16 SETTEMBRE 2025

 
Santi Cornelio, Papa, e Cipriano, Vescovo, Martiri
 
1Tm 3,1-13; Salmo Responsoriale dal Salmo 145 [145]; Lc 7,11-17
 
 Colletta
O Dio, che hai dato al tuo popolo i santi Cornelio e Cipriano,
pastori generosi e martiri intrepidi,
per la loro intercessione rendici forti e perseveranti nella fede
e fa’ che operiamo assiduamente per l’unità della Chiesa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 11 Novembre 1992): … tra i compiti fondamentali del Vescovo vi è quello di provvedere alla celebrazione eucaristica nelle varie comunità della sua diocesi, secondo le possibilità dei tempi e dei luoghi, ricordando l’affermazione di Gesù: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6, 53). Sono note le difficoltà che oggi si incontrano in molti territori sia delle nuove, sia delle antiche Chiese cristiane, a soddisfare questa necessità, per mancanza di sacerdoti e per altre ragioni. Ma ciò rende il Vescovo, che conosce il proprio compito di organizzare il culto della diocesi, ancora più attento al problema delle vocazioni e della saggia distribuzione del clero disponibile. È necessario, infatti, far sì che il più grande numero dei fedeli possa accedere al corpo e al sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica, culminante nella comunione. Spetta al Vescovo preoccuparsi anche degli ammalati o handicappati, che possono ricevere l’Eucaristia solo a domicilio o là dove si trovano riuniti per ragioni di cura. Tra tutte le esigenze del ministero pastorale, l’impegno per la celebrazione e per quello che possiamo chiamare l’apostolato dell’Eucaristia è il più cogente e importante ... Il Concilio infine pone davanti ai Vescovi la necessità di essere esempi e modelli di vita cristiana: essi “devono ... con l’esempio della loro vita aiutare quelli a cui presiedono, serbando i loro costumi immuni da ogni male, e per quanto possono, con l’aiuto di Dio, mutandoli in bene, onde possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita eterna” (LG 26). Si tratta dell’esempio di una vita pienamente orientata secondo le virtù teologali: fede, speranza e carità. Si tratta di tutto un modo di vivere e di agire basato sulla potenza della grazia divina: un modello che contagia, che attrae, che persuade, che veramente risponde alle raccomandazioni della Prima Lettera di Pietro: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate ma facendovi modelli del gregge” (1 Pt 5, 2-3).
 
I Lettura: Il vescovo è dentro ma non sopra la Chiesa - José Maria Gonzalez-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Il termine «vescovo» («episcopos») ha una vecchia risonanza nella letteratura greca. Si tratta d’un tipo di «custodia responsabilizzata» che si esercita in diverse occasioni e per i più diversi motivi. Nel NT, non vi è una netta distinzione fra «presbitero» e «vescovo», come si deduce dal discorso di san Paolo riferito in At 20,28. Comunque, vi è una stretta relazione fra funzione «episcopale» e la nozione di pastore, così che, in 1Pt 2,25, lo stesso Cristo è detto «pastore e vescovo», dei membri della comunità cristiana.
È certo comunque che, nelle prime comunità, i propagandisti carismatici del vangelo - apostoli, profeti e dottori - che si spostavano da un luogo all’altro, non erano mai chiamati «vescovi». Questo termine compare là dove si formano comunità locali nelle quali sono esercitate certe funzioni stabili
Dalla semplice lettura di questo testo si deduce che la comunità proponeva varie candidature per esercitare questa funzione episcopale e che lavorare per la propria candidatura non era considerato punto un male, ma piuttosto un bene.
La designazione del vescovo avveniva per elezione popolare. Non sappiamo se, in questa designazione, operava l’assemblea intera o solo un gruppo di dirigenti, come potevano essere coloro che, più tardi, furono detti «presbiteri». Qui non è in gioco l’origine della funzione episcopale, ma il procedimento seguito nella designazione del vescovo o del presbitero. E, comunque sia, vi era una relazione fra la comunità e colui che doveva gestire la presidenza. Perché la «candidatura episcopale» fosse valida, si richiedevano nel candidato doti normali: doveva essere un buon cristiano. L’eccellenza e l’importanza della funzione esigevano eccellenza e competenza nel funzionario: richiedevano che fosse irreprensibile in tutti i sensi. Il fatto di governare la Chiesa non lo metteva sopra di essa o fuori di essa: egli continuava a far parte della comunità come qualsiasi altro membro. Anzi le responsabilità che assumeva lo rendevano più vulnerabile davanti alle tentazioni del diavolo (nominato due volte nei vv. 6 e 7). Sarebbe infatti scandaloso se un vescovo si lasciasse dominare dalla pretesa orgogliosa di elevarsi al di sopra della comunità e di separarsi da essa.
Appunto per questa minaccia (la stessa che denunzia 1Pt 5,3: «spadroneggiare sulle persone»), l’apostolo raccomanda all’attenzione di Timoteo le misure da prendere per l’elezione d’un vescovo. In questo senso, ma solo in questo senso, è giusto dire che l’ordine e la struttura soprannaturale appartengono all’«essere» della Chiesa, poiché si dovrebbe considerare come una disgrazia per la Chiesa, una tentazione diabolica e un attentato all’unità del corpo di Cristo il fatto che, un giorno, l’episcopato, questo «nobile travaglio», cedesse alla tentazione della cecità e dell’orgoglio, erigendosi in autorità autonoma, senza tener conto del necessario legame con la comunità reale della quale fa parte.
Per i «diaconi», si richiedono doti analoghe; e pare persino che, in questo settore, fossero ammesse le donne, come si deduce anche da Rm 16,1.
 
Vangelo
Ragazzo, dico a te, àlzati!
 
Luca ama mettere in evidenza la compassione di Gesù. La madre non chiede nulla al Signore, semplicemente piangendo mostra il suo dolore e Gesù si lascia coinvolgere dal dolore della donna. Gesù compie il miracolo con una parola che suona come un ordine: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Nessuna invocazione a Dio, nessuna preghiera, nessun gesto, ma soltanto una parola in prima persona, dico a te. Forse è proprio questo l’intento principale di Luca: affermare che la parola di Gesù è parola che salva e dona la vita.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,11-17
 
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Parola del Signore.
 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Fu un segno della potenza divina quando Gesù con un semplice atto della sua volontà guarì il servo del centurione romano. Ma ora Egli si trova di fronte a una situazione veramente disperata. Un giovane è morto. È figlio unico di madre vedova. Ogni filo di speranza è spezzato. Non si pensa quindi a nessun soccorso. La madre, che cammina dietro il feretro, è così presa nel suo cordoglio che non può pensare ad alcuna speranza. Il popolo si dispone per la sepoltura.
Che altro si può fare? Neanche i discepoli pensano di rivolgersi a Gesù per questo. Un cadavere non è solo un albero sfrondato, ma un albero sradicato. Non c’è nessun soccorso. Perciò questa volta l’iniziativa parte esclusivamente da Gesù. Egli ha compassione, soffre, cioè, con chi soffre. E quindi vuole aiutare. Il centurione romano ha sottolineato la potenza del comando di Gesù. Cristo fa uso qui di questa potenza. Egli comanda al morto: « Io ti dico, alzati! ». C’è qualche cosa di maestoso, di imperioso in questa espressione: « Io ti dico ».
Cristo non si rivolge ad un altro, non domanda al Padre dei cieli, ma parla da se stesso, con la sua propria volontà, agisce con la sua propria potenza. La sua semplice parola, il suo comando « alzati » richiama il morto alla vita.
Il miracolo della risurrezione di questo morto è un prodigio talmente inaudito che gli astanti sono presi dallo sgomento. «Tutti ebbero timore». Essi hanno fede, perché lodano Dio, sono convinti che Dio ha visitato il suo popolo, che opera cioè nel suo popolo continui segni e miracoli della sua potenza. Ma questa fede è ancora insufficiente. Non arriva ad essere veramente risoluta. Il risultato sta solo nel fatto che «un grande Profeta è sorto in mezzo a noi». Essi non includono nella fede la vera essenza divina di Gesù. Questi giudei, quindi, sono indietro rispetto al pagano romano. Se Gesù è solo un grande Profeta, allora nulla di sostanzialmente nuovo si è avuto con Lui. Tutto resta conforme alla situazione avutasi finora in Israele, in cui di tempo in tempo sono sorti dei profeti. Diventa facile così prolungare la serie dei profeti. È una ripetizione, ma non è qualche cosa di nuovo. Dio quindi non ha visitato il suo popolo personalmente e immediatamente, ma come già prima, così anche ora, ha mandato solo un messaggero per mezzo del quale viene in aiuto del suo popolo. Eppure con Gesù si compie ciò che c’è di definitivamente nuovo: la conclusione di tutto quanto si è avuto finora e l’inizio di qualche cosa di completamente nuovo. I Giudei perciò hanno la fede, ma non quella che veramente si richiede.
Essi lodano Dio, ma troppo poco riconoscono la sua grandezza. La risurrezione del morto dovrebbe dimostrare loro che ora si schiude una nuova vita, perché il Padrone della vita e della morte sta in mezzo a loro. Ora non si tratta più semplicemente di un nuovo anello della catena, di una nuova pagina nella storia di questo popolo, ma di qualche cosa di definitivamente diverso, di assolutamente nuovo; la risurrezione dei morti e l’inizio di una nuova esistenza.
 
Ragazzo, dico a te, àlzati! - Misericordiae Vultus n. 8: Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero. Quando incontrò la vedova di Naim che portava il suo unico figlio al sepolcro, provò grande compassione per quel dolore immenso della madre in pianto, e le riconsegnò il figlio risuscitandolo dalla morte (cfr Lc 7,15). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affida questa missione: «Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19). Anche la vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo.
 
Dalla morte alla vita - Bruno di Segni, In Lc., 1, 7: Gesù andava in un villaggio chiamato Naim e andavano con lui i discepoli e una gran folla. Avvicinandosi alla porta del villaggio, s’incontra col funerale d’un ragazzo; era figlio unico, e la madre era vedova; e c’era tanta gente. Questa vedova, seguita dalla folla, è la santa Chiesa. Della quale è detto: “Benedirò la sua vedova” (Sal 131,15). È vedova non perché non abbia marito, ma perché non lo può vedere; aspetta che venga alla fine dei tempi. È detta vedova, perché staccata dal marito. E questo vale per una donna vedova e per il tempo presente. Alla Chiesa del tempo presente il Signore si avvicina, perché non manca di visitare ogni giorno la sua Chiesa. Da questa vien portato via un defunto ogni volta che uno, morto per il peccato, si separa dalla Chiesa. La pia madre tuttavia lo segue in lacrime, perché neanche del figlio fuggitivo si dimentica la Chiesa. Piange infatti ogni giorno per quelli che peccano e non fanno penitenza dei loro peccati (2Cor 12,21). Commosso a quella vista il Signore le disse: “Non piangere. E s’avvicinò e toccò la bara. I portatori si fermarono ed egli disse al morto: Ragazzo, te lo dico io, alzati. E quello ch’era morto si mise a sedere e cominciò a parlare. Ed egli lo diede a sua madre (ibid.)”. Dio consolatore degli afflitti guarda soprattutto le lacrime versate sui peccati degli altri. Tocca la bara, ferma i portatori e risuscita il morto, quando con la sua visita induce l’uomo alla penitenza. Son cattivi portatori quelli che conducono un uomo a seppellire. Son buoni portatori quelli che dal sepolcro riportano un uomo alla vita.
 
Il Santo del Giorno - 16 Settembre 2025 - Santi Cornelio e Cipriano. La via della penitenza e del perdono per riaccogliere chi si è allontanato: Cosa viene prima? Il dogma o la misericordia? La domanda non è così banale e non ha nemmeno una risposta scontata, perché ha attraversato - e ancora oggi attraversa - la vita della Chiesa fin dalle sue origini. Nei primi secoli la questione si pose di fronte a coloro che, dopo un’abiura della fede, a causa delle persecuzioni, chiedevano di essere riammessi alla vita della comunità cristiana. Il dibattito vedeva contrapposti coloro che erano disposti a riaccogliere queste persone e quelli che non ne volevano sapere. Il problema, che nasceva anche dal fatto che il perdono vissuto in una forma sacramentale di fatto non era ancora stato introdotto, rischiava di compromettere l’unità della Chiesa, come dimostra l’elezione di un antipapa, Novaziano, sostenitore del rigorismo. Cornelio, che fu Papa dal 251 al 253, e Cipriano, vescovo di Cartagine, si ritrovarono in sintonia sulla via dell’accoglienza, accompagnata da un percorso di penitenza, unendo così misericordia e verità. Cornelio era originario di Roma e venne scelto per le sue doti di umiltà e bontà. Cipriano era nato a Cartagine verso il 210 ed era stato scelto come vescovo dopo tre anni dalla sua conversione al cristianesimo. A unirli fu anche il martirio: Cornelio morì in esilio nel 253, Cipriano, che fu condannato a morte mentre si trovava in clandestinità a causa della persecuzione, fu decapitato nel 258.  (Matteo Liut)
 
La partecipazione a questi santi misteri, o Signore,
ci confermi con la forza del tuo Spirito,
perché sull’esempio dei martiri Cornelio e Cipriano
possiamo rendere testimonianza alla verità del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore.