SABATO 20 SETTEMBRE 2025
SANTI ANDREA KIM TAE-GÔN, PRESBITERO, PAOLO CHÔNG HA-SANG
E COMPAGNI, MARTIRI
1Tm 6,13-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 99 [100]; Lc 8,4-15
Colletta
O Dio, che moltiplichi su tutta la terra i tuoi figli di adozione
e hai reso seme fecondo di cristiani
il sangue dei santi Andrea [Kim], Paolo [Chông]
e dei loro compagni nel martirio,
fa’ che siamo sorretti dal loro aiuto
e ne seguiamo costantemente l’esempio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
San Paolo Miki ...: Ecclesia in Asia 49: Per quanto importanti possano essere i programmi di formazione e le strategie, alla fine è il martirio che rivela l’essenza più vera del messaggio cristiano. La parola stessa «martire» significa testimone, e quanti hanno sparso il proprio sangue per Cristo hanno dato la testimonianza estrema all’autentico valore del Vangelo. Nella Bolla di indizione del Grande Giubileo dell’Anno 2000, Incarnationis mysterium, ho sottolineato l’importanza vitale di ricordare i martiri. Ho scritto: «Dal punto di vista psicologico, il martirio è la prova più eloquente della verità della fede, che sa dare un volto umano anche alla più violenta delle morti e manifesta la sua bellezza anche nelle più atroci persecuzioni». Lungo i secoli, l’Asia ha dato alla Chiesa e al mondo un grande numero di questi eroi della fede, e dal cuore dell’Asia si innalza il grande canto di lode: «Te martyrum candidatus laudat exercitus». E questo l’inno di coloro che sono morti per Cristo sul suolo dell’Asia nei primi secoli della Chiesa, ed è anche il grido gioioso di uomini e donne di tempi più recenti, come san Paolo Miki e compagni, san Lorenzo Ruiz e compagni, sant’Andrea Dung Lac e compagni, sant’Andrea Kim Taegon e compagni. Che la grande schiera di martiri dell’Asia, antichi e nuovi, non cessi mai di insegnare alla Chiesa in quel Continente cosa significhi rendere testimonianza all’Agnello nel cui sangue essi hanno lavato le loro vesti splendenti (cfr. Ap 7,14)! Siano essi testimoni indomiti del fatto che i cristiani sono chiamati a proclamare sempre e ovunque nient’altro che la potenza della Croce del Signore! E il sangue dei martiri dell’Asia sia, ora come sempre, seme di nuova vita per la Chiesa in ogni angolo del Continente!
I Lettura - Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): Avendo ricordato la «manifestazione» di Cristo (v. 14), l’Apostolo precisa che essa avverrà nel momento e secondo le modalità «stabilite» dal Padre (v. 15), sconosciute quindi a ogni uomo, compreso lo stesso Paolo (cfr. 4, 15; 2Tess. 2, 2; 1Cor. 7, 29 ecc.).
Davanti al pensiero della gloriosa «manifestazione» di Cristo (v. 15), dal cuore di Paolo fiorisce spontanea una commossa «dossologia», in cui vengono accumulati i titoli più espressivi ed efficaci (vv. 15-16), atti a descrivere la superiore potenza e la trascendente grandezza di Dio, avvolto in una «luce» (v. 16) accecante e impenetrabile a ogni occhio mortale. Già nell’A.T. Dio si era rivelato come colui la cui faccia non può essere vista, «perché l’uomo non può vedermi e rimanere in vita» (Es. 33, 20). Il concetto è ribadito da S. Giovanni (1, 18; 6, 46; 1Giov. 4,12): solo il Figlio vede e «conosce» perfettamente il Padre (Matt. 11,27).
L’insistenza di Paolo nel dare a Dio Padre i più smaglianti titoli regali («beato e unico Sovrano, Re dei regnanti» ecc.) sembra essere una voluta nota polemica contro i monarchi orientali e contro gli imperatori romani che si attribuivano i titoli di «signore, re, immortale, sole risplendente», e simili. Così, p. es., Domiziano si faceva chiamare «signore e dio nostro» (Svetonio, Dom. 13); in una iscrizione del 37 si attribuisce a Caligola «la grandezza della immortalità», ecc. Contro tali dissacrazioni Paolo rivendica sdegnosamente al solo Dio, «beato» e beatificante nei secoli, «ogni onore e potenza» per l’eternità (v. 16). Anche all’Agnello dell’Apocalisse (17, 14; 19, 16) S. Giovanni rivendica il titolo di «Re dei re». È probabile che tale dossologia fosse in uso nella liturgia del tempo (battesimo o, secondo altri, Ordine sacro) e che Paolo l’abbia da essa ripresa, come ha fatto per 3, 16 e per 1, 7: quest’ultimo passo è molto affine, anche concettualmente, al nostro.
Vangelo
Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.
La parabola, nella Bibbia, è un racconto fittizio, ma verosimile, il cui intento è quello di illustrare un insegnamento morale o una verità dottrinale mediante un paragone. Da qui la possibile incomprensione del racconto parabolico da parte di molti, ma, sopra tutto, da parte di chi è mal disposto. L’accoglienza «positiva da parte del credente, come il rifiuto da parte del non credente, nei confronti del messaggio di Gesù, è in fondo l’effetto di intime disposizioni personali che condizionano l’ascolto. Si respinge il Signore non perché non si capisca il senso delle sue parabole, ma perché in ultima analisi manca la volontà di capirlo, si è mal disposto verso la persona stessa di Gesù» (A. S.- R. S). In questo modo, per «le anime ben disposte, al possesso dell’antica alleanza si aggiungerà il perfezionamento della nuova (cfr. Mt 5,17.20); alle anime mal disposte, verrà tolto anche quello che hanno, cioè la stessa legge giudaica che, lasciata a se stessa, diverrà caduca» (Bibbia di Gerusalemme).
La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (cfr. Lc 24,13ss).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,4-15
In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri
del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Parola del Signore.
Ecco, il seminatore uscì a seminare - Nella parabola del seminatore, Gesù suggerisce quattro tipi di terreno. Il primo è la strada: è l’immagine di colui che ascolta la parola, non la comprende e, a motivo della sua stoltezza, fa sì che il diavolo rubi ciò che è stato seminato (v.12). Il diavolo, il «dio di questo mondo» (2Cor 4,4), ha un progetto: non vuole che l’uomo si salvi e conoscendo la potenza della Parola di Dio è pronto a scendere in campo. Ma la parabola mette a nudo l’estrema impotenza del diavolo: infatti, egli riesce a rubare la Parola dal loro cuore, non perché capace di farlo, ma per la negligenza dell’uomo.
L’affermazione, Quelli sulla pietra, mette in relazione l’incostanza con la tribolazione o la persecuzione a causa della Parola.
Praticamente, quando si vive una vita cristiana ovattata tutto va bene, si può essere anche gioiosi, ma quando la croce incomincia a far capolino, allora tutto cambia repentinamente. La parabola ritorna così a ricordarci una profonda comunione tra la fede e la croce. Il credente non può essere così ingenuo da pensare che gli verrà risparmiata la croce proprio da Colui che liberamente in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce (Eb 12,2) per la salvezza degli uomini. Cristo «chiama i suoi discepoli a prendere la croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice. Al di fuori della croce non vi è altra salvezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica 618).
Il seme caduto tra i rovi, mette in evidenza il ruolo negativo della preoccupazione del mondo e della seduzione della ricchezza nella vita dei discepoli: un ruolo negativo perché di fatto «soffocano la Parola ed essa non porta frutto» (Mt 13,28). È una condanna senza appello! Mentre per i due primi casi l’uomo può sempre mettersi in carreggiata, nel caso della preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza la creatura si avvia alla morte per soffocamento. Il Signore Dio concede la grazia e non violenta l’uomo, il quale deve corrispondere liberamente. Chi risponde con generosità riceve ulteriore grazia, arricchendosi così ogni giorno di più in grazia e santità. Chi invece la respinge, muore soffocato nel suo egoismo.
Alla fine c’è il terreno buono. Con questa immagine Gesù vuol dirci che l’uomo può farcela perché Dio lo vuole. Basta aprirsi al suo Amore, basta credere alla sua Parola. Basta accogliere con fiducia la Parola che Dio, per bocca del profeta Isaia, rivolge al suo popolo: «Credetemi, pare che voglia dire Yahveh, la mia parola è efficace. Tutto quello che vi dico, è vero. Come la pioggia che scende dal cielo non torna lassù senza aver inzuppato e fecondato la terra, così la mia parola non torna a me senza aver adempiuto il suo compito. La parola di Dio è il piano di Dio, i suoi eterni disegni di salvezza, piano e disegni che si sono realizzati in Cristo, sua parola incarnata» (Epifanio Callego).
Da qui si comprende che per Cristo l’essere degli uomini coincide nella capacità di ascoltare la Parola di Dio, nella capacità di farsi dono, nella capacità di non farsi soffocare dal mondo per puntare decisamente sulle cose che non passano, sui valori eterni: la grandezza dell’uomo sta nel sapere ascoltare e nell’accogliere la Parola che lo fa «officina omnium, medietas, adunatio [elaborazione, mediazione, sintesi di ogni cosa]» (Massimo il Confessore).
La parola opera e rivela - André Feuillet e Pierre Grelot (Parola di Dio, in Dizionario di Teologia Biblica): Non si dice mai che la parola di Dio sia indirizzata a Gesù come si diceva un tempo per i profeti. Tuttavia, sia in Giovanni che nei sinottici, la sua parola si presenta esattamente come la parola di Dio nel Vecchio Testamento: potenza che opera e luce che rivela.
* Potenza che opera: con una parola Gesù compie i miracoli che sono i segni del regno di Dio (Mt 8,8.16; Gv 4,50-53). Sempre con una parola egli produce nei cuori gli effetti spirituali di cui questi miracoli sono i simboli, come il perdono dei peccati (Mt 9, 1-7 par.). Con una parola trasmette ai Dodici i suoi poteri (Mt 18,18; Gv 20,23) ed istituisce i segni della nuova alleanza (Mt 26,26-29 par.). La parola creatrice agisce quindi in lui e per mezzo di lui, operando in terra la salvezza.
* Luce che rivela: Gesù annunzia il vangelo del regno, «annunzia la parola» (Mc 4,33), facendo conoscere in parabole i misteri del regno di Dio (Mt 13,11 par.). Apparentemente egli è un profeta (Gv 6,14) od un dottore che insegna in nome di Dio (Mt 22,16 par.). In realtà parla «con autorità» (Mc 1,22 par.), come in proprio, con la certezza che «le sue parole non passeranno» (Mt 24,35 par.). Questo atteggiamento lascia intravvedere un mistero, sul quale il quarto vangelo si china con predilezione. Gesù «dice le parole di Dio» (Gv 3,34), dice «ciò che il Padre gli ha insegnato» (Gv 8, 28). Perciò «le sue parole sono spirito e vita» (Gv 6,63). A più riprese l’evangelista usa con enfasi il verbo «parlare» per sottolineare l’importanza di questo aspetto di Gesù (ad es. Gv 3,11; 8,25-40; 15,11; 16,4...), perché Gesù «non parla da sé» (Gv 12,49 s; 14,10), ma «come il Padre gli ha parlato prima» (Gv 12,50). Il mistero della parola profetica, inaugurato nel Vecchio Testamento, raggiunge quindi in lui il suo perfetto compimento.
Perciò agli uomini viene intimato di prendere posizione di fronte a questa parola che li mette in contatto con Dio stesso. I sinottici riferiscono discorsi di Gesù che mostrano chiaramente la posta di questa scelta. Nella parabola del seme, la parola - che è il vangelo del regno - è accolta diversamente dai suoi diversi uditori: tutti «sentono»; ma soltanto quelli che la «comprendono» (Mt 13,23) o l’«accolgono » (Mc 4,20 par.) o la «custodiscono» (Lc 8,15), la vedono portare in essi il suo frutto. Così pure, al termine del discorso della montagna in cui ha proclamato la nuova legge, Gesù oppone la sorte di coloro che «ascoltano la sua parola e la mettono in pratica» alla sorte di coloro che «l’ascoltano senza metterla in pratica» (Mt 7,24.26; Lc 6,47.49): casa fondata sulla roccia, da una parte; sulla sabbia, dall’altra.
Queste immagini introducono una prospettiva di giudizio; ognuno sarà giudicato sul suo atteggiamento di fronte alla parola: «Se uno avrà arrossito di me e delle mie parole, il figlio dell’uomo arrossirà anche di lui quando verrà nella gloria del Padre suo» (Mc 8,38 par.).
Il diavolo nella dottrina cristiana - I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati - Gianni Ambrosio: Nel IV secolo s. Giovanni Crisostomo dichiarava ai cristiani di Antiochia: “non ci fa certamente piacere intrattenervi sul diavolo, ma la dottrina della quale esso mi offre lo spunto risulterà assai utile a voi”. Nel corso dei secoli, la predicazione cristiana si è attenuta a questo principio, anche se nella cultura popolare si sono sviluppate rappresentazioni del demonio che non hanno alcun fondamento nella Bibbia.
Satana non è mai stato argomento centrale nella predicazione cristiana, interessata a mettere in risalto la signoria universale di Cristo unico signore dell’universo: unito a Cristo mediante la fede c la preghiera, il cristiano partecipa della sua vittoria sul peccato e sul diavolo.
Nel magistero è costante la preoccupazione di evitare ogni visione che affermi l’esistenza di due principi assoluti opposti: quello divino del Bene e quello diabolico del Male. Già nel concilio di Braga (560) si condanna chi non crede che il diavolo sia anch’esso una creatura di Dio.
Così il concilio lateranense IV (1215) condanna catari e albigesi affermando che Dio è creatore di tutte le cose: “il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi”. Nel concilio di Trento (1545-6:1) si dichiara che l’uomo peccatore “è sotto la potenza del diavolo c della morte”; salvandoci, Dio “ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel Regno del suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione”. Anche il concilio Vaticano II (1962-(65) non ha mancato di mettere in guardia contro l’attività di Satana e soprattutto ha ribadito che “il Figlio di Dio con la sua morte c risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte” (Costituzione sulla liturgia Sacrusantum concilium, 6),
Isacco della Stella, Sermo 18,4-7: Il seminatore uscì a spargere il suo seme…: il seme è il Verbo di Dio, il seminatore il Figlio dell’uomo; ma il Verbo stesso di Dio è il Figlio dell’uomo; dunque vi identità tra la semente e il seminatore. Infatti è Lui stesso che si semina, è Lui stesso che è seminato da Se stesso. Lui solo ha la qualità per seminarsi, cioè per predicare Se stesso.
Il Santo del Giorno - 20 Settembre 2025 - Martiri coreani. Dai laici la linfa vitale per il Vangelo nella storia: Ogni battezzato è “responsabile” del Vangelo, ognuno è volto di una fede che può cambiare la storia. È questo il messaggio che oggi ci arriva dalla storia della Chiesa in Corea e dai suoi martiri. Qui la fede cristiana arrivò nel 1784 grazie a un laico che partecipava alle delegazioni inviate a Pechino. Ma da subito in Corea i cristiani cominciarono a essere considerati con sospetto, tanto che fino al 1882 il Paese fu segnato da una violenta persecuzione contro i cristiani, portatori, a dire del governo coreano, di una “follia”. Per questo la comunità locale perse anche l’unico prete, che era giunto dalla Cina. Solo nel 1837 dei ministri ordinati poterono rimettere piede nel Paese, ma anche questi furono martirizzati. Nel 1984 papa Wojtyla canonizzò 103 martiri coreani. E tra queste “radici viventi” della fede in Corea vi fu anche il primo sacerdote coreano Andrea Kim Taegon (1821-1846) e Paolo Chong (1795-1839), apostolo laico, che si adoperò per far arrivare missionari dalla Cina. Il primo era nato da una nobile famiglia coreana cristiana (il padre morì martire a 44 anni) ed era stato mandato a studiare a Macao da uno dei missionari “clandestini”. Rientrato in patria fu ordinato prete nel 1844 dal vescovo francese Jean-Joseph Ferréol, anch’egli clandestino, con il quale lavorò a stretto contatto.
Taegon venne individuato, arrestato e decapitato nel settembre 1846. (Matteo Liut)
Saziati del cibo dei forti
nella celebrazione dei santi martiri [coreani],
ti preghiamo umilmente, o Signore:
concedi a noi di aderire con fedeltà a Cristo,
e di operare nella Chiesa per la salvezza di tutti.
Per Cristo nostro Signore.