grazia del nostro Creatore verrà in noi, correggerà in noi tutti gli errori, santificherà tutto ciò che è impuro, pacificherà ogni agitazione. Il Signore infatti è fedele e giusto; egli perdonerà i nostri peccati e ci purificherà da ogni bruttura se grideremo a lui con la voce implorante del nostro cuore.

Pratica: Chi osserva e insegna la parola, sarà grande nel regno dei cieli.

Preghiera: O Dio, che nel sacerdote e monaco san Beda ci hai dato un insigne maestro di dottrina evangelica, edifica e illumina sempre la tua Chiesa con la sapienza dei padri e la carità dei Santi. Per il nostro Signore.
 24 Maggio 2020


Beato Luigi Zeffirino Moreau, Vescovo Fondatore



Luigi Zeffirino, al secolo Louis Zéphirin, quinto dei tredici figli di Luigi Moreau e Margarita Champoux, nasce il 1° aprile 1824 a Bécancour (Québec) in Canada; i suoi genitori erano poveri agricoltori ma dotati di una fede molto salda, dei suoi fratelli due divennero sacerdoti e due suore.
Era un bambino gracile, ma dotato di una viva intelligenza, superiore alla media, ma la sua povertà gli impediva di intraprendere degli studi. Il suo parroco Charles Dion, vide in lui i segni della vocazione religiosa e con l’aiuto del maestro di scuola, prese ad aiutarlo su questa strada. 
Gli fecero iniziare lo studio del latino nella scuola del villaggio, che il giovane Luigi Zeffirino Moreau frequentò per tre anni, incoraggiato dai genitori analfabeti, ma ferventi cristiani.
Nel 1839 poté entrare nel Seminario di Nicolet per proseguire gli studi; il suo profitto da studente fu tale che nel 1844, ammalatosi un professore titolare di filosofia, i suoi superiori gli chiesero di sostituirlo. Nello stesso anno, completati gli studi in filosofia, passò al Seminario di Québec dove ricevette la tonsura e l’abito talare; nell’autunno del 1844 incominciò l’insegnamento e allo stesso tempo lo studio della teologia.
Questo doppio lavoro gli richiese però un dispendio di tanta energia che nel 1845 fu obbligato a concedersi un periodo di assoluto riposo. Moreau si rifugiò presso il suo buon parroco Charles Dion, che gli insegnò la teo­logia con un ritmo più adeguato. Intanto il vescovo di Quebec gli dichiarò senza mezzi termini che non poteva accettare dei “vasi incrinati” nel suo clero. Il suo parroco e i maestri di Nicolet non erano però di questo parere e lo mandarono a Montréal, dove il vescovo mons. Ignace Bourget e il suo coadiutore, mons. Jean-Charles Prince, lo accolsero a braccia aperte nel loro seminario.
Il 18 ottobre Luigi Zeffirino ricevette gli ordini minori ed il 6 dicembre il suddiaconato; il 13 dicembre fu ammesso al diaconato e il 19 dicembre 1846 venne ordinato sacerdote all’età di ventidue anni. Questo fu l’inizio di una vita sacerdotale piena di lavoro e di carità per i poveri.
La sua salute rimase però sempre precaria, per cui il vescovo mons. Bourget decise di tenerlo in vescovado, dove per sei anni ricoprì diversi incarichi: vicecancelliere, cappellano della cattedrale e cappellano dei poveri delle Suore della Provvidenza. Questi diversi ministeri gli permisero di esplicare le sue doti di persona generosa e soprattutto di grande carità.
Nel 1852 la diocesi di Montréal venne divisa e l’8 dicembre nacque la nuova diocesi di Saint-Hyacinthe e il vescovo ausiliare di Montréal mons. Prince, ne divenne il primo vescovo; questi portò con sé padre Moreau, nominandolo Cancelliere (segretario).
Luigi Zeffirino lavorò incessantemente senza prendere mai vacanze sia come segretario dei primi tre Ordi­nari, mons. Prince (1852-1860), mons. Giuseppe La Rocque (1860-1865) e mons. Carlo La Rocque (1865-1875), sia come Amministratore Apostolico in “sede vacante” alla morte del primo titolare, e come Vicario Generale. Una tale continuità di servizio sotto tre vescovi, diversi fra di loro sia per caratte­re che per metodi, dimostra uno spirito di servizio umile e totale, che caratterizzò tutta la sua vita. Allo stesso tempo padre Moreau fu anche confessore di diverse comunità e andava tutti i giorni a visitare i malati. Come parroco della cattedrale si occupò anche delle esigenze materiali del suo popolo e nel 1874 fondò l’“Unione di San Giuseppe”, la prima associazione laicale di mutua assistenza in Canada, per aiutare i lavoratori; la seguirà poi da vicino durante tutto il suo episcopato.
Alla morte del vescovo Carlo La Rocque, fu naturale e nessuno si stupì, che il Vicario Luigi Zeffirino Moreau, venisse nominato suo successore il 19 novembre 1875.
La consacrazione episcopale avvenne il 16 gennaio 1876 e il nuovo vescovo non deluse le speranze e le aspettative della diocesi; sempre docile ed umile veniva chiamato dalla gente “il buon mons. Moreau”. Le cure maggiori furono per il suo clero, che desiderava fosse santo; operò regolari visite pastorali, fece costruire la cattedrale, formò il Capitolo Metropolitano. 
Riunì vari sinodi diocesani, amava circondarsi di consiglieri saggi ed esperti, dialogava con i sacerdoti, consolidò e sviluppò nella diocesi le comunità religiose, specialmente le “Adoratrici del Preziosissimo Sangue”.
Fondò nel 1877 con Elisabetta Bergeron le “Suore di S. Giuseppe” come Istituto contemplativo, dedito nello stesso tempo all’istruzione dei poveri nelle campagne. Favorì l’insediamento nella diocesi dei Fratelli Maristi e i Padri Domenicani; autorizzò la fondazione delle “Suore di Santa Marta” ad opera del sacerdote diocesano Rémy Omelette.
Anche la cultura fu al centro della sua opera, combatté ostinatamente per la fondazione di una succursale dell’Università Laval di Québec a Montréal, e inviando molti sacerdoti della diocesi a specializzarsi a Roma.
I suoi ultimi anni, degli oltre 25 di episcopato, si caratterizzarono per la tristezza delle infermità fisiche, che si aggravarono sempre più, anche se il suo senso di responsabilità non venne mai meno. 
Il 24 maggio 1901, mons. Moreau ricevette l’unzione degli infermi e il Viatico e verso le 17 si spense santamente; nonostante la cagionevole salute sin dall’infanzia, era vissuto 77 anni.
Fu tumulato nella cattedrale di Saint-Hyacinthe e il 21 giugno 1952 fu emesso il decreto per l’inizio della Causa per la beatificazione.
Il 10 maggio 1987, il vescovo Luigi Zeffirino Moreau è stato beatificato da Giovanni Paolo II.

Fonti principali: igw-resch-verlag.at; santiebeati.it (“RIV./gpm”).



Giovanni Paolo II (Omelia, 10 Maggio 1987):

Al seguito del buon Pastore, Louis–Zèphirin Moreau consacra la sua vita a condurre il gregge che gli è stato affidato a Saint-Hyacinthe, nel Canada. Prete, poi Vescovo di questa giovane diocesi, egli conosceva le sue pecorelle. Egli lavorava instancabilmente per dar loro il nutrimento, “perché gli uomini abbiano la vita, perché l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). In lui, i fedeli hanno trovato un uomo interamente donato a Dio e inoltre un autentico intercessore. È bene che la Chiesa lo onori sempre e lo presenti come un modello pastorale.
Il buon Monsignor Moreau, sapeva quotidianamente accordare la sua attenzione a ogni persona. Egli rispettava ciascuno, praticava la carità più completa per i poveri accolti presso di lui. Amava visitare le parrocchie e le scuole. Egli era vicino ai preti che consultava, che stimolava. nelle loro azioni, nella loro vita spirituale, nell’approfondimento intellettuale, affinché essi apportassero ai cristiani una catechesi illuminata da una fede compresa e vissuta. Il Vescovo dava prova di un discernimento lucido e ci si poteva affidare alla sua parola chiara e coraggiosa, sia nell’insegnamento indirizzato a tutti come pure nelle risposte date a ciascuno.
Cosciente dei bisogni di una diocesi che si ingrandiva, Monsignor Moreau ha moltiplicato le iniziative per l’educazione religiosa e scolare dei giovani, le cure dei malati, l’organizzazione dell’aiuto reciproco e anche la costituzione di nuove parrocchie, la formazione dei candidati al sacerdozio. In tutti questi campi egli era audace e superava con pazienza gli ostacoli.
Egli ha cercato la cooperazione delle congregazioni religiose per numerosi compiti. Comprendendo tutto il valore della vita consacrata, ha saputo favorire delle fondazioni audaci nella loro povertà. Ha personalmente contribuito in profondità all’animazione spirituale e all’orientamento degli istituti religiosi nascenti o nuovamente stabiliti nella sua diocesi.
Al di là di Saint-Hyacinthe, Monsignor Moreau era conosciuto come un esemplare uomo di Chiesa. Egli analizzava con lucidità i problemi della sua epoca; sicuro e moderato, difendeva i principi e i valori essenziali, lavorava per l’unità fra i cristiani, assicurava utili mediazioni. Interlocutore attento della Santa Sede, egli stava in piena comunione con il successore di Pietro del quale presentava con cura l’insegnamento.
Malgrado la sua fragilità fisica, egli visse in un’austerità esigente. Non ha potuto far fronte ai suoi enormi impegni se non con la sua forza che poneva nella preghiera. Si descrive egli stesso scrivendo: “Noi non faremo bene le grandi cose di cui siamo carichi se non con un’unione intima con nostro Signore”. Si è potuto chiamarlo il Vescovo del Sacro Cuore: di giorno in giorno il pastore dava la sua vita per le sue pecorelle, perché egli le amava dell’amore ardente del Cristo.
  
Pratica: Cercherò di essere generoso verso il prossimo.

Preghiera: O Dio, che hai unito alla schiera dei santi pastori il vescovo Luigi Zeffirino Moreau mirabile per l’ardente carità e per la fede intrepida che vince il mondo, per sua intercessione fa’ che perseveriamo nella fede e nell’amore, per aver parte con lui alla tua gloria. Per il nostro Signore.



23 Maggio 2020

Santa Maria Maddalena de’ Pazzi  


Maria Maddalena, al secolo Caterina (comunemente chiamata Lucrezia in onore alla nonna paterna), nasce a Firenze il 2 aprile 1566. Era la secondogenita di 4 figli di Camillo di Geri de’ Pazzi e di Maria Buondelmonti, una delle famiglie più in vista della nobiltà fiorentina (la sua casata era ricca di personaggi illustri: vescovi, letterati e umanisti; guerrieri, cospiratori e congiurati).            
Nella sua infanzia respirò l’atmosfera raffinata di una casa patrizia, come lei stessa ebbe a ricordare: “Amo per natura la grandezza, e non le cose brutte ma ricche e belle” (PRO I, 68-69). Bambina timida, poi adolescente schiva, fu seguita da due gesuiti, Rossi e Blanca, come confessori e direttori.
Tornata a Firenze, dopo una breve parentesi a Cortona, all’età di quindici anni chiese di fare due settimane di “stage” vocazionale in convento, per studiare il proprio futuro, la propria professione da esercitare nella vita (vocazione). Questa esperienza la fece tra le carmelitane di Santa Maria degli Angeli a Firenze, un convento di stretta osservanza. E Caterina superò la prova, brillantemente. Capì qual era la strada che Dio voleva da lei. E nonostante la giovane età aveva già deciso.
La famiglia, fece grandi resistenze: farsi monaca, lei una ragazza nobile, ricca, bella, con all’orizzonte un ottimo matrimonio? Ma quella di Caterina non era un’infatuazione adolescenziale la sua, ma una ferma decisione, non un proposito di corto respiro, ma un progetto per tutta la vita. Come molti genitori “moderni” che non accettano la vocazione religiosa dei loro figli, anche il padre di Caterina non voleva assolutamente. Tuttavia, alla fine, cedette e, per consolarsi davanti alla “perdita” della figlia così giovane e così bella, ottenne da lei il permesso (era una condizione) di farle un ritratto, da ammirare a casa e da mostrare... ai propri amici.
E così nel 1582 Caterina entrò in convento, vestendo l’abito carmelitano, e prendendo un nuovo nome: Maria Maddalena.
Già durante il noviziato fu colpita da una misteriosa e dolorosa malattia. Per i dottori non c’era niente da fare, loro vedevano già le porte del Paradiso aprirsi per la giovane suora. La madre superiora poi, molto premurosa, le permise di fare in anticipo (non c’era più tempo terreno!) la professione religiosa, per questo la portarono in cappella: era il mattino del 27 maggio 1584, festa della Santissima Trinità.
Subito dopo entrò in estasi molto profonda, che la unì spiritualmente alla Trinità, durante la quale, come lei stessa affermò, aveva offerto a Dio il proprio cuore. Si “risvegliò” tra le lacrime, di consolazione e di gioia, per quello che aveva sperimentato.
Maria Maddalena guarì miracolosamente; riprese la propria formazione principalmente con lo studio della Scrittura (i Vangeli in particolare), dei Padri della Chiesa (in primis S. Agostino), e gli scritti dei Santi (con un posto d’onore per S. Caterina da Siena).
Quella prima esperienza soprannaturale non rimase isolata, infatti i fenomeni estatici continuarono in modo impressionante anche in seguito.
L’8 giugno 1584 vide il dramma della Passione del Cristo; due giorni dopo scambiò il proprio cuore con quello di Gesù, il 28 giugno ricevette le stigmate e alcuni giorni dopo, il 6 luglio, la corona di spine.
Nell’aprile dell’anno seguente ricevette dal Cristo un anello, simbolo delle nozze mistiche. Questi rapimenti, puro dono di Dio, avvenivano non solo durante la preghiera ma anche durante altre attività, come affermarono i testimoni.
Il suo confessore, per accertarsi che quello che viveva veniva da Dio e che non erano illusioni o frutto di isterismi, le comandò di mettere tutto per iscritto. Ella obbedì naturalmente, anche se poi disse che nonostante tutti i propri sforzi non riusciva a mettere in parole terrene le esperienze che viveva. Il confessore incaricò allora tre sue consorelle a stendere per iscritto le parole pronunciate da Sr Maria Maddalena durante i rapimenti estatici.
Così furono prese dalla sua bocca e raccolte sotto sua dettatura le relazioni delle sue esperienze mistiche: e queste costituiscono quattro grossi volumi di manoscritti originali, le cosiddette “sue” opere, perché conservano, ipis verbis, il tenore originale del suo discorso, essendo da lei stessa riveduti, schiariti e corretti.
Sono questi: (I) I Quaranta Giorni; (II) I Colloqui; (III) Revelatione e Intelligentie (o I otto giorni dello Spirito Santo); (IV) La Probatione - Renovatione della Chiesa.
Insieme tutti questi testi costituiscono uno dei maggiori monumenti della letteratura mistica cattolica.
Per circa vent’anni fu impegnata silenziosamente nell’intreccio di preghiera e lavoro proprio della vita monastica. Uscita dal noviziato, nel 1586, divenne sottomaestra delle novizie nel 1589, maestra delle giovani nel 1595, maestra delle novizie nel 1598 e sottopriora nel 1604. In tutti questi uffici dimostrò sapienza e prudenza, dolcezza e carità.
Osservava le virtù nella vita quotidiana, con grande spirito di servizio, soccorrendo le anziane e le malate. Aveva un’ansia missionaria fortissima e si preoccupava delle minime cose degli altri; era anche per temperamento colma di umanità e di delicatezza.
Ammalatasi di tubercolosi polmonare, passò gli ultimi tre anni della sua vita nel nascondimento, fra prove fisiche e morali, con continui sbocchi di sangue e febbre alta.
Muore alle 14.00 del 25 maggio 1607, mentre pronunciava le parole: “Benedictus Deus”; le monache intanto intorno a lei recitavano il simbolo atanasiano.
Visse una vita di immolazione e di amore verso Dio, verso il prossimo, verso la società e verso la Chiesa. Nel 1611 iniziarono i processi per la beatificazione. Maria Maddalena de’ Pazzi fu proclamata Beata, l’8 maggio 1626,  da Papa Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644) e  canonizzata da Pp Clemente IX (Giulio Rospigliosi, 1667-1669) il 28 aprile 1669.
È una delle sante la cui vita fu veramente straordinaria ed eccezionale.
Il suo corpo incorruttibile si trova attualmente sotto l’altare maggiore della Chiesa del Monastero di S. Maria degli Angeli e di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che si trova adesso nella Via dei Massoni, 26, a Careggi, Firenze.
Fonti principali: carmelitaniroma.it; donbosco-torino.it; ocarm.org; wikipedia.org (“RIV./gpm”).


Santa Maria Maddalena de’ Pazzi: L’esemplarità mariana
In Maria è incluso l’istesso Dio, tutto il cielo e tutte le creature; mediante il sangue tratto da Maria è salvato tutto il mondo. E se non era Maria, per me non era paradiso. Se non era Maria, per me non era Dio. Se non era Maria, non era il cielo glorioso, rimanendovi vacue tante sedie.
In Maria è tutto Dio, perché essendovi una Persona della S.ma Trinità, consequentemente v’era anco l’altre, perché Dio è trino in Persone e uno in essentia.
Et Maria vorrebbe fussi in noi tutto quel che è in lei, tutto Iddio per unione: qui adhaeret Deo unus spiritus est cum eo (1Cor 6,17).
Tutto il paradiso, perché ci haremo a ingegnare d’havere tal perfetione che inclinassimo tutti gli Spiriti beati a noi. Tutto il mondo e tutte le creature, perché la charità non esclude creatura nessuna da se: Dilatasti cor meum (Sal 118,32) in charitate tua (PRO II, 200-202).

Come due fiumi che sboccando si uniscono insieme

La metafora dello Spirito come acqua sorgiva ha radici profondamente bibliche. Maddalena la riprende, rielaborandola nello sguardo di un rapporto dialogico che plasma la creatura, attraverso l’ascolto della Parola, fino a trasformarla a misura del Creatore, Trinità comunione.

La mia pace vi dò, vi lascio la mia pace. Non sia turbato il vostro cuore, avete udito cosa vi ho detto: vado e vengo a voi (Gv 14,27-28). Dice così il Verbo perché vuol mandare lo Spirito suo. Questo Spirito è di consolazione, ma Tu sei, o Santo, quella fonte segnata, quel roveto ardente, la colomba che uscì dall’arca di Noè, quella verga e le tavole della legge e quella forte colonna.
Tu sei quella colomba che esce dall’arca dell’umanità del Verbo. Questa colomba è lo Spirito spirante che dovendosi riposare in cose così vili come la nostra umanità, è necessario che passi per l’umanità del Verbo e dove si posa? Sull’ulivo. Questo ulivo sono i cuori misericordiosi. I rami di quest’ulivo sono uno la verità e l’altro la misericordia, uno la giustizia e un altro la prudenza. Le grosse e belle olive sono le persone sante che si riposano sui rami di tali virtù e tirano altre creature a Dio. Viene poi la colombina dello Spirito Santo e piglia questi rami e li porta e li riporta nell’arca dell’Umanità del Verbo e poi li pianta nella Chiesa dove li fa fruttificare.
Ma questo Santo Spirito è anche roveto che arde senza consumarsi. Perché come fuoco ti donasti agli apostoli e non come colomba o altro? Perché c’era da consumare un certo che di infedeltà e di timore che era in loro e che anche oggi è tanto presente nella Chiesa, intendo una certa tiepidità. Io con desiderio desidero questo Spirito, come colomba e come roveto. Egli è ancora fuoco lucido. Infatti disse il Verbo che i suoi discepoli dovevano essere la luce del mondo e lucerna posta sopra il lucerniere (Mt 5, 14-15). Arde e non consuma questo Spirito, anzi, restaura il consumato, perché avendo noi peccato,  avevamo perso la presenza della grazia che lo Spirito ci ridona.
È ancora questo Spirito quella fonte segnata che ci manifestò la Verità quando disse che, chi fosse andato a lui per cavarsi la sete, avrebbe trovato un’acqua viva che l’avrebbe trasformato in una sorgente. E che sarebbe questa fonte se non la vita eterna?
È una fonte segnata sì, con il sigillo dell’immenso amore che procede dal Verbo. E così viene questo Spirito sempre segnato con quel prezioso sigillo del Sangue del Verbo, svenato Agnello; anzi, è il Sangue lo muove a venire, sebbene da se stesso si muove e vuole venire.
Questo Spirito è ancora quelle tavole date da Dio a Mosé. Egli, infatti, è il compimento di ogni legge e dona a noi il compimento dell’essere di Dio e quello che Dio ricerca da noi. Ci ferma e ci conferma nella sua grazia, ci dà il compimento della gloria, conferma in noi la Trinità. Egli ci manifesta quelle cose che dobbiamo compiere per vivere nella Trinità nell’intrinseco con le ispirazioni e nell’estrinseco con le predicazioni e avvisi, perché tutto procede da lui, in quanto, come dice S. Paolo, nessuno può nominare quel dolce e soave nome di Jesu senza esser mosso dallo Spirito.
Il movente Spirito va partendosi dall’essenza del Padre, dal compiacimento del Verbo, dallo splendore degli angeli e dalla purità degli Spiriti beati. Dall’essenza del Padre trae un forte volere, dal compiacimento del Verbo una chiara e lucida intelligenza, dallo splendore degli Angeli una memorante memoria, dalla purità degli Spiriti beati un verace e semplice operare. E viene come fonte diffondendosi nella creatura ed ella si annega in lui.
E, come due fiumi, sboccando, si uniscono insieme, in modo tale che il minore di essi lascia il suo nome, prendendo il nome del maggiore, così fa questo Spirito divino che viene nella creatura per unirsi con lei. Ma bisogna che, ella che è la minore, perda il suo nome e lo lasci allo Spirito. E questo lo fa lasciandosi trasformare a tal punto dallo Spirito da divenire con lui una stessa cosa.             Revelationi e Intelligentie

Pratica: Amerò il silenzio e il nascondimento.

Preghiera: O Dio, sorgente di ogni comunione, che alla nostra sorella S. Maria Maddalena del Verbo Incarnato, hai dato di accogliere il tuo Amore trasformante, concedi anche a noi, e per sua intercessione, di accogliere con cuore puro la Parola del Figlio tuo e di prender parte al rinnovamento della Sua Sposa Chiesa.

Preghiere a S. Maria Maddalena
   
S. Maria Maddalena, che come la Vergine hai dimorato nella Parola, insegnaci la tua passione per la voce del Padre e la tua docilità al soffio dello Spirito, perché seguiamo Cristo ogni giorno della nostra vita e possiamo prender parte al rinnovamento della Chiesa Sua Sposa.

S. Maria Maddalena, che hai fatto della Trinità la tua dimora, aiutaci, ogni giorno, ad aprire la nostra vita all’opera dello Spirito, perché ci doni la sua Pace e tracci sempre più vivi in noi i lineamenti del Figlio, che non si è vergognato di chiamarci fratelli e sorelle sue.


22 Maggio 2020


Beata Maria Domenica Brun Barbantini

ALL’INSEGNA DELL’AMORE

Lucca - Cortile degli Svizzeri Maria Domenica nasce a Lucca il 17 gennaio 1789. Il padre, Pietro Brun, di origine elvetica, dal cantone di Lucerna, è a servizio nelle guardie svizzere di stanza a Lucca; la madre, Giovanna Granucci, è nativa  di Pariana, un piccolo centro della provincia lucchese.
La famiglia Brun vive modestamente: le paghe delle guardie svizzere non sono certamente alte; hanno però il privilegio di abitare un quartierino all’interno del palazzo ducale.
Di Pietro Brun non si conosce molto; qualcosa di più si sa della madre, Giovanna: una donna saggia, piena di iniziative, capace di condurre avanti la famiglia anche dopo la prematura morte del marito.

Gli anni dell’adolescenza - Maria Domenica è una ragazza di carattere aperto e intelligente, che trascorre felicemente la prima infanzia tra le cure della madre e la rigida educazione paterna, di stampo militaresco. I biografi ufficiali riferiscono della sua particolare devozione alle Beata Vergine Maria. Anzi, parlano addirittura di un fatto straordinario che sarebbe accaduto durante la celebrazione della Messa alla quale assisteva Maria Domenica nella Chiesa dei Miracoli (davanti al palazzo Ducale); al momento della consacrazione, Maria Domenica avrebbe visto sangue uscire dal calice elevato dal celebrante. La ragazzina, logicamente, venne sopraffatta dall’emozione; salda di carattere com’era, però, non rivelò l’accaduto a nessuno, salvo che al suo confessore. Ma da quel momento divenne ancora più docile e virtuosa.
La sua l’infanzia tutto sommato trascorre "normale". Come già in parte anticipato, la sua adolescenza invece è segnata dal dolore: la morte del padre e quella di tre fratellini a breve distanza l’uno dall’altro.
La morte del padre sembra toccarla in modo particolare, segnandone lo sviluppo emotivo-affettivo. Di lui non vi è traccia nei suoi scritti successivi, quasi volesse serbarne un ricordo "segreto" nel cuore. A tre anni dalla morte del padre, poi, Maria Domenica ha un’oscura e sconcertante crisi psicologica, dalla quale esce presumibilmente grazie alla forte educazione ricevuta negli anni dell’infanzia e con l’aiuto della paziente guida materna. Maria Domenica supera, così, il dramma dei lutti ed entra nella giovinezza carica di sogni e di speranze, tutta impegnata nello studio delle discipline umanistiche e religiose, proprie del ceto medio borghese della sua epoca e della sua città. Fino all’incirca a quindici anni, Maria Domenica sembra voler abbracciare una vita austera, dedita allo studio, aliena dai piccoli piaceri della giovinezza. Poi il suo stile di vita cambia. È diventata una ragazza molto graziosa e i corteggiatori sono molti.

Giovane sposa - A diciott’anni, Maria Domenica è chiesta in moglie da Salvatore Barbantini, un bravo giovane lucchese, benestante ma non ricco. Salvatore, infatti, aveva ereditato dal padre un negozio di tessuti. Giovanna, la madre di Maria Domenica, che conosce la non brillante situazione finanziaria dei Barbantini, non è contenta di questo matrimonio; per la figlia vorrebbe una posizione più sicura. I due giovani si amano teneramente: il “tira e molla” tra Maria Domenica e la mamma dura ben quattro anni, ma alla fine la giovane vince la sua battaglia: il 22 aprile 1811, nella cattedrale di S. Martino in Lucca, Maria Domenica sposa Salvatore.
I disegni di Dio sulla giovane donna sono però differenti da quello che potrebbe apparire il felice esito di una romantica storia.  Dopo appena cinque mesi dalle nozze, «lo sposo adorato» muore improvvisamente lasciando tragicamente sola Maria Domenica già in attesa di un figlio.
Di fronte alla dolorosa prova, la vedova, appena ventiduenne, piange, ma non si lascia prendere dalla disperazione: il suo forte carattere e la fede profonda nella misericordia divina la sostengono. La notte stessa della immane tragedia s’inginocchia davanti al Crocifisso e, abbracciandolo, dichiara di accettare la volontà del Padre con questa parole: «Oh mio Dio... Dio del mio cuore... mi avete percossa a  sangue... voi solo, Crocifisso mio bene, sarete da qui innanzi il dolcissimo sposo dell’anima mia... il mio unico e solo amore, la mia eterna porzione». Una consacrazione piena, totale ed irrevocabile che nasce sulle ceneri di un lutto precoce e di un dolore immenso e crudele, illuminato però da una fede viva, da una speranza senza confini, da un immenso amore per il Signore.

Inizio di una vita “eroica” - Dopo la morte di Salvatore, Maria Domenica veste sempre un semplice vestito nero che simboleggia, in certo senso, l’austerità della sua vita interiore. È ancora molto giovane e potrebbe risposarsi, ma rifiuta ogni proposta perché vuole dedicarsi unicamente al figlio che sta per nascere ed alle opere di misericordia che via via il Signore le indicherà. Il 14 febbraio 1812 nasce Lorenzo Pietro, Lorenzino come affettuosamente lo chiama la madre. Da quel momento, Maria Domenica vive solo per il figlio. Le sue condizioni economiche sono tutt’altro che brillanti: Salvatore, alla sua morte, le aveva lasciato scarsi beni. Come la stessa Maria Domenica scriverà nella sua autobiografia, farà tutti i possibili sacrifici per rendere più sicura la vita del figlio. Lorenzino intanto da gioia alla madre: Maria Domenica afferma, nella citata autobiografia, che il piccolo sembrava essere stato dotato dal Signore di molte mirabili qualità nel corpo e nell’anima, quasi a compensarla in parte della tragica morte del marito. A mano a mano che il piccolo cresce dimostra un acuto senso di discernimento, una straordinaria passione per gli studi... Già all’età di quattro anni, aiutato da un’eccezionale memoria, Lorenzino sa rispondere correttamente alle domande che gli vengono poste sulle Sacre Scritture. A sette anni scrive correttamente in latino e conosce un po’ di francese...
Un altro - amore - è nato, intanto, nel cuore di Maria Domenica: quello per le donne malate e povere, senza alcun tipo di assistenza. Benché le cure per il figlio occupino l’intera sua giornata, Maria Domenica, ugualmente riesce ad occuparsi di quelle poverette dedicando loro, eroicamente, alcune ore della notte assistendole nelle loro case. Ma un’altra prova attende la giovane vedova: Lorenzino, il figlio amatissimo che era tutta la sua consolazione, muore quasi improvvisamente, colpito da grave malattia, all’età di soli otto anni.
La povera madre è sconvolta: «Non so come non perdessi il senno», scrive lei stessa e, mentre il suo cuore straziato piange lacrime di sangue, ancora una volta ella trasforma in offerta quel dramma indicibile: «Guardavo il cielo - afferma - e oppressa dal dolore, replicavo l’offerta di quell’unico amato  figlio e dell’eccessivo mio dolore».

La donazione ai malati - Maria Domenica avvia la sua prima opera di assistenza domiciliare. Due storie d’amore spezzate tragicamente e prematuramente. Ci si potrebbe attendere una reazione disperata, di ribellione verso la crudeltà del destino, perfino verso Dio...  Maria Domenica non cade in questa terribile tentazione e incanala il fiume d’amore che sta dentro il suo animo verso Dio “incarnato” nei poveri che incontra. D’ora in poi, il suo cuore brucerà d’amore, di tenerezza e di cure per i malati poveri e soli, per gli abbandonati, per i morenti. Di giorno e di notte, sotto il sole cocente o la pioggia dirompente, percorre, con la lanterna accesa, le vie strette e buie della città di Lucca per raggiungere al capezzale le inferme più gravi e sole. Una notte, assalita da un uragano, le si spegne il lumicino; brancolando a lungo nel buio, arriva  finalmente al domicilio desiderato e, con gli abiti intrisi d’acqua, compie assistenza per tutta la notte non curandosi affatto di sé ma di Gesù, presente “nelle membra inferme” di quella persona malata.
Spesso, dopo una intera notte di servizio, fa seguire anche il giorno senza prendere cibo. Talvolta assalita da un sonno terribile, mentre presta assistenza, arriva a mettersi del tabacco negli occhi; tate rimedio le procura una sofferenza grave, ma efficace per tenerla sveglia e non privare le inferme del  suo aiuto e conforto.
Non tutti accolgono con favore la sua opera misericordiosa: si racconta che qualcuno abbia messo sapone sui gradini che Maria Domenica deve salire per arrivare da una malata, in modo da farla scivolare e cadere. Lei stessa annoterà che forse il demonio, irritato per le perdite a lui causate dalla sua opera di assistenza non soltanto ai corpi ma anche alle anime, cerca in qualsiasi maniera di ostacolarla.
Talvolta, mentre si muove nel cuore della notte nelle buie e insicure strade della periferia cittadina, è inseguita da ignoti male intenzionati; donna forte e coraggiosa non si fa intimidire da nessuno; ha in cuore una fiamma che niente e nessuno può spegnere.
E non si prende cura solo di corpo e anima: spesso lascia - lei povera - quel poco che può in denaro alle malate per alleviare la loro miseria.

“Fioretti” di Maria Domenica - Di questo periodo della vita di Maria Domenica si raccontano alcuni “fioretti”. Un giorno mette sul corpo di una povera donna incinta, che sembra sul punto di morire, un fiore preso dall’altare sul quale era esposto il Santissimo Sacramento. La donna partorisce due gemelli e si ristabilisce in salute.
Un’altra donna malata non poteva nutrire il suo neonato. Maria Domenica prega la Beata Vergine venerata presso l’altare di una chiesa a lei familiare. Alla fine della preghiera, la Brun Barbantini corre dalla donna, le dice di pregare la Madonna e di portare il bimbo al seno. La donna obbedisce e, con sua grande sorpresa, può nutrire il suo bambino.
Ad un’altra malata, disperata di dover lasciare orfana la sua piccola bambina, Maria Domenica dice di non aver paura: «Ti prometto che quando Dio ti chiamerà mi prenderò cura di tua figlia e le farò da madre»...
Maria Domenica obbedisce al suo cuore. Dal momento del suo radicale cambiamento esistenziale, Gesù e i malati diventano vita della sua vita, con una dedizione senza sconti. È “il buon Samaritano” che non si cura di sé ma soltanto di chi ha bisogno di lui, vincendo ogni ripugnanza ed ogni rispetto umano.
È il semplice “carisma” che un giorno trasmetterà alle giovani donne che la seguiranno su questa strada di amore senza misure. Dovranno superare ripugnanze, cercare Dio nelle case dei poveri, spesso più maleodoranti di stalle, sui loro corpi devastati da piaghe ed ulcerazioni. «È dove l’aria è contaminata dal puzzo, dove ogni sorta di insetti è la sola compagnia dello sfortunato sofferente, è lì, io dico, dove Dio spesso vuole essere trovato e servito...».

LE MINISTRE DEGLI INFERMI - A mano a mano che il tempo passa, Maria Domenica si accorge di non poter affrontare da sola il mondo dei malati, che le appare sempre più vasto. Comincia così a pensare ad una nuova forma di assistenza che abbracci il campo della carità. Come lei stessa scrive nel 1817, esisteva già in Lucca una piccola congregazione di religiose che aveva per scopo di assistere i malati non accettati negli ospedali e le famiglie cadute in miseria che non avevano il coraggio di portare all’ospedale i propri cari.
Le sue capacità organizzative e la sua intelligenza pratica, le fanno formare un gruppo di donne, ispirate evangelicamente, che si dedicano alla cura dei malati poveri. Un piccolo gruppo per uno scopo enorme: ma, in fondo, tutte le grandi opere di carità cominciano così! E quel piccolo gruppo è anche la forte radice da cui un giorno nasceranno le Ministre degli Infermi.
È il 1819: è nata la “Pia Unione delle Sorelle della Carità”,  immediatamente posta sotto l’alto patronato di Nostra Signore dei Dolori. L’arcivescovo Sardi approva ufficialmente la "Pia Unione" per la quale un altro santo sacerdote, Monsignor Del Prete, confessore e padre spirituale di Maria Domenica, scrive alcune “regole”.
La vita della Brun Barbantini sta per avere una nuova svolta. Monsignor Del Prete le affida due donne, molto devote, che vogliono «lasciare il mondo» per vivere insieme, in comunità, «dedicandosi alla preghiera e all’apostolato». Ovviamente avevano bisogno di una dimora dove abitare. Del Prete ne parla a Maria Domenica e le chiede di «cooperare alla gloria di Dio» acquistando la casa dove le due "postulanti" avrebbero potuto vivere. È anche questo l’inizio di una nuova opera: la fondazione delle Oblate di S. Francesco di Sales.

Fondazione del Monastero della Visitazione a Lucca - Monastero della Visitazione a Lucca, fondato da Maria Domenica. La ricchezza delle doti umane e spirituali della giovane vedova Barbantini, tra cui intelligenza, creatività, coraggio e intraprendenza, non sfuggono sicuramente all’attenzione dell’Arcivescovo e del clero della sua città. Dopo le due prime “fondazioni”, infatti, le affidano il compito di stabilire in Lucca un “Monastero della Visitazione” per l’educazione della gioventù. Maria Domenica, docile alla voce dei pastori e sensibile alle istanze della Chiesa, accetta l’impegno con generosità e determinazione.
Il suo amore per il Signore la rende ancora una volta capace di affrontare ogni difficoltà. Dopo circa sei anni intensi di lavoro irto di ostacoli, riesce nell’intento di dare alla città di Lucca il monastero desiderato, ancor oggi esistente e ricco di vitalità spirituale e apostolica.

Il nuovo Istituto per i malati - Compiuta l’opera della Visitazione, riemerge chiara, prorompente in Maria Domenica la sua autentica “vocazione”, ciò per cui si sente davvero chiamata dal Signore: fondare una Congregazione religiosa di Sorelle Oblate Infermiere per servire Cristo nelle membra doloranti dei malati e  sofferenti, a tempo pieno e per tutta la vita.
Il 23 gennaio 1829 Maria Domenica dà inizio alla prima comunità delle Sorelle Oblate Infermiere. Povere e con poca salute, ma ricche di zelo e di amore per Cristo, la Fondatrice e le prime sorelle compiono autentici prodigi di carità al capezzale delle inferme e delle morenti, nelle abitazioni povere, dove giacciono sole e  abbandonate anche le moribonde.
Maria Domenica e le altre donne che nel frattempo si uniscono a lei, hanno un solo ideale, come specifica nelle sue Regole: «Visitare, assistere e servire il Dio umanato agonizzante nell’orto o spirante sulla croce nelle persone delle inferme povere e moribonde». E tutto ciò «con un cuore tutto avvampante della carità di Cristo».
Maria Domenica insegna, inoltre, alle sue “figlie nello Spirito” che la loro vocazione comporta il dono totale della persona nel «servire il malato anche a rischio della vita». Per questo, nelle Regole, ella chiede alle figlie la disponibilità al martirio: «Serviranno Nostro Signore Gesù Cristo nelle persone delle inferme con generosità e purità d’intenzione, pronte sempre ad esporre la propria vita per amore di Cristo morto sopra una croce per noi». La testimonianza di evangelica carità della Barbantini e delle sue discepole, induce Monsignor Domenico Stefanelli, Arcivescovo di Lucca, ad approvare - finalmente - le Regole e l’Istituto di Maria Domenica. Ciò avviene il 5 agosto 1841. È nata la Congregazione delle Ministre degli Infermi.

La Vergine Addolorata e San Camillo - Assistenza nel lazzaretto dei malati di colera. Maria Domenica affida alla Vergine Addolorata la protezione e la guida del suo Istituto e la chiama espressamente “Superiora nostra”. La Madre dei dolori è da lei indicata come l’icona ispiratrice della missione della Congregazione. Come la Madre di Gesù assiste il figlio Crocifisso e ne condivide il dolore lo strazio e l’abbandono, così la Maria Domenica invita le figlie a vivere la "compassione" accanto ai  malati e ai sofferenti di ogni tempo.
Maria Domenica fa un altro incontro determinante: quello con San Camillo de Lellis. Conosce il primo camilliano quando la sua Opera sta muovendo i primi passi. È un incontro di fondamentale importanza: il padre Antonio Scalabrini ravvisa nel carisma della Barbantini  le singolari somiglianze con quello del proprio fondatore, San Camillo de Lellis. La incoraggia, quindi, e le promette aiuto nelle difficoltà.
Il 23 marzo 1852, Pio IX conferisce all’istituto di Mania Domenica il decretum laudis, il documento pontificio attraverso il quale concede alle Figlie di Maria Domenica il nome di «Ministre degli Infermi» e sancisce ufficialmente la comunione spirituale tra l’Ordine dei religiosi camilliani e la Congregazione di Maria Domenica.
La Fondatrice e le figlie desideravano ardentemente indossare la croce rossa di San Camillo. Tale desiderio, per lungo tempo disatteso, fu esaudito nell’agosto 1855, quando il colera mieteva ancora vittime in tutta la Toscana, e le figlie di Maria Domenica uscirono per la prima volta dalla città di Lucca per andare a curare i colerosi nei lazzaretti delle vicine città, contrassegnate nell’abito dalla croce rossa.
Tutto bene, dunque, tutto facile? Non per Maria Domenica che deve affrontare accuse, maldicenze e forse invidie. C’è una incomprensione fra lei e l’Arcivescovo Giulio Arrigoni, che pure è persona intelligente ed aperta. Deve affrontare perfino un processo. E come al solito troverà riparo nel suo consueto rifugio, l’umiltà.

Gli ultimi anni - Maria Domenica in età avanzata. Le forze di Maria Domenica vanno poco a poco scemando. Nel 1866 cade gravemente ammalata, ma riesce a superare il male grazie - si dice - all’intercessione di San Camillo de Lellis. Si occupa ancora attivamente della sua congregazione, ma comprende che le forze diminuiscono ogni giorno di più e che la vita sta per lasciarla. Con questo presentimento, fa in modo di lasciare “tutto in ordine”. Non vuole che le sue figlie si debbano preoccupare per alcunché anche dal punto di vista pratico (Maria Domenica è sempre stata donna “con i piedi per terra”). In questo periodo la sua preghiera si fa più intensa. Ha qualche grave preoccupazione per il futuro del suo istituto. Sono i tempi in cui l’Italia unita si sta formando ed in cui si alza anche un’ondata anticlericale ed ostile alle congregazioni religiose.
L’avvicinarsi della fine sembra provocare anche un cambiamento nei suoi tratti somatici: il viso si gonfia, ma rimangono intatte la dolcezza dell’espressione e la trasparenza dello sguardo. Sono cambiamenti testimoniati anche dai ritratti fotografici (la fotografia è appena stata inventata) che le vengono scattati.
Maria Domenica è indebolita dalla malattia della quale, però, non si ha una diagnosi precisa, un male che la farà soffrire fino all’ultimo istante e del quale ella dirà: «Questo è il modo in cui devo morire».
Ciò accade a il 22 maggio 1868. Madre Maria Domenica Brun Barbantini lascia l’Istituto piccolo nel numero, ma forte nello spirito e generoso nel servizio ai malati.

Maria Domenica “beata” - Beatificazione di Maria Domenica in piazza San Pietro a Roma, il 7 maggio 1995. Nella sua lunga vita, Maria Domenica aveva cercato unicamente “la volontà di Dio e la sua maggior gloria”. Nel suo cammino di santità aveva assaporato le gioie di tanto amore ed anche l’amarezza della calunnia, che aveva accolto «pregando, perdonando, e amando i suoi persecutori». Aveva dedicato ogni istante del suo tempo e ogni momento delle sue fatiche alla formazione spirituale e carismatica delle Figlie che lo Spirito le aveva affidato. Il 17 maggio 1995, in piazza San Pietro a Roma, Giovanni Paolo II ha proclamato solennemente “Beata” Maria Domenica Brun Barbantini, indicandola al mondo quale testimone autentica «di un amore evangelico concreto per gli ultimi, gli emarginati, i piagati; un amore fatto di gesti, di attenzione, di cristiana consolazione, di generosa dedizione e di instancabile vicinanza nei confronti degli ammalati e dei sofferenti».

tratto da “La croce sul petto” capitolo XI - Testo di Marisa Sfondrini

Pratica: “Confida e spera in Dio” (Beata Maria Domenica Brun Barbantini)

Preghiera: O Dio, che hai suscitato nella tua Chiesa Maria Domenica Brun Barbantini, perché, con la parola e con l’esempio, indicasse agli uomini la via della carità, concedi anche a noi di seguire Cristo maestro e signore, per giungere con i nostri fratelli nella gloria del tuo regno. Per il nostro Signore.


21 Maggio 2020

Sant’Eugenio de Mazenod, Vescovo di Marsiglia, Fondatore

Eugenio, al secolo Charles-Joseph-Eugène, de Mazenod fece la sua entrata in un mondo destinato a cambiare molto rapidamente. Nato a Aix in Provenza, nel sud della Francia, il 1° agosto 1782, sembrava che avesse ereditato sia rango che ricchezza dalla sua famiglia, entrata non da molto tempo nella nobiltà di toga. Lo scompiglio della rivoluzione francese venne a rovesciare tutto ciò per sempre. All’età di otto anni Eugenio fu costretto a fuggire dalla Francia con la sua famiglia, abbandonando tutte le proprietà e cominciando così un periodo di undici anni di esilio.
All’inizio a Nizza nel 1791, dove furono raggiunti dalla madre e dalla sorella, successivamente a Torino (1791), Venezia (1794), Napoli (1797) con il padre e Palermo (1799) dove resterà fino al suo ritorno in Francia. Questi spostamenti lasciarono delle lacune nella sua formazione intellettuale e lo esposero anche a molte influenze, buone e cattive.
Nel 1802, all’età di 20 anni, Eugenio poté tornare nella sua patria. Questo contatto fece svanire i suoi sogni come d’incanto. Si accorse di essere un semplice cittadino: la Francia era totalmente cambiata. I suoi genitori si separarono e sua madre stava lottando per riavere le sue proprietà e allo stesso tempo si affannava a procurargli in moglie una ricca ereditiera. Cadde in una triste depressione, con un futuro incerto. Fu in questo periodo che si risvegliarono in lui il senso di altruismo insieme ai sentimenti di fede provati a Venezia dopo l’incontro con Don Bartolo Zinelli. Guardandosi attorno osservò la situazione disastrosa della Chiesa in Francia, umiliata e decimata dalla rivoluzione. Sentì la chiamata al sacerdozio e la prese in considerazione. Nonostante l’opposizione della madre entrò nel seminario di S. Sulpizio a Parigi e il 21 dicembre 1811 fu ordinato prete ad Amiens.
Ritornato ad Aix, nel 1812, non si rinchiuse in una parrocchia, ma mise il suo sacerdozio al servizio dei più abbandonati: detenuti, giovani, servi, contadini. Il clero locale gli fece una dura opposizione, ma egli continuò la sua strada. Dopo qualche anno cercò dei collaboratori, ugualmente motivati, che lasciarono le vecchie strutture per unirsi a lui. Eugenio e i suoi compagni predicavano in provenzale, la lingua del popolino, non nel francese ufficiale. Di villaggio in villaggio rievangelizzavano la gente passando anche lunghe ore in confessionale. Tra una missione e l’altra il gruppo viveva un’intensa vita di comunità dedita alla preghiera e allo studio. Si chiamarono “Missionari di Provenza”.
Il 17 febbraio 1826 Papa Leone XII (Annibale Sermattei della Genga, 1823-1829) approvò la Congregazione col nome di “Oblati di Maria Immacolata”. Eugenio fu eletto Superiore Generale e continuò ad ispirare e guidare i suoi uomini per 35 anni fino alla sua morte.
La diocesi di Marsiglia era stata soppressa dopo il Concordato del 1802 e quando fu ristabilita, il vecchio zio di Eugenio, Canonico Fortunato de Mazenod, ne divenne vescovo nel 1823. Egli nominò Eugenio suo Vicario Generale e così la maggior parte del lavoro nella ricostruzione della diocesi cadde sulle sue spalle.
Nel 1832, Eugenio venne nominato da Papa Gregorio XVI (Bartolomeo Mauro Alberto Cappellari, 1831-1846) vescovo titolare d’Icosia e Visitatore apostolico di Tunisi e Tripoli; è consacrato a Roma il 14 ottobre non badando alle pretese del governo francese che si arrogava diritti di approvazione su tali nomine.
Cinque anni più tardi (1837), dopo le dimissioni dello zio, fu nominato vescovo di Marsiglia.
Anche se Eugenio aveva fondato gli Oblati di Maria Immacolata principalmente per la povera gente di campagna, il suo zelo per il Regno di Dio e il suo attaccamento alla Chiesa spinsero gli Oblati verso nuove frontiere. I suoi uomini si avventurarono in Svizzera, Inghilterra, Irlanda. A causa del suo zelo Eugenio fu soprannominato “un secondo Paolo” e i vescovi missionari andavano da lui per domandargli Oblati per i loro vasti campi di missione. Eugenio rispose a cuore aperto nonostante il loro piccolo numero e mandò i suoi uomini nel Canada, Stati Uniti, Ceylon (attuale Sri Lanka) Sud Africa, Basutoland (attuale Lesotho). I missionari, della stessa sua tempra, si aprirono a ventaglio predicando, battezzando, curando. Spesso scoprirono nuove terre, fondarono nuove diocesi e, in una parola “non lasciarono nulla di intentato per l’avanzamento del Regno di Cristo”. Negli anni che seguirono, la spinta della missione oblata continuò e anche oggi l’impulso di S. Eugenio è vivo nei suoi uomini in 68 paesi diversi.
Durante questo fermento di attività missionaria, Eugenio era allo stesso tempo un pastore di primo piano nella Chiesa di Marsiglia, dando alla diocesi le strutture necessarie: seminario modello, nuove parrocchie, cattedrale, Santuario di Nostra Signora della Guardia (meta di numerosissimi pellegrinaggi), santità dei sacerdoti, presenza di altre Congregazioni Religiose, difesa dei diritti del Papa. Era diventato una figura di spicco nella Chiesa di Francia.
1854: Si reca a Roma per la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.
1856: È nominato senatore dell’Impero da Napoleone III.
1861: Il 21 maggio muore al canto della Salve Regina, lasciando ai suoi figli spirituali, come testamento, le parole: “Tra voi la carità... la carità... la carità... e fuori lo zelo per le anime”.
1926: Inizio del processo diocesano di beatificazione a Marsiglia.
1929: Inizio del processo di beatificazione a Roma.
1975: Il 19 ottobre S.S. Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) lo proclama beato.
1995: Il 3 dicembre San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) lo canonizza.
Fonti principali: geocities.com; omi.it; vatican.va (“RIV./gpm”). 


CANONIZZAZIONE DI EUGÈNE DE MAZENOD
FONDATORE DEI MISSIONARI OBLATI DI MARIA IMMACOLATA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
I Domenica di Avvento, 3 dicembre 1995

1. La venuta del Figlio dell’uomo è il tema dell’Avvento. Inizia, così, il tempo del nuovo Anno Liturgico. Guardiamo già verso la notte di Betlemme. Pensiamo a quella venuta del Figlio di Dio che ormai appartiene alla nostra storia, anzi in un modo mirabile l’ha formata come storia dei singoli individui, delle nazioni e dell’umanità. Sappiamo, inoltre, con certezza che, dopo quella venuta, abbiamo per sempre davanti a noi una seconda venuta del Figlio dell’uomo, di Cristo. Viviamo nel secondo Avvento, nell’Avvento della storia del mondo, della storia della Chiesa, e nella Celebrazione eucaristica ripetiamo ogni giorno la nostra fiduciosa attesa della sua venuta.
Il Beato Eugenio de Mazenod, che la Chiesa oggi proclama santo, fu un uomo dell’Avvento, uomo della Venuta. Egli non soltanto guardò verso quella Venuta, ma, come Vescovo e Fondatore della Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata, dedicò tutta la sua vita a prepararla. La sua attesa raggiunse l’intensità dell’eroismo, fu caratterizzata cioè da un grado eroico di fede, di speranza e di carità apostolica. Eugenio de Mazenod fu uno di quegli apostoli, che prepararono i tempi moderni, i tempi nostri.
2. Il Decreto Ad Gentes del Concilio Vaticano II tratta anche di questa attività, di cui fu colma la vita e la vocazione episcopale del Fondatore degli Oblati.
Fu inviato come Vescovo nella città di Marsiglia, a quella Chiesa delle coste meridionali della Francia. Contemporaneamente però egli aveva la consapevolezza che la missione di ogni Vescovo, in unione con la Sede di Pietro, ha carattere universale. La certezza che il Vescovo è mandato nel mondo, come gli Apostoli, si fonda sulle parole del Cristo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15). De Mazenod fu consapevole che il mandato di ogni Vescovo e di ogni Chiesa locale è in se stesso missionario e fece in modo che anche l’antichissima Chiesa di Marsiglia, i cui inizi risalgono al periodo subapostolico, potesse adempiere in maniera esemplare la sua vocazione missionaria, sotto la guida del suo Pastore.
In questo consistette l’impegno di sant’Eugenio, in ordine alla seconda venuta di Cristo, che tutti attendiamo con viva speranza. Si può dire che la sua canonizzazione, oggi, nella prima Domenica di Avvento, ci aiuta a comprendere meglio il significato della stagione dell’Anno Liturgico che oggi inizia.
3. Nella Liturgia di questa prima Domenica di Avvento comincia a parlare il profeta Isaia. Ne ascolteremo la parola ispirata durante tutto questo tempo. “Visione di Isaia, figlio di Amoz, riguardo a Giuda e a Gerusalemme. Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore” (Is 2, 1-3).
Nella luce dello Spirito Santo, il Profeta ha una visione universalistica e molto acuta della salvezza. Gerusalemme, la città collocata in mezzo a Israele, Popolo della elezione divina, ha davanti a sé un grande futuro. Quando il Profeta dice che “uscirà... da Gerusalemme la parola del Signore”, già molti secoli prima della venuta di Cristo annunzia l’ampiezza dell’opera messianica.
Lo sguardo di Isaia arricchisce la nostra consapevolezza dell’Avvento. Colui che deve venire, che deve rivelarsi “sino alla fine” proprio in mezzo alla santa città di Gerusalemme, mediante la parola del suo Vangelo, e specialmente mediante la sua croce e la sua risurrezione, sarà inviato a tutte le nazioni del mondo, all’intera umanità. Egli sarà l’Unto di Dio, il Redentore dell’uomo. La sua visita durerà poco, ma la missione da Lui trasmessa agli Apostoli e alla Chiesa durerà fino alla fine dei secoli. Egli sarà mediatore tra Dio e gli uomini, ed a gran voce esorterà le nazioni alla pace, invitando tutti a “forgiare le loro spade in vomeri, le loro lance in falci” (cf. Is2, 4). Proprio così inizia l’esortazione di Isaia, rivolta alle genti di tutta la terra, perché dirigano gli occhi e i passi verso Gerusalemme.
A questa esortazione fa eco il Salmo responsoriale, canto dei pellegrini verso la Città Santa. “Quale gioia quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme. Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore” (Sal 122, 1. 4). E ancora: “Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi” (Sal 122, 6-7).
[...]
4. Proprio in questa prospettiva presentata dalla liturgia della prima domenica d’Avvento si iscrive la canonizzazione della fondazione della Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata. L’universalità della missione della Chiesa fu, infatti, profondamente avvertita da Eugenio de Mazenod. Egli sapeva che Cristo desiderava unire alla sua persona tutto il genere umano e per questo motivo in tutto il corso della sua vita rivolse particolare attenzione all’evangelizzazione dei poveri, ovunque fossero.
Nata in Provenza, regione d’origine del suo Fondatore, la Congregazione non tardò a diffondersi “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8), per mettere in pratica, mediante una predicazione fondata sulla meditazione della parola di Dio, le esortazioni di San Paolo: “Come potranno credere, senza aver sentito la parola del Signore? E come potranno sentire la sua parola, se nessuno l’annuncia?” (cf. Rm 10, 14). Annunciare Cristo significò per Eugenio de Mazenod diventare in pieno l’uomo apostolico di cui ogni epoca ha bisogno, dotato di quel fervore e di quello zelo missionario che a poco a poco lo configurano al Cristo risorto.
5. Attraverso un paziente lavoro su se stesso, egli seppe disciplinare un carattere difficile e dirigere la sua diocesi con illuminata saggezza e ferma bontà. Monsignor de Mazenod guidava i fedeli ad accogliere Cristo con fede sempre più generosa, perché vivessero pienamente la loro vocazione di figli di Dio. Ad animare ogni sua azione fu il convincimento, da lui così espresso, che: “Amare la Chiesa significa amare Cristo e viceversa”.
Fratelli e sorelle, Eugenio de Mazenod ci invita a seguirlo perché possiamo presentarci tutti insieme al Salvatore che viene, al Bambino di Betlemme, al Figlio di Dio fatto uomo.
6. Il messaggio dell’Avvento è unito alla venuta del Figlio dell’uomo che sempre più si approssima. A questa consapevolezza corrisponde l’esortazione alla vigilanza. Nel Vangelo di san Matteo Gesù dice a chi lo ascolta: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà... Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (Mt 24,42.44). A questa esortazione, ripetuta più volte nel Vangelo, corrisponde in modo eccellente il passo dalla Lettera di san Paolo ai Romani. L’Apostolo ci scrive in qual modo potremo essere “consapevoli del momento” (cf. Rm 13,11). L’attesa, volta verso il futuro, ci viene sempre presentata come un “momento” già vicino e presente. Nell’opera della salvezza nulla può essere lasciato per il dopo. Ogni “ora” è importante! L’Apostolo scrive che “la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti” (Rm 13, 11) e paragona questo momento presente all’alba, al momento culminante del passaggio tra la notte e il giorno.
San Paolo trasferisce sul terreno dello spirito il fenomeno che accompagna il risveglio della luce diurna. “La notte è avanzata, - egli scrive - il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Rm 13,12). Dopo aver chiamato per nome le opere delle tenebre, l’Apostolo indica a che cosa alludano “le armi della luce”: “Indossiamo le armi della luce”, cioè “rivestitevi... del Signore Gesù Cristo” (Rm 13,14). Egli diventi la norma della vostra vita e del vostro agire, così che in Lui possiate diventare una nuova creazione. Così rinnovati, potrete rinnovare il mondo in Cristo, in virtù della missione, innestata in voi già dal Sacramento del Battesimo.
Oggi la Chiesa rende grazie a Dio per sant’Eugenio de Mazenod, apostolo del suo tempo, il quale, rivestitosi del Signore Gesù Cristo, spese la sua vita nel servizio al Vangelo di Dio. Rendiamo grazie a Dio per la grande trasformazione compiutasi mediante l’opera di questo Vescovo. Il suo influsso non si limita all’epoca in cui egli visse, ma continua ad agire anche sul nostro tempo. Infatti il bene compiuto in virtù dello Spirito Santo non perisce, ma dura in ogni “ora” della storia.
Ne siano rese grazie a Dio!

Pratica: Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

Preghiera: O Dio, che nella tua misericordia, hai voluto arricchire il santo Vescovo Eugenio de Mazenod di grandi virtù apostoliche per annunciare il Vangelo alle genti, concedi a noi, per sua intercessione, di ardere del medesimo spirito e di tendere unicamente al servizio della Chiesa e alla salvezza delle anime. 

 20 Maggio 2020


San Bernardino da Siena, Religioso

 
Bernardino nasce a Massa Marittima, presso Siena, l’8 settembre 1380, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi. Rimasto orfano di ambedue i genitori allorché era ancora in tenera età, fu educato dalle zie e da una cugina, le quali gli inculcarono una tenera ed intensa devozione verso la Vergine santa. A Siena, fuori Porta Camollia, vi era un affresco raffigurante Maria assunta in cielo. Il fanciullo si recava spesso a pregare davanti a quell’immagine; e un giorno confidò alla cugina Tobia: «Sono innamorato della beatissima Vergine Maria Madre di Dio; lei ho sempre amato, lei desidero ardentemente vedere, lei amo con tutto il cuore e perciò ho scelto lei come mia castissima fidanzata. Vorrei tenere sempre lo sguardo fisso su di lei; per questo ho deciso di visitare la sua immagine ogni giorno».
Durante la peste del 1400 a Siena, essendo perito tutto il personale regolare dell’ospedale e rispondendo alla richiesta di aiuto del responsabile, si offrì volontario insieme ai suoi amici della Compagnia dei Battuti (o dei Disciplinati) a cui si era iscritto, che si riunivano, a mezzanotte, nei sotterranei dell’ospedale. Dopo l’esperienza di quattro mesi tra i malati di peste, rimase lui stesso colpito dalla malattia e lottò per un po’ di tempo tra la vita e la morte.
Fu un’esperienza tremenda ma così forte che lo segnerà positivamente tutta la vita. Aveva imparato sull’uomo e i suoi bisogni ma anche su se stesso ciò che i libri di antropologia del tempo non avrebbero potuto insegnargli con maggiore efficacia. Passata poi l’epidemia si prese cura di una delle due zie, gravemente malata, fino alla sua morte.
Nel 1402, sempre a Siena, diventò francescano e due anni dopo sacerdote. Fu mandato poi a Fiesole per completare gli studi in teologia ascetica e mistica: qui lesse con attenzione e con entusiasmo gli scritti dei grandi autori francescani, in primis, Francesco e Bonaventura, Duns Scoto, Jacopone da Todi e altri.
Nel 1405 fu nominato dal Vicario dell’Ordine predicatore ufficiale, e da questo momento in poi Bernardino si dedicherà soprattutto alla predicazione (ma anche al governo e riforma del suo Ordine di cui fu Vicario Generale dal 1438 al 1442). In primo luogo nel territorio della Repubblica di Siena, poi in altre innumerevoli città, specialmente dell’Italia centro settentrionale.
È interessante sapere che le prediche di Bernardino da Siena ci sono pervenute grazie ad un fedele (o ammiratore) trascrittore, il quale a modo suo stenografava tutto, anche i sospiri del predicante. Questi raccomandava che ciò che bisogna dire nella predica deve essere “chiarozo, chiarozo... acciò chè chi ode ne vada contento e illuminato, e non imbarbugliato”.
Per Bernardino inoltre il predicare doveva essere un “dire chiaro e dire breve” ma senza dimenticare insieme il “dire bello”. E, come spiegava con una metafora contadina: “Piuttosto ti diletterai di bere il buon vino con una tazza chiara e bella che con una scodella brutta e nera”.
Insomma curare il contenuto (il buon vino evangelico) e il contenente che deve essere bello (la forma). E lui faceva tutto questo (eccetto la brevità). Conquistava l’uditorio non con ragionamenti astrusi e astratti, ma con la semplicità, con parabole, aneddoti, racconti, metafore, drammatizzando e teatralizzando il racconto (oggi diremmo che della predica faceva un piccolo “show spirituale”).
Era soprattutto attuale: castigava e canzonava le umane debolezze, le stregonerie, le superstizioni, il gioco e le bische (diceva: “anche il demonio vuole il suo tempio ed esso è la bisca”), i piccoli e grandi imbrogli nel commercio al dettaglio, le mode frivole (specialmente delle donne, oggi è il culto del “look”), i vizi in generale, pubblici e privati. Ma era feroce con gli usurai del tempo, una piaga antica (e moderna).
Ma qual’era il centro della predicazione di Bernardino? Naturalmente Gesù Cristo, in un triplice aspetto: il Gesù “umanato”e cioè l’Incarnazione, il Gesù “passionato”ovvero la sua Passione e Morte in Croce, ed infine il Gesù “glorificato”, la sua Resurrezione e Ascensione alla destra del Padre.
Bernardino metteva in risalto il primato assoluto del Cristo, la sua mediazione universale, la subordinazione di tutte le cose a Lui e in vista di Lui per arrivare attraverso Lui alla perfezione e alla comunione con Dio. È il tema centrale del “Christus Victor” diventato il Signore di tutto attraverso la sofferenza della Croce, rendendo tutti partecipi della salvezza dal peccato.
Tutto bene, tutto liscio nella sua vita? Non è possibile per nessuno. Oggi gli si rimprovera infatti una durezza eccessiva contro le cosiddette “streghe” e contro gli Ebrei (allora non erano ancora i “nostri Fratelli maggiori”). Era santo ma anche figlio del suo tempo e della cultura di allora. Comunque la sua fama di predicatore travolgente, efficiente ed efficace non lo risparmiò da ostilità, sofferenze ed incomprensioni.
Sappiamo che l’invidia è una non virtù che, come zizzania, è sempre stata presente anche nei verdi campi ecclesiali. Bernardino fu infatti accusato di idolatria (e non una volta sola anche di eresia) specialmente per quanto riguardava la devozione al Nome di Gesù, espresso nel famoso trigramma JHS messo su uno stendardo. Fu sempre completamente scagionato (a Roma) e reintegrato.
Pur provato dalla malattia e da noiosi disturbi, rimase fedele fino alla fine alla sua missione di ministro della parola di Dio. Muore nel 1444 ad Aquila, dove i suoi resti mortali riposano ancora oggi nella chiesa a lui dedicata. Bernardino da Siena non solo aveva predicato bene, ma era anche vissuto da santo e questa santità venne riconosciuta subito dalla Chiesa attraverso il Papa Niccolò V (Tomaso Parentucelli, 1447-1455) che lo canonizzò, solo sei anni dopo, il 24 maggio del 1450.

Fonti principali: donbosco-torino.it; santorosario.net (“RIV./gpm”). 


Dai «Discorsi» di san Bernardino da Siena, sacerdote (Disc. 49, sul glorioso nome di Gesù Cristo, cap. 2; Opera omnia, 4, 505-506)

Il nome di Gesù, splendore dei predicatori
Il nome di Gesù è la luce dei predicatori perché illumina di splendore l’annunzio e l’ascolto della sua parola. Donde credi si sia diffusa in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù? Non ci ha Dio chiamato alla sua ammirabile luce (cfr. 1 Pt 2, 9) con la luce e il sapore di questo nome? Ha ragione l’Apostolo di dire a coloro che sono stati illuminati e in questa luce vedono la luce: «Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore: comportatevi perciò come figli della luce» (Ef 5, 8).
Perciò si deve annunziare questo nome perché risplenda, non tenerlo nascosto. E tuttavia nella predicazione non lo si deve proclamare con un cuore vile o con una bocca profanata, ma lo si deve custodire e diffondere come da un vaso prezioso.
Per questo il Signore dice dell’Apostolo: Egli è per me un vaso eletto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele (cfr. At 9, 15). Un vaso eletto, dice, dove si espone un dolcissimo liquore da vendere, perché, rosseggiando e splendendo in vasi preziosi, inviti a bere: per portare, soggiunge, il mio nome.
Infatti come per ripulire i campi si distruggono con il fuoco le spine e i rovi secchi e inutili, e come al sorgere del sole, mentre le tenebre vengono respinte, i ladri, i nottambuli e gli scassinatori si dileguano, così quando la bocca di Paolo predicava ai popoli, come per il fragore di un gran tuono, o per l’avvampare irruente di un incendio o per il sorgere luminoso del sole, l’infedeltà era distrutta, la falsità periva, la verità splendeva come cera liquefatta dalle fiamme di un fuoco veemente.
L’Apostolo portava dovunque il nome di Gesù con le parole, con le lettere, con i miracoli e con gli esempi. Infatti lodava sempre il nome di Gesù e gli cantava inni con riconoscenza (cfr. Sir 51,12).
E di più, san Paolo presentava questo nome, come una luce, «dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele» (At 9,15) e illuminava le nazioni e proclamava dovunque: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno» (Rm 13, 12). E mostrava a tutti la lampada ardente e splendente sul candelabro, annunziando in ogni luogo «Gesù, e questi crocifisso» (1Cor 2,2).
Perciò la Chiesa, sposa di Cristo, sempre appoggiata alla sua testimonianza, giubila con il Profeta, dicendo: «Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza, e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi» (Sal 70, 17), cioè sempre. E anche il Profeta esorta a questo, dicendo: «Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunziate di giorno in giorno la sua salvezza» (Sal 95, 2), cioè Gesù, suo salvatore.

Pratica: Ogni giorno visiterò Maria.

Preghiera: O Dio, che hai donato al tuo sacerdote san Bernardino da Siena un singolare amore per il nome di Gesù, imprimi anche nei nostri cuori, con il fuoco dello Spirito, questo sigillo della tua carità. Per il nostro Signore.

 19 Maggio 2020


BEATA PINA SURIANO, Laica

A Partinico, centro agricolo della provincia di Palermo, che fa parte della Arcidiocesi di Monreale, il 18 febbraio 1915 nacque Giuseppina Suriano, la quale sarà poi sempre conosciuta con il diminutivo di Pina. Era il primo frutto dei giovani sposi Giuseppe e Graziella Costantino i quali vivevano dei modesti, ma pur sicuri, proventi che derivavano loro dal lavoro dei campi. 
Il 6 marzo 1915, Pina ricevette il Battesimo in quella che allora era l’unica chiesa parrocchiale di Partinico, Maria SS. Annunziata. 
Pina sortì da natura un’indole docile e sottomessa, particolarmente sensibile allo spirito religioso che aleggiava in famiglia. La sua serenità d’animo la portava ad interessarsi delle cose semplici della vita, cose che ruotavano intorno ad un senso del religioso fin d’allora acceso e che, lungo l’arco della sua vita, sarà in cima ai suoi interessi. 
Circondata dall’affetto dei suoi parenti ‑ Pina viveva allora nella grande casa dei nonni con tutti i familiari che la colmavano d’affetto, essendo la prima nipote ‑ da loro ricevette la prima educazione morale e religiosa, che fu poi perfezionata, a partire dall’età di quattro anni, presso l’asilo delle Suore Collegine di San Antonio. 
Nel 1921 a sei anni, Pina fu iscritta alla scuola comunale di Partitico e per tutto il quinquennio elementare, ebbe come maestra la Sig.na Margherita Drago, la prima vera ammiratrice delle sue singolari virtù. L’amore che Pina aveva per la scuola era grande: tutte le materie la interessavano e la riempivano di gioia. 
Il 1922 a pochi giorni l’uno dall’altro, ricevette i Sacramenti della Penitenza, della Prima Comunione e della Cresima. 
È proprio dello stesso anno il suo ingresso nell’Azione Cattolica (A. C.) come beniamina prima, poi aspirante e quindi giovane. Era ancora una bambina dodicenne o poco più quando Pina iniziò a partecipare, con profondo spirito ecclesiale, alla vita parrocchiale e diocesana, prendendo parte attiva a tutte le iniziative di A. C. e a quelle che erano dettate dal bisogno dei problemi locali. 
Fece della parrocchia il centro motore delle sue azioni, in totale cooperazione delle disposizioni del parroco Don Antonio Cataldo, che era su direttore spirituale e confessore.  
Nel 1937 essendo stata eretta la nuova parrocchia di Maria SS. del Rosario Pina continuò la sua attività nella nuova parrocchia perché come territorio apparteneva ad essa, cui fu primo parroco Don Andrea Soresi; prima confessore e direttore spirituale poi biografo di Pina. Nel 1938 fu nominata delegata delle sezioni minori: angioletti, piccolissime, beniamine, aspiranti. Dal 1939 al 1948 fu segretaria della stessa A. C. e dal 1945 al 1948, pur facendo parte del gruppo Donne, fu nominata Presidente delle giovani dietro pressante richiesta delle stesse giovani; continuò a fare la segretaria. 
Nel 1948 fondò l’associazione Figlie di Maria e fu presidente di questa nuova associazione fino alla morte. 
L’adesione di Pina all’A. C. è una realtà da tenere ben presente, giacché gli interessi che lei da allora coltivò, le aspirazioni e gli atti religiosi propri della sua vita, erano motivati proprio dalla sua compenetrazione d’essere un membro dì questa organizzazione. Ciò spiega, tra l’altro, come abbia potuto, con gli anni, diventare un’esperta della vita e del messaggio di Gesù, della missione della Chiesa e della vocazione degli uomini alla santità. 
La Beata pose a fondamento del suo apostolato la preghiera, i sacrifici, la S. Messa, comunione e meditazione quotidiana; studiando la parola dì Dio e seguendo il magistero ecclesiastico. 
Una menzione merita il rapporto tra Pina e la propria famiglia giacché, malgrado ella in quest’ambito si comportasse come figlia perfetta nei servizi che le imponevano e nella sottomissione ai genitori, dovette scontrarsi con un ostracismo totale della mamma verso le sue pratiche religiose: questa, in particolare, non voleva che trascorresse tanto tempo in chiesa, poiché i propositi matrimoniali che nutriva per lei venivano in tal modo ad essere vanificati. 
A dimostrazione che l’impegno religioso di Pina scaturiva da una precisa e convintissima scelta di vita, si pone il voto di castità che ella fece il 29 aprile 1932 nella chiesetta delle Figlie della Misericordia e della Croce, che era la sede sociale della G. F. Le parole che ella pronunciò e volle scrivere sul suo diario in quel giorno sono le seguenti: «In questo giorno solenne, Gesù mio, io voglio unirmi più a te e prometto di mantenermi sempre più pura, più casta per essere un giglio candido degno del Tuo giardino».  
La serietà del voto emesso si deduce anche dal fatto che Pina lo rinnovava mensilmente, con il permesso del direttore spirituale e coerente al voto emesso, con garbo ma fermamente, respinse le diverse proposte di matrimonio che più di un giovane, conquistato dalla sua grazia ed anche dalla sua avvenenza, le rivolse.  
Diversi furono i tentativi fatti da Pina per realizzare il suo desiderio di farsi suora, ma si trovò dinanzi a insormontabili difficoltà. Intanto, che Pina pregava, sperando di ottenere la benedizione dei suoi genitori, per entrare nella vita religiosa, partecipava con spirito ecclesiale, alla vita della parrocchia e della diocesi; ciò sia come socia e dirigente dell’A. C., sia come presidente della Pia Unione delle Figlie di Maria. 
Vistasi preclusa ogni via alla vita religiosa, Pina volle dare a Gesù l’ultima prova del suo immenso amore ed il 30 marzo 1948, insieme ad altre tre compagne, si offriva come vittima per la santificazione dei sacerdoti. 
Prima di imboccare il doloroso tunnel della malattia, nel settembre 1948, ebbe la soddisfazione grandissima di recarsi in pellegrinaggio a Roma, in occasione del XXX della G. F.  
Davvero straordinaria la coincidenza tra l’offerta di vittima, fatta dalla beata Pina nel marzo 1948, e l’affacciarsi di una forma di artrite reumatica così violenta da causare quel difetto cardiaco che l’avrebbe portata alla morte.  
Fino all’ultimo infatti continuò a spandere sublimi esempi di perfezione, lieta che la sua offerta di vittima per la santificazione dei sacerdoti fosse stata accettata morì improvvisamente per infarto il 19 maggio 1950. 
Per la partecipazione della gente alla camera ardente e ai funerali si vide chiaramente come l’opinione comune era che fosse morta una santa. Il giorno seguente, dopo i funerali, celebrati nella parrocchia del Rosario, alla salma di Pina fu data sepoltura nel cimitero comunale di Partinico nella tomba di famiglia.  
Il 18 maggio 1969 avvenne la definitiva traslazione del corpo dal cimitero comunale alla Chiesa Parrocchiale del Sacro Cuore in Partinico.
Fonte: www.vatican.it

L’offerta vittimale della Beata Pina Suriano: Essendo vani tutti i tentativi fatti da Pina per realizzare il suo struggente desiderio di farsi suora e, vistasi preclusa ogni via all’attuazione del suo ideale, volle dare a Gesù l’ultima prova del suo immenso amore: l’offerta di sé stessa come vittima pronunciata, dopo aver stilato un vero e proprio “progetto di immolazione”, il 30 marzo 1948, martedì di Pasqua. Davvero straordinaria la coincidenza tra l’offerta di vittima, e l’affacciarsi di una forma di artrite reumatica così violenta da causare quel difetto cardiaco che l’avrebbe portata alla morte. La malattia di Pina, fu una continua preghiera, un consumarsi come “una pallina d’incenso - scrive lei stessa nel suo diario - che si distrugge nel fuoco dell’amore” e fino all’ultimo questa “pura colomba di Gesù Crocifisso”, come lei stessa amava definirsi, continuò a spandere sublimi esempi di perfezione, lieta che la sua offerta di vittima per la santificazione dei sacerdoti fosse stata accolta dal Signore. Muore improvvisamente per infarto il 19 maggio 1950.


Giovanni Paolo II (Omelia, 5 Settembre 2004)

1. “Quale uomo può conoscere il volere di Dio?” (Sap 9,13). La domanda, posta dal Libro della Sapienza, ha una risposta: solo il Figlio di Dio, fatto uomo per la nostra salvezza nel grembo verginale di Maria, può rivelarci il disegno di Dio. Solo Gesù Cristo sa qual è la via per  - giungere alla sapienza del cuore - (Sal resp.) e ottenere pace e salvezza.
E qual è questa via? Ce l’ha detto Lui nel Vangelo di oggi: è la via della croce. Le sue parole sono chiare: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 27).
“Portare la croce dietro a Gesù” significa essere disposti a qualsiasi sacrificio per amore suo. Significa non mettere niente e nessuno prima di lui, neanche le persone più care, neanche la propria vita.
2. [...] Voi lo sapete: aderire a Cristo è una scelta esigente. Non a caso Gesù parla di “croce”. Egli tuttavia precisa immediatamente: “dietro di me”. È questa la grande parola: non siamo soli a portare la croce. Davanti a noi cammina Lui, aprendoci la strada con la luce del suo esempio e con la forza del suo amore.
3. La croce accettata per amore genera libertà. Lo ha sperimentato l’apostolo Paolo, “vecchio e ora anche prigioniero per Cristo Gesù”, come lui stesso si definisce nella lettera a Filemone, ma interiormente pienamente libero. Proprio questa è l’impressione che si coglie dalla pagina ora proclamata: Paolo è in catene, ma il suo cuore è libero, perché abitato dall’amore di Cristo. Per questo, dal buio della prigione in cui soffre per il suo Signore, egli può parlare di libertà ad un amico che sta fuori del carcere. Filemone è un cristiano di Colossi: a lui Paolo si rivolge per chiedergli di liberare Onesimo, ancora schiavo secondo il diritto dell’epoca, ma ormai fratello per il battesimo. Rinunciando all’altro come suo possesso, Filemone avrà in dono un fratello.
La lezione che scaturisce da tutta la vicenda è chiara: non c’è amore più grande di quello della croce; non c’è libertà più vera di quella dell’amore; non c’è fraternità più piena di quella che nasce dalla croce di Gesù.
[...]
6. Anche la beata Pina Suriano - nativa di Partinico, nella diocesi di Monreale - ha amato Gesù con un amore ardente e fedele al punto da poter scrivere in tutta sincerità: “Non faccio altro che vivere di Gesù”. A Gesù lei parlava con cuore di sposa: “Gesù, fammi sempre più tua. Gesù, voglio vivere e morire con te e per te”.
Aderì fin da ragazza alla Gioventù Femminile di Azione Cattolica, di cui fu poi dirigente parrocchiale, trovando nell’Associazione importanti stimoli di crescita umana e culturale in un clima intenso di amicizia fraterna. Maturò gradualmente una semplice e ferma volontà di consegnare a Dio come offerta d’amore la sua giovane vita, in particolare per la santificazione e perseveranza dei sacerdoti.
7. Cari Fratelli e Sorelle, amici dell’Azione Cattolica, convenuti a Loreto dall’Italia, dalla Spagna e da tante parti del mondo! Oggi il Signore, attraverso l’evento della beatificazione di questi tre Servi di Dio, vi dice: il dono più grande che potete fare alla Chiesa e al mondo è la santità.
Vi stia a cuore ciò che sta a cuore alla Chiesa: che molti uomini e donne del nostro tempo siano conquistati dal fascino di Cristo; che il suo Vangelo torni a brillare come luce di speranza per i poveri, i malati, gli affamati di giustizia; che le comunità cristiane siano sempre più vive, aperte, attraenti; che le nostre città siano ospitali e vivibili per tutti; che l’umanità possa seguire le vie della pace e della fraternità.
8. A voi laici spetta di testimoniare la fede mediante le virtù che vi sono specifiche: la fedeltà e la tenerezza in famiglia, la competenza nel lavoro, la tenacia nel servire il bene comune, la solidarietà nelle relazioni sociali, la creatività nell’intraprendere opere utili all’evangelizzazione e alla promozione umana. A voi spetta pure di mostrare - in stretta comunione con i Pastori - che il Vangelo è attuale, e che la fede non sottrae il credente alla storia, ma lo immerge più profondamente in essa.
Coraggio, Azione Cattolica! Il Signore guidi il tuo cammino di rinnovamento!
L’Immacolata Vergine di Loreto ti accompagna con tenera premura; la Chiesa ti guarda con fiducia; il Papa ti saluta, ti sostiene e ti benedice di cuore.
Azione Cattolica Italiana, grazie!

Pratica: Custodirò la castità del corpo, del cuore e della mente.

Preghiera: O Dio, sorgente di ogni bene, che hai suscitato nella beata Pina Suriano un grande amore per te e per i fratelli, sul suo esempio e per sua intercessione istilla nei nostri cuori l’ardente desiderio della santità e donaci la forza di percorrere l’ardua via della perfezione cristiana. Per il nostro Signore...
 18 Maggio 2020

San Felice da Cantalice, Religioso O.F.M. Cap.

Felice da Cantalice (RI), al secolo Felice Porro, nasce nel 1515 da una famiglia di tradizione cristiana. Fanciullo si trasferì a Cittaducale, dove servì in casa Picchi in qualità di pastore e di contadino. Alimentò l’innata inclinazione ad una vita austera, ascoltando leggere le Vite dei Padri.
Nei primi mesi del 1544, dopo che un aratro trainato da alcuni buoi gli passò sopra, stracciandogli le vesti ma lasciando, miracolosamente, intatto il suo corpo, si decise a mettere in atto senza altri rinvii il proposito, lungamente meditato, di rendersi religioso tra i Cappuccini.  Fu, quindi, inviato a compiere il noviziato ad Anticoli di Campagna (l’attuale Fiuggi), ma una malattia lo provò duramente e ne mise in forse l’ammissione all’ordine, e quando i suoi amici e consiglieri lo invitarono ad entrare tra gli agostiniani o i benedettini, egli rispose: “O cappuccino, o nel secolo”. Guarì miracolosamente e, compiuto l’anno di noviziato, il 18 maggio 1545, emise i voti nel convento di Monte S. Giovanni. Dal 1545 al 1547 visse nei conventi di Anticoli, di Monte S. Giovanni, di Tivoli e della Palanzana (VT). Dal 1547 fino alla morte dimorò come questuante di città nel convento di S. Niccolò de Portiis a Roma; fino al 1572 fu questuante di pane, poi di vino e olio.
Analfabeta, in poco tempo divenne uno dei più grandi amici e consiglieri di S. Filippo Neri, con il quale spesso si intratteneva per strada in conversazioni sagaci che colpivano il popolo, convinto com’era, che un santo stesse parlando con un altro santo. S. Filippo Neri gli chiese anche di correggere e di rivedere la regola degli Oblati che S. Carlo Borromeo stava stendendo, e Felice seppe fare ciò che molti letterati e sante persone non erano state capaci di fare.
Il suo studio era il Crocifisso, e le sole lettere che conosceva erano, come diceva lui stesso, “sei: cinque rosse e una bianca”; le cinque lettere rosse erano le piaghe di nostro Signore Gesù Cristo, la bianca, la Madonna, di cui Felice aveva una devozione oltre misura.
Un giorno, andato in casa di un avvocato per fare la questua del pane, vide la libreria molto fornita, e in alto, appeso al muro, un Crocifisso. Immediata fu la reazione: “Signore, chi non intende questo libro (il Crocifisso), non sa cosa siano i libri; e se intende questo libro, intende tutti gli altri libri”.
Felice dormiva pochissimo e su tavole di legno, e la mattina si alzava molto presto. Dopo la Messa usciva dal convento e andava a fare la questua, scalzo sia d’inverno che d’estate, metteva il pane nella tasca che chiamava la sua “alabarda”. L’andar scalzo gli procurò presto delle piaghe profonde ai piedi, che lui stesso ricuciva con lo spago; nella vecchiaia dovette indossare i sandali per obbedienza. Mangiava solo i tozzi del pane raccolto durante la questua che avanzavano dalla tavola dei frati, dicendo che erano migliori dei pezzi di pane intero. Il suo saluto era “Deo Gratias”, e lui stesso si chiamava “l’asinello del Signore”.
Felice ebbe un temperamento mistico. Dormiva appena due o tre ore e il resto della notte lo trascorreva in chiesa in preghiera, che per lo più era contemplazione dei misteri della vita di Gesù. Negli ultimi tre lustri della sua vita si comunicò quotidianamente. Nei giorni festivi soleva peregrinare alle Sette Chiese oppure visitava gli infermi nei vari ospedali romani. Nei suoi contatti quotidiani con il popolo, fu efficace consigliere spirituale di gente umile e della stessa aristocrazia della Roma rinascimentale.
Felice muore verso le 19 del 18 maggio 1587, dopo aver avuto una visione della SS. Vergine circondata da una schiera di angeli. Nel momento della morte i piedi di Felice, sempre piagati e ulcerati, divennero bianchi e lisci come quelli di un bambino.
Fu da subito venerato dalla pietà popolare come santo e Papa Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590) ordinò d’istruire subito dopo la morte il processo di canonizzazione che venne portato a termine tra il 10 giugno e il 10 novembre 1587, ma, per ignote ragioni, senza concludersi. Dopo un lungo periodo, negli anni 1614-1616, ebbe luogo un nuovo processo di canonizzazione. Papa Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644) lo dichiarò beato il 1° ottobre 1625. Il 27 aprile 1631 il corpo del beato Felice fu trasportato dalla chiesa del convento San Niccolò al convento dell’Immacolata Concezione, sempre a Roma. Papa Clemente XI (Giovanni Francesco Albani, 1700-1721) lo dichiarò santo il 22 maggio 1712.         
Fonti principali: santiebeati.it; wikipedia.org (“RIV./gpm”).


Due santi

Memorabile fu lo scambio di battute tra S. Felice e S. Filippo Neri: - Possi  morì  ammazzato! -Ti possa vedere impiccato!- Ti possa vedere fatto a pezzi!- Ti siano troncate le mani!- E a te ti sia mozzo il capo!- Possa tu essere frustato per tutta Roma!- E che te possino affogà a fiume con la pietra al collo!- E tutto questo per amor di Dio!
San Felice al momento di uscire dal convento a chiedere l’elemosina diceva al compagno: - Andiamo frate: gli occhi a terra, la corona in mano, il cuore a Dio -. Si accorse di lui Filippo Neri, un prete che a Roma tutti consideravano santo per il bene che faceva al popolo e ai giovani. Un giorno gli si avvicinò e, per vedere se fra Felice fosse veramente umile come dicevano, gli mise il suo cappello da prete in testa: - E ora andate - gli intimò - e continuate la vostra cerca -. Fra Felice proseguì tranquillo per tutta via del Pellegrino incurante della sorpresa dei passanti, mentre Filippo Neri lo seguiva da lontano senza cappello, cosa che per un prete di quel tempo non era usuale. Più tardi gli si avvicinò e levando bruscamente il cappello dalla testa di fra Felice disse: - Riferite questo ai vostri superiori affinché vi infliggano la penitenza che meritate -. Felice rispose: - Ah, veramente per amor di Dio farò volentieri la penitenza che mi procurerete.

Pratica: Deo gratias

Preghiera: O Dio, che in san felice hai dato ala Chiesa e alla Famiglia Serafica un luminoso esempio di semplicità evangelica e di vita consacrata alla tua lode, donaci di seguire il suo esempio cercando, amando solamente Cristo. Egli è Dio...


17 Maggio 2020

San Pasquale Baylon, Religioso

 Il culto di San Pasquale Baylon - Vita e spiritualità di San Pasquale Baylon

Pasquale nacque nella famiglia contadina di Martino Baylon e Isabella Jubera il 16 Maggio 1540 a Torre Hermosa, nel regno di Aragona in Spagna. Chiamato così perché nacque la Domenica in cui in Spagna si festeggia la “Pasqua dello Spirito Santo”, la Pentecoste. Cresce nella solitudine dei campi attendendo alla custodia del gregge, e fin dall’infanzia sente il trasporto per la preghiera e la devozione verso l’Eucarestia, per cui lo vediamo dedicare tutti gli spazi liberi dal suo lavoro alle pratiche di pietà e alla meditazione, mortifican­do anche il suo corpo con penitenze e digiuni.
La prima volta che sua madre lo portò alla Santa Messa, all’elevazione dell’Ostia Consacrata il corpo di Pasquale ebbe una scossa.
Un giorno si verificò un grande miracolo: Pasquale era fuori nei campi con le sue pecore e non poteva andare ad ascoltare la Messa al vicino Monastero. Aspettava il suono della campanella e, nel momento della Consacrazione, il forte desiderio di essere presente al sacrificio Santo della Messa gli fece gridare: “Mio Maestro, Mio adorabile Maestro, oh, se fosse possibile averti qui!”. Improvvisamente vide gli Angeli inchinati di fronte ad un Calice, sul quale galleggiava il Sacramento Benedetto, Presenza Divina di Nostro Signore. Pasquale cadde con la faccia per terra ed adorò Dio; poi, facendosi coraggio, fissò la bella visione.
È chiaro che in lui la vocazione alla vita religiosa è un dato di fatto, e perciò si presenta al convento di santa Maria di Loreto dei Francescani Riformati detti Alcantarini, dove viene accolto all’età di 20 anni, già circondato dalla fama di uomo ricco di virtù e di doni spirituali straordinari. Sceglie lo stato di fratello laico e come tale fa la sua Professione religiosa perpetua il 2 febbraio 1564. Più di una volta i Superiori gli proposero di prepararsi a ricevere gli ordini sacri, ma lui preferì stare in umiltà ad attendere ai vari sevizi manuali del convento, assolvendo così, per molti anni, all’ufficio di portinaio, che adempì sempre con la massima diligenza dando costantemente esempi luminosi di bontà, nella carità e pazienza.
Benché illetterato, rivelò di possedere una illuminazione carismatica sulla vita spirituale per cui, accorrevano a lui per ottenere consigli, moltissime persone, compresi personaggi e alti prelati. Dovendo nel 1576 il P. Provinciale comunicare con il P. Generale dell’ordine che per ragioni del suo ufficio si trovava a Parigi, si servì di frate Pasquale che, per quanto semplice fratello laico, era in grado di adempiere mansioni delicate riguardanti problemi specifici dei religiosi. Il Santo con semplicità accolse il mandato con spirito di obbedienza, ben sapendo che attraversare la Francia si correva il rischio di subire qualche aggressione da parte dei Calvinisti, che in quel momento imperversavano nel paese. E capitò proprio così, anche per frate Pasquale, che più di una volta venne fatto bersaglio lungo il viaggio, di insulti, vilipendi e percosse. Ad Orleans, affrontò con pro­fondità di concetti una discussione sulla “presenza reale” di Cristo nell’Eucarestia, al punto che i Calvinisti, sentendosi alla fine sconfitti, vollero ricorrere alla violenza dalla quale riuscì fortunatamente a svincolarsi.
Al ritorno dalla missione a Parigi, dove aveva com­piuto il mandato affidatogli, mal ridotto in salute, anche per i prolungati digiuni e altre forme di penitenza, lentamente andò spegnendosi. Morì, infatti, nel convento del Rosario a Villa Real, non lontano da Valencia, il 17 Maggio 1592, Domenica di Pentecoste, a 53 anni. Alla sua morte ci fu un grande concorso di popolo per venerare la salma dal momento che era universalmente considerato un Santo.
Fu beatificato 26 anni dopo la morte, il 29 ottobre 1618 da papa Paolo V e proclamato santo il 16 ottobre 1690, da papa Alessandro VIII; papa Leone XIII, il 28 novembre 1897, lo proclamò Patrono delle Opere Eucaristiche e dei Congressi Eucaristici. I suoi resti, che si veneravano con grande devozione a Villa Real, furono profanati e dispersi durante la Guerra Civile Spagnola (1936-39); una parte fu successivamente recuperata e restituita alla città nel 1952.

Gli scritti di San Pasquale

Io credo, e lo affermo altamente, che Gesù, Figlio di Dio, è così realmente nella Santa Ostia Consacrata, come lo è nella luce del Paradiso.

La mancanza di fede crea una grande ignoranza. Essi credono che la ragione possa insegnare il contrario della Rivelazione, e che Dio possa dir sì per mezzo della fede, e no per  mezzo della natura. Quelli che pensano in tal maniera, non meritano altro nome che di insensati.
Perdona, o figlio! Perdona per quel Gesù che si fece crocifiggere ed ha dato la vita per me, per te, per tutti noi. Perdona per suo amore!

Quale condiscendenza, o Signore, hai usato con me! Comandarmi perfino che io ti accolga in me; ed essendo quello che sei, Dio infinito, Creatore e Redentore mio, che io ti stringa al mio cuore!
    

Preghiere composte da San Pasquale

Purificami, o Fonte di acqua viva. Sanami, o Medico della mia salvezza. Ornami di fede e di speranza, perché io ti accolga come in un tempio degno di te.

Oh Padre del Cielo, dammi virtù e coraggio, per un avvenimento così grande. Oh Figlio, sapienza del Padre, dammi la santa e adatta conoscenza di questo mistero. Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, dammi celeste fervore, purificando quest’anima con l’ardore della tua carità, perché con fede viva io riceva il santissimo Sacramento.

Tu solo mi basti, Dio mio. Il mondo non esiste per me. Tu sei mio Padre, mio sposo, Tu sei la mia famiglia, la mia eredità; Tu sei il mio desiderio, Tu sei la mia fede, Tu sei la mia speranza, Tu sei il mio amore; Dio mio, Tu mi basti!


Preghiera a San Pasquale

O Dio, che in San Pasquale Baylon ci hai dato un luminoso esempio di semplicità evangelica e di vita consacrata alla tua lode, ispiraci, per sua intercessione, un profondo amore verso il mistero eucaristico, e concedi anche a noi di saper attingere con fede viva dal divino banchetto l’abbondanza dei tuoi doni, per rinnovarci e santificarci nel tuo amore.
Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen.


Supplica a San Pasquale

O glorioso San Pasquale, nell’umiltà dello Spirito eleviamo a Te la nostra voce di supplica,
affinché dal cielo Tu volga uno sguardo benigno verso di noi.
Memori dei tuoi molteplici benefici, ammiriamo la bontà di Dio,
che ha voluto darti per nostro particolare protettore e Ti preghiamo di continuare
la tua amorosa assistenza anche se colpe gravi, talvolta, ce ne rendono immeritevoli.
Circondati da infinite miserie, oppressi da tante angustie che ci affliggono,
Tu puoi compatirci nelle nostre umane debolezze e diradarci le tenebre dal cammino della vita,
per raggiungere più facilmente la patria beata.
Oh Potentissimo da oggi innanzi noi pure, seguendo le orme del tuo esempio,
vogliamo attingere dal Sacramento dell’altare la luce necessaria
per comprendere la volontà di Dio e la forza irresistibile per realizzare i disegni,
a noi assegnati dalla sua altissima Provvidenza!
Ti affidiamo poi, o caro Santo, anche i nostri bisogni temporali.
Deh! Fa’ che il quotidiano lavoro renda sempre abbondante di pane la nostra mensa;
la clemenza dell’aria fecondi i nostri campi e ne maturi i frutti sperati;
il nostro paese fiorisca di prosperità e di benessere;
il tuo sorriso e la tua benevolenza sia per noi il segno tangibile della benedizione di Dio.
Rinnovati nello spirito, aiutati nelle nostre necessità,
noi ti innalziamo, o San Pasquale, inni di lode e di ringraziamento
ed ora e sempre glorifichiamo Iddio, nella potenza del tuo grande ed efficace patrocinio.
Amen.   Gloria al Padre…

Fonte: http://www.conventoatripalda.it/

Dagli «Scritti» di san Pasquale Baylon (Ed. I. Sala, Toledo 1811, pp. 78ss., 85ss.)
Bisogna cercare Dio sopra ogni altra cosa

Poiché Dio desidera ardentemente donarci cose buone, abbi la certezza che egli ti darà tutto quello che tu chiedi. Non chiedere comunque nulla prima che Dio non ti abbia mosso a chiedere, in quanto egli è più disposto ad esaudire la tua richiesta che tu a chiedere; egli sempre aspetta che noi chiediamo. Per cui a chiedere ti spinga più la volontà di Dio che vuole donarti, anziché la necessità di chiedere: le preghiere quindi devono essere sempre fatte in vista dei meriti di nostro Signore Gesù Cristo. Esercita quindi la tua anima in continue ed intense azioni, desiderando quello che Dio desidera, rimuovendo dalla tua volontà tutto ciò che di bene o guadagno potrebbe a te venire da quella richiesta. Anzi questo chiedi sommamente: che Dio sia cercato sopra ogni altra cosa. È infatti cosa degna che prima e soprattutto si cerchi Dio, anche perché la divina Volontà vuole che riceviamo ciò che chiediamo per divenire più idonei a servirlo ed amarlo più perfettamente. Tutte le tue preghiere siano fatte con questa disposizione, e quando chiedi questo, chiedilo per amore e con amore, istantemente e importunamente. Separa il tuo cuore dalle cose di questo mondo; e ricordati che in questo ,| mondo niente altro esiste se non tu e Dio solo. Non allontanare, neppure per breve tempo, il tuo cuore da Dio; i tuoi pensieri siano semplici e umili; sempre sollecita la tua attenzione su te stesso, ed il tuo amor di Dio sopra tutte le cose come profumo che si spande. Rendere grazie a Dio non è altro che un atto interno dell’anima per il quale uno riceve un bene celeste riconoscendo Dio immenso e Signore dell’universo, dal quale viene ogni bene; e gode per tutta la gloria che ne viene a Dio, in quanto è stato reso degno di tale grazia, per cui è pronto ad amare Dio sempre più e a servire il Datore di ogni bene. Quando ricevi qualche dono da Dio offrigli quello che sei con gioia e letizia, umiliando te stesso e disprezzandoti, rinunciando alla tua volontà in modo da poterti dedicare interamente al suo servizio. Rendi molte, anzi infinite grazie, rallegrandoti della potenza e della bontà del Signore, che ti elargisce doni e benefici, per i quali ora gli rendi grazie. E se vuoi che il tuo rendimento di grazie sia accetto a Dio, prima di farlo, umilia, rinnega e disprezza te stesso, riconoscendo la tua povertà e miseria, sì da comprendere che tutto quello che hai, lo hai ricevuto dalla munificenza di Dio, godendo e rallegrandoti nel vederti arricchito di grazia e di doni, e poco considerando il bene o l’utilità che ne potrebbe derivare, affinché tu possa meglio servire Dio.

Pratica: Credo, e lo affermo altamente, che Gesù, Figlio di Dio, è così realmente nella Santa Ostia Consacrata, come lo è nella luce del Paradiso.

Preghiera: O Dio, che hai ispirato a san Pasquale un profondo amore verso il mistero eucaristico, concedi anche a noi di saper attingere dal divino banchetto la stessa ricchezza spirituale. Per il nostro Signore.

16 Maggio 2020

San Luigi Orione, Fondatore



Formazione
Luigi Orione nacque a Pontecurone, in diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872. Il padre era selciatore di strade; la madre, donna di casa, di profonda fede e di alto senso educativo. Pur avvertendo la vocazione al sacerdozio, per tre anni (1882-1885) aiutò il padre come garzone selciatore.
Il 14 settembre 1885, a 13 anni, venne accolto nel convento francescano di Voghera (Pavia), ma una polmonite ne mise in pericolo la vita e dovette tornare in famiglia nel giugno 1886. Dall’ottobre 1886 all’agosto 1889 fu allievo dell’Oratorio di Valdocco in Torino. San Giovanni Bosco ne notò le qualità e lo annoverò tra i suoi prediletti assicurandolo «noi saremo sempre amici». A Torino conobbe anche le opere di carità di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, vicine all’Oratorio salesiano. 

Fondatore chierico
Il 16 ottobre 1889 iniziò il corso di filosofia nel seminario di Tortona. Ancora giovane chierico fu sensibile ai problemi sociali ed ecclesiali che agitavano quell’epoca travagliata. Si dedicò alla solidarietà verso il prossimo con la Società di Mutuo Soccorso San Marziano e la Conferenza di San Vincenzo. A vent’anni, scriveva: «Vi è un supremo bisogno ed un supremo rimedio per rimarginare le piaghe di questa povera patria, così bella e così infelice! Impossessarsi del cuore e dell’affetto del popolo ed illuminare la gioventù: ed effondere in tutti la grande idea della redenzione cattolica col Papa e per il Papa. Anime! Anime!». Mosso da tale visione apostolica, aperse in Tortona, il 3 luglio 1892, il primo Oratorio per curare l’educazione cristiana dei ragazzi. L’anno seguente, il 15 ottobre 1893, Luigi Orione, chierico di 21 anni, aprì un Collegio nel rione San Bernardino, destinato a ragazzi poveri. 
Il 13 aprile 1895, Luigi Orione fu ordinato sacerdote e nella medesima celebrazione il Vescovo impose l’abito clericale a sei allievi del suo collegio. Sviluppò sempre più l’apostolato fra i giovani con l’apertura di nuove case a Mornico Losana (Pavia), a Noto in Sicilia, a San Remo, a Roma.  

La Famiglia religiosa
Attorno al giovane Fondatore crebbero chierici e sacerdoti che formarono il primo nucleo dellaPiccola Opera della Divina Provvidenza. Nel 1899 iniziò il ramo degli Eremiti della Divina Provvidenza dedicati al benedettino «ora et labora», soprattutto nelle colonie agricole che, in quell’epoca, rispondevano all’esigenza di elevazione sociale e cristiana del mondo rurale. 
Il Vescovo di Tortona, Mons. Igino Bandi, con Decreto del 21 marzo 1903, riconobbe canonicamente la Congregazione religiosa maschile della Piccola Opera della Divina Provvidenza, iFigli della Divina Provvidenza (sacerdoti, fratelli coadiutori ed eremiti), e ne sancì il carisma espresso apostolicamente nel «collaborare per portare i piccoli, i poveri e il popolo alla Chiesa e al Papa, mediante le opere di carità», professato con un IV voto di speciale «fedeltà al Papa». Confortato dal personale consiglio di Leone XIII, Don Orione pose nelle prime Costituzioni del 1904, tra gli scopi della nuova Congregazione, quello di lavorare per «ottenere l’unione delle Chiese separate».
Animato da un grande amore alla Chiesa e ai suoi Pastori e dalla passione per la conquista delle Anime, si interessò attivamente dei problemi emergenti del tempo, quali la libertà e l’unità della Chiesa, la questione romana, il modernismo, il socialismo, la scristianizzazione delle masse operaie. 

Sulle macerie dei terremoti
Dopo il terremoto del dicembre 1908, che lasciò tra le rovine 90.000 morti, Don Orione accorse a Reggio Calabria e Messina per prestare soccorso specialmente agli orfani e divenne promotore delle opere di ricostruzione civile e religiosa. Per diretta volontà di Pio X fu nominato Vicario Generale della diocesi di Messina.
Lasciata la Sicilia dopo tre anni, poté nuovamente dedicarsi alla formazione e allo sviluppo della Congregazione. Nel dicembre 1913 inviò la prima spedizione di missionari in Brasile. 
Rinnovò gli eroismi di soccorso ai terremotati dopo il cataclisma del 13 gennaio 1915 che sconvolse la Marsica con quasi 30.000 vittime. Erano gli anni della prima guerra mondiale. Don Orione percorse più volte l’Italia per sostenere le varie attività caritative, per aiutare spiritualmente e materialmente persone d’ogni ceto, per suscitare e coltivare vocazioni sacerdotali e religiose.  

Le Piccole Suore Missionarie della Carità 
A vent’anni dalla fondazione dei Figli della Divina Provvidenza, come in «pianta unica con molti rami», il 29 giugno 1915, diede inizio alla Congregazione delle Piccole Suore Missionarie della Carità, animate dal medesimo carisma e votate a fare sperimentare ai poveri la Provvidenza di Dio e la maternità della Chiesa attraverso la carità verso i poveri e gli infermi, i servizi d’ogni genere negli istituti di educazione, negli asili per l’infanzia e nelle varie opere pastorali. Nel 1927, iniziò anche un ramo contemplativo, le Suore Sacramentine non vedenti adoratrici, cui si aggiungeranno successivamente anche le Contemplative di Gesù Crocifisso. 
Coinvolse pure i laici sui sentieri della carità e dell’impegno civile dando impulso alle associazioni delle «Dame della Divina Provvidenza», degli «Ex Allievi» e degli «Amici». In seguito, compiendo precedenti intuizioni, nella Piccola Opera della Divina Provvidenza sarà costituito anche l’Istituto Secolare Orionino e il Movimento Laicale Orionino

Sviluppi apostolici
Dopo la prima guerra mondiale (1914-1918) si moltiplicarono scuole, collegi, colonie agricole, opere caritative e assistenziali. In particolare, Don Orione fece sorgere alla periferia delle grandi città i Piccoli Cottolengo: fu così a Genova e a Milano; fu così a Buenos Aires, a San Paulo del Brasile, a Santiago del Cile. Tali istituzioni, destinate ad accogliere i fratelli più sofferenti e bisognosi, erano da lui intese come «nuovi pulpiti» da cui parlare di Cristo e della Chiesa, «fari di fede e di civiltà».
Lo zelo missionario di Don Orione, che già si era espresso con l’invio in Brasile nel 1913 dei primi suoi religiosi, si estese poi in Argentina e Uruguay (1921), in Palestina (1921), in Polonia (1923), a Rodi (1925), negli Stati Uniti d’America (1934), in Inghilterra (1935), in Albania (1936). Egli stesso, nel 1921-1922 e nel 1934-1937, compì due viaggi missionari nell’America Latina, in Argentina, Brasile, Uruguay, spingendosi fino al Cile.
Godette della stima personale di Pio X, di Benedetto XV, di Pio XI, Pio XII e delle Autorità della Santa Sede che gli affidarono molti delicati incarichi per risolvere problemi e sanare ferite sia all’interno della Chiesa che nei rapporti con il mondo civile. Si prodigò con prudenza e carità nelle questioni del modernismo, nella promozione della Conciliazione tra Stato e Chiesa in Italia, nell’accoglienza e riabilitazione dei sacerdoti «lapsi».
Fu predicatore, confessore e organizzatore instancabile di pellegrinaggi, missioni, processioni, presepi viventi e altre manifestazioni popolari della fede. Grande devoto della Madonna, ne promosse la devozione con ogni mezzo. Con il lavoro manuale dei suoi chierici innalzò i Santuari della Madonna della Guardia a Tortona (1931) e della Madonna di Caravaggio a Fumo (1938).  

Morte e gloria
Nell’inverno del 1940, già sofferente di angina pectoris e dopo due attacchi di cuore aggravati da crisi respiratorie, Don Orione si lasciò convincere dai confratelli e dai medici a cercare sollievo in una casa della Piccola Opera a Sanremo, anche se, come diceva, «non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo». Dopo soli tre giorni, circondato dall’affetto e dalle premure dei confratelli, Don Orione morì il 12 marzo 1940, sospirando: «Gesù! Gesù! Vado». 
La sua salma, contesa dalla devozione di tanti devoti, ricevette solenni onoranze a Sanremo, Genova, Milano, terminando l’itinerario a Tortona, ove venne tumulata nella cripta del santuario della Madonna della Guardia. Il suo corpo, trovato intatto alla prima riesumazione del 1965, venne posto in onore nel medesimo santuario dopo che, il 26 ottobre 1980, Papa Giovanni Paolo II iscrisse Don Luigi Orione nell’Albo dei Beati.
Fonte: www.vatican.it


Beatificazione di Luigi Orione: Giovanni Paolo II, Omelia 26 Ottobre 1980

Don Luigi Orione ci appare come una meravigliosa e geniale espressione della carità cristiana.
È impossibile sintetizzare in poche frasi la vita avventurosa e talvolta drammatica di colui che si definì, umilmente ma sagacemente, “il facchino di Dio”. Però possiamo dire che egli fu certamente una delle personalità più eminenti di questo secolo per la sua fede cristiana apertamente professata e per la sua carità eroicamente vissuta. Egli fu sacerdote di Cristo totalmente e gioiosamente, percorrendo l’Italia e l’America Latina, consacrando la propria vita a coloro che più soffrono, a causa della sventura, della miseria, della cattiveria umana. Basti ricordare la sua operosa presenza fra i terremotati di Messina e della Marsica. povero tra i poveri, spinto dall’amore di Cristo e dei fratelli più bisognosi, fondò la piccola opera della divina provvidenza, le piccole suore missionarie della carità e in seguito le sacramentine cieche e gli eremiti di sant’Alberto.
Aprì anche altre case in Polonia (1923), negli Stati Uniti (1934) e in Inghilterra (1936), con vero spirito ecumenico. Volle poi concretizzare visibilmente il suo amore a Maria erigendo a Tortona il grandioso santuario della Madonna della Guardia. È per me commovente pensare che don Orione ebbe sempre una particolare predilezione per la Polonia e soffrì immensamente quando la mia cara patria nel settembre del 1939 venne invasa e dilaniata. So che la bandiera polacca bianco-rossa, che egli in quei tragici giorni portò trionfalmente in corteo al santuario della Madonna, è ancora appesa alla parete della sua poverissima camera di Tortona: lì egli stesso la volle! E nell’ultimo saluto che egli pronunziò la sera dell’8 marzo 1940, prima di recarsi a Sanremo, dove sarebbe morto, disse ancora: “Io amo tanto i polacchi. Li ho amati fin da ragazzo; li ho sempre amati… Vogliate sempre bene a questi vostri fratelli”.
Dalla sua vita, tanto intensa e dinamica, emergono il segreto e la genialità di don Orione: egli si è lasciato solo e sempre condurre dalla logica serrata dell’amore! Amore immenso e totale a Dio, a Cristo, a Maria, alla Chiesa, al Papa, e amore ugualmente assoluto all’uomo, a tutto l’uomo, anima e corpo, e a tutti gli uomini, piccoli e grandi, ricchi e poveri, umili e sapienti, santi e peccatori, con particolare bontà e tenerezza verso i sofferenti, gli emarginati, i disperati. Così enunciava il suo programma di azione: “La nostra politica è la carità grande e divina che fa del bene a tutti. Sia la nostra politica quella del “Pater noster”. Noi non guardiamo ad altro che sono anime da salvare.
Anime e anime! Ecco tutta la nostra vita; ecco il grido e il nostro programma; tutta la nostra anima, tutto il nostro cuore!”. E così esclamava con lirici accenti: “Cristo viene portando sul suo cuore la Chiesa e nella sua mano le lacrime e il sangue dei poveri; la causa degli afflitti, degli oppressi, delle vedove, degli orfani, degli umili, dei reietti: dietro a Cristo si aprono nuovi cieli: è come l’aurora del trionfo di Dio!”.
Ebbe la tempra e il cuore dell’apostolo Paolo, tenero e sensibile fino alle lacrime, infaticabile e coraggioso fino all’ardimento, tenace e dinamico fino all’eroismo, affrontando pericoli d’ogni genere, avvicinando alte personalità della politica e della cultura, illuminando uomini senza fede, convertendo peccatori, sempre raccolto in continua e fiduciosa preghiera, talvolta accompagnata da terribili penitenze. Un anno prima della morte così aveva sintetizzato il programma essenziale della sua vita: “Soffrire, tacere, pregare, amare, crocifiggersi e adorare”. Mirabile è Dio nei suoi santi, e don Orione rimane per tutti esempio luminoso e conforto nella fede.


Giovanni Paolo II, Omelia per la Canonizzazione del Beato Luigi Orione, 16 maggio 2004 

1. Vi do la mia pace (Gv 14,27). Nel tempo pasquale ascoltiamo spesso questa promessa di Gesù ai suoi discepoli. La pace vera è frutto della vittoria di Cristo sul potere del male, del peccato e della morte. Quanti lo seguono fedelmente diventano testimoni e costruttori della sua pace.
In questa luce mi piace contemplare i sei nuovi Santi, che la Chiesa addita oggi all’universale venerazione: Luigi Orione, Annibale di Francia, Josep Manyanet y Vives, Nimatuallah Kassab Al-Hardini, Paolo Elisabetta Cerioli, Gianna beretta Molla
2. “Uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo” (At 15,26). Queste parole degli Atti degli Apostoli ben possono applicarsi a san Luigi Orione, uomo totalmente donato alla causa di Cristo e del suo Regno. Sofferenze fisiche e morali, fatiche, difficoltà, incomprensioni e ostacoli di ogni tipo hanno segnato il suo ministero apostolico. “Cristo, la Chiesa, le anime - egli diceva - si amano e si servono in croce e crocifissi o non si amano e non si servono affatto” (Scritti, 68,81). Il cuore di questo stratega della carità fu “senza confini perché dilatato dalla carità di Cristo” (ivi, 102,32). La passione per Cristo fu l’anima della sua vita ardimentosa, la spinta interiore di un altruismo senza riserve, la sorgente sempre fresca di una indistruttibile speranza. Quest’umile figlio di un selciatore proclama che “solo la carità salverà il mondo” (ivi, 62,13) e a tutti ripete che “la perfetta letizia non può essere che nella perfetta dedizione di sé a Dio e agli uomini, a tutti gli uomini” (ivi).

Pratica: La carità sarà la stella polare che guiderà la mia vita.

Preghiera: O Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, Ti adoriamo e Ti ringraziamo dell’immensa carità che hai diffuso nel cuore di san Luigi Orione e di averci dato in lui l’apostolo della carità, il padre dei poveri, il benefattore dell’umanità dolorante e abbandonata. Concedici di imitare l’amore ardente e generoso che san Luigi Orione ha portato a Te, alla cara Madonna, alla Chiesa, al Papa, a tutti gli afflitti. Per i suoi meriti e la sua intercessione, concedici la grazia che ti domandiamo per sperimentare la tua divina Provvidenza. Amen.

 15 Maggio 2020

Sant’Isidoro, laico

Forse è stato messo poco in risalto l’ambizioso traguardo di “santità di coppia” che due semplici contadini di Madrid sono riusciti a raggiungere nel XII secolo: probabilmente perché la pratica devozionale ha fatto prevalere, nel marito, l’aspetto prodigioso e miracolistico, e la popolarità che lui si è guadagnato praticamente in tutto il mondo come patrono dei raccolti e dei contadini ha finito per oscurare un po’ quella di lei, che pure si è fatta santa condividendo gli stessi ideali di generosità e laboriosità del marito, raggiungendo la perfezione tra casseruole, bucati e lavori nei campi. Parliamo di San Isidoro di Madrid e della beata Maria Toribia, la cui festa si celebra nel mese di maggio (il 10 o il 15, dipende dai calendari), anche se lui, per il fatto di essere patrono dei campi, viene invocato e festeggiato praticamente in ogni stagione dell’anno, al tempo della semina come al tempo dei raccolti. Isidoro nasce a Madrid intorno al 1070 da una poverissima famiglia di contadini, contadino egli stesso tutta la vita, per necessità. Non sa né leggere né scrivere, ma sa parlare con Dio. Anzi, a Dio dedica molto tempo, sacrificando il riposo, ma non il lavoro, al quale si dedica appassionatamente. E quando l’urgenza di parlare con Dio arriva anche durante il lavoro, sono gli angeli a venirgli in aiuto e a guidare l’aratro al posto suo: un modo poetico e significativo per dire come Isidoro abbia imparato a dare a Dio il primo posto, senza venir mai meno ai suoi doveri terreni. Per i colleghi invidiosi è facile così accusarlo di “assenteismo”, ma è il padrone stesso a verificare che Isidoro ha tutte le carte in regola, con Dio e con gli uomini. L’invidia, che è davvero vecchia quanto il mondo, gli procura anche un’accusa di malversazione e di furto ai danni dell’azienda, perché ha il “brutto vizio” di aiutare con generosità i poveri, attingendo abbondantemente da un sacco, il cui livello tuttavia non si abbassa mai. E pensare che la generosità di Isidoro non si limita alle persone, ma si estende anche agli animali della campagna, ai quali d’inverno non fa mancare il necessario sostentamento. In questo continuo esercizio di carità e preghiera è seguito passo passo dalla moglie Maria, che una certa agiografia ha dipinto dapprima avara e poi “conquistata” dall’esempio del marito. Certo è comunque che sulla strada della perfezione avanzano entrambi, sostenendosi a vicenda e aiutandosi anche a sopportare i dolori della vita, come quello cocente della morte in tenerissima età del loro unico figlio. Isidoro muore nel 1130 e lo seppelliscono senza particolari onori nel cimitero di Sant’Andrea, ma anche da quel campo egli continua a “fare la carità”, dispensando grazie e favori a chi lo invoca, al punto che quarant’anni dopo devono a furor di popolo esumare il suo corpo incorrotto e portarlo in chiesa. A canonizzarlo, però, nessuno ci pensa. Ci vuole un grosso miracolo, cinque secoli dopo, in favore del re Filippo II a sbloccare la situazione. E il 25 maggio 1622 papa Gregorio XV gli concede la gloria degli altari insieme a quattro “grossi” santi (Filippo Neri, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio) in mezzo ai quali, qui in terra, l’illetterato contadino si sarebbe sentito un po’ a disagio. E da allora, come recita l’enciclopedia dei santi, diventa il “patrono degli affittuari agricoli, dei birocciai, di Centallo e di Verzuolo”.

Autore: Gianpiero Pettiti


Domenico Agasso: Sant’Isidoro

Nasce in una Spagna che per buona parte è in mano araba, e nell’infanzia sente raccontare le gesta di tre grandi condottieri. Ecco Alfonso VI il Bravo, re di Castiglia e di León, che ha conquistato tante città. E poi Yusuf ibn Tashufin, capo della dinastia musulmana degli Almorávidi, che ha sconfitto Alfonso nel 1081 e ha incorporato i domìni arabi di Spagna nel suo impero nordafricano. Infine, c’è il condottiero dei condottieri, l’eroe nazionale Ruiz Díaz de Bivar detto il Cid, el que en buena çinxo espada (colui che in buon’ora cinse la spada).
Isidoro non ha spada né cavallo. Orfano del padre fin da piccolo, va poi a lavorare la terra sotto padrone, nelle campagne intorno a Madrid. A causa della guerra, cerca rifugio e lavoro più verso nord, a Torrelaguna. E vi trova anche moglie: Maria Toribia, contadina come lui. Isidoro è un credente schietto. Partecipa ogni giorno alla Messa mattutina, e durante la giornata lo si vede spesso appartato in preghiera. Questo gli tira addosso le accuse di altri salariati: ha poca voglia di lavorare, perde tempo, sfrutta le nostre fatiche. È già accaduto agli inizi, nelle campagne di
Madrid; poi continua a Torrelaguna, e più tardi a Madrid ancora, quando lui vi ritorna alla fine dei combattimenti. A queste accuse Isidoro non si ribella, ma neppure si piega. Il padrone è preoccupato, non si fida di lui? E allora sorvegli, controlli, verifichi i risultati del suo lavoro... E questo fa appunto il padrone, scoprendo che Isidoro ha sì perso tempo inginocchiandosi ogni tanto a pregare, ma che alla sera aveva mietuto la stessa quantità di grano degli altri. E così al tempo dell’aratura: tanta orazione pure lì, ma a fine giornata tutta la sua parte di terra era dissodata. 
Juan de Vargas si chiama questo proprietario, che dapprima tiene d’occhio Isidoro con diffidenza; ma alla fine, toccata con mano la sua onestà, arriva a dire che quei risultati non si spiegano solo con la capacità di lavoro; ci sono anche degli interventi soprannaturali: avvengono miracoli, insomma, sulle sue terre. 
E altri diffondono via via la voce: in tempo di mietitura, il grano raccolto da Isidoro veniva prodigiosamente moltiplicato. Durante l’aratura, mentre lui pregava in ginocchio, gli angeli lavoravano al posto suo con l’aratro e con i buoi. Così il bracciante malvisto diventa l’uomo di fiducia del padrone, porta a casa più soldi e li divide tra i poveri. Né lui né sua moglie cambiano vita: è intorno a loro e grazie a loro che la povera gente incomincia a vivere un po’meglio. Nel tempo delle epiche gesta di tanti conquistatori, le imprese di Isidoro sono queste, fino alla morte. 
A volte certi suoi atti fanno pensare a Francesco d’Assisi. Per esempio, quando d’inverno si preoccupa per gli uccelli affamati: e per loro, andando al mulino con un sacco di grano, ne sparge i chicchi a grandi manciate sulla neve; ma quando arriva al mulino, il sacco è di nuovo prodigiosamente pieno. 
Lavorare, pregare, donare: le sue gesta sono tutte qui, e dopo la morte lo rendono famoso come Alfonso il Bravo e come il Cid. Nel 1170 il suo corpo viene deposto nella chiesa madrilena di Sant’Andrea, e col tempo la sua fama si divulga in Spagna, nelle colonie spagnole d’America e in alcune regioni del Nord europa. Nel 1622, Isidoro l’Agricoltore viene canonizzato da Gregorio XV (con Ignazio di Loyola e Francesco Saverio).
Nel 1697 papa Innocenzo XII proclama beata sua moglie Maria Toribia. Le reliquie di sant’Isidoro si trovano ora nella cattedrale di Madrid.

Fonte: Famiglia Cristiana

Pratica: Metterò la preghiera al primo posto

Preghiera: Tu solo sei santo, Signore, e fuori di te non c’è luce di bontà: per l’intercessione e l’esempio di san Isidoro fa’ che viviamo una vita autenticamente cristiana, per non esser privati della tua visione nel cielo. Per il nostro Signore.


14 Maggio 2020

San Mattia


Mattia è l’unico dei “12” a non essere stato chiamato da Gesù, ma dagli altri apostoli, secondo quanto è scritto negli Atti (1,15-26) :
«In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: “Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Egli era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue. Infatti sta scritto nel libro dei Salmi: La sua dimora diventi deserta, e nessuno vi abiti, il suo incarico lo prenda un altro. Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione”. Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. Allora essi pregarono dicendo: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato a prendere il posto in questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto”. Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli».
Mattia pur non avendo ricevuto direttamente la chiamata da Gesù, è stato, tuttavia, con Lui dall’inizio alla fine della sua vita pubblica, diventando poi testimone della sua morte e risurrezione. Il nome di Mattia compare soltanto nei versetti 23 e 26 del primo capitolo degli Atti. Poi, non si sa più nulla di certo: ci sono solo racconti tradizionali, privi di qualsiasi supporto storico, che parlano della sua predicazione e della sua morte per la fede in Gesù Cristo, ma con totale discordanza sui luoghi: chi dice in Giudea, chi invece in Etiopia.
Lo storico della Chiesa, Eusebio di Cesarea (ca. 265 - ca. 340), nella sua Storia ecclesiastica, rileva che non esiste alcun elenco dei settanta discepoli di Gesù (distinti dagli apostoli) e aggiunge: “Si racconta anche che Mattia, che fu aggregato al gruppo degli apostoli al posto di Giuda, ed anche il suo compagno che ebbe l’onore di simile candidatura, furono giudicati degni della stessa scelta tra i settanta” (1,12). Dunque Mattia dovrebbe aver fatto parte di quella spedizione di 72 discepoli che Gesù mandò a due a due davanti a sé per predicare in ogni città e luogo dove stava per recarsi, e che tornarono entusiasti dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc 10,17).
Tutte le ulteriori informazioni concernenti la vita e la morte di Mattia sono vaghe e contraddittorie.
Secondo Niceforo, egli predicò prima in Giudea e poi in Etiopia e quindi fu crocifisso.
La Sinossi di Doroteo contiene questa tradizione: «Mattia predicò il Vangelo all’interno dell’Etiopia, dove è porto sul mare di Hyssus ed il fiume Phasis, agli uomini barbari e carnivori. Poi morto a Sebastopoli, ed è sepolto qui presso il tempio del Sole »
Sempre un’altra tradizione ci tramanda che Mattia fu lapidato a Gerusalemme dai giudei, e poi decapitato.
È stato detto che sant’Elena Imperatrice portò le reliquie di S. Mattia a Roma : queste sono nell’urna di porfido dell’altare maggiore nella Basilica di S. Maria Maggiore; il capo è conservato negli armadi, con cancelletti di bronzo dorato, ordinati da Benedetto XIV. Altre reliquie sono riposte nella cattedrale di Treviri (in tedesco Trier) dove S. Mattia è venerato come Patrono.
Sebbene le tradizioni parlino di Mattia evangelizzatore in Medio Oriente ed in Africa, il suo nome aveva raggiunto, già nei primissimi secoli, l’Europa settentrionale.

Fonti principali: santiebeati.it; wikipedia.org (“RIV./gpm”)

Pratica: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituito, perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga.  (Gv 15,16)

Preghiera: O Dio, che hai voluto aggregare san Mattia al collegio degli Apostoli, per sua intercessione concedi a noi, che abbiamo ricevuto in sorte la tua amicizia, di essere contati nel numero degli eletti. Per il nostro Signore Gesù Cristo...