9 Settembre 2025
Martedì XXIII Settimana T. O.
Col 2,6-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Lc 6,12-19
Colletta
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Atteggiamenti nella preghiera - Catechismo della Chiesa Cattolica Fiducia 2734 La fiducia filiale è messa alla prova e si manifesta nella tribolazione. La difficoltà principale riguarda la preghiera di domanda, nell’intercessione per sé o per gli altri. Alcuni smettono perfino di pregare perché, pensano, la loro supplica non è esaudita. Qui si pongono due interrogativi: Perché riteniamo che la nostra domanda non sia stata esaudita? In che modo la nostra preghiera è esaudita, è «efficace»?
Speranza - 1820 La speranza cristiana si sviluppa, fin dagli inizi della predicazione di Gesù, nell’annuncio delle beatitudini. Le beatitudini elevano la nostra speranza verso il cielo come verso la nuova Terra promessa; ne tracciano il cammino attraverso le prove che attendono i discepoli di Gesù. Ma per i meriti di Gesù Cristo e della sua passione, Dio ci custodisce nella speranza che «non delude» (Rm 5,5). La speranza è l’«àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra [...]» là «dove Gesù è entrato per noi come precursore» (Eb 6,19-20). È altresì un’arma che ci protegge nel combattimento della salvezza: «Dobbiamo essere [...] rivestiti con la corazza della fede e della carità, avendo come elmo la speranza della salvezza» (1 Ts 5,8). Essa ci procura la gioia anche nella prova: «Lieti nella speranza, forti nella tribolazione» (Rm 12,12). Si esprime e si alimenta nella preghiera, in modo particolarissimo nella preghiera del Signore, sintesi di tutto ciò che la speranza ci fa desiderare.
Umiltà come fondamento della preghiera - 2559 «La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti». Da dove partiamo pregando? Dall’altezza del nostro orgoglio e della nostra volontà o «dal profondo» (Sal 130,1) di un cuore umile e contrito? È colui che si umilia ad essere esaltato. L’umiltà è il fondamento della preghiera. «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8,26). L’umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: l’uomo è un mendicante di Dio.
Vigilanza - 2730 Positivamente, la lotta contro il nostro io possessivo e dominatore è la vigilanza, la sobrietà del cuore. Quando Gesù insiste sulla vigilanza, essa è sempre relativa a lui, alla sua venuta nell’ultimo giorno ed ogni giorno: «Oggi». Lo Sposo viene a mezzanotte; la luce che non deve spegnersi è quella della fede: «Di te ha detto il mio cuore: ‘Cercate il suo volto’» (Sal 27,8).
Prima Lettura: Il fatalismo è profondamente anticristiano - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): L’influenza degl’innovatori, per allora, era solo una sorpresa pericolosa. Paolo parla ai colossesi con un tono paterno e comprensivo: i colossesi non devono far altro che seguire la via in cui si sono messi: «Camminate nel Signore Gesù Cristo come l’avete ricevuto».
Cristo non è solo il punto di partenza, ma anche l’unica via per arrivare alla pienezza.
È curioso osservare che Paolo mette in guardia contro «i raggiri della filosofia d’origine puramente umana».
Qui la parola filosofia non ha il senso tecnico che ha acquistato attraverso la storia della cultura umana, ma un senso più generico, che si potrebbe più o meno paragonare a quello che oggi chiamiamo « ideologia ». Paolo non è contrario all’ideologia, a condizione che si presenti per quella che è; ma non tollera che si contrabbandi una determinata visione del mondo e dell’uomo con apparenza scientifica e con supposti riferimenti alla stessa rivelazione cristiana. Questa filosofia o ideologia aveva come punto di riferimento gli « elementi del mondo », e non Cristo. Probabilmente, gli « elementi del mondo » erano esseri superiori semidivini che governavano il mondo terrestre e celeste. Forse vi poteva essere un adattamento giudaico di questa cosmovisione, secondo la quale gli « elementi » sarebbero stati una specie di angeli custodi della legge.
Come vediamo, si tratta d’un sincretismo fra certe ideologie delle religioni misteriche e il giudeo-cristianesimo. Quello che Paolo disapprova in questa ideologia è la parte che in essa aveva la mitologia. Effettivamente, fra Dio e gli uomini, vi sarebbero stati esseri quasi divini che, in qualche modo, avrebbero fatto da mediatori e strumenti dell’azione diretta di Dio sull’uomo. Paolo, da buon giudeo, non ammette altro assoluto che Dio. Tutto quello che esiste sotto Dio, è pura creatura e, per conseguenza, può essere manipolato dall’uomo. L’uomo deve inginocchiarsi solo davanti a Dio.
E Cristo? Cristo è Dio: « in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità ». La realtà umana di Cristo è l’unico luogo della creazione nel quale si realizza il mistero dell’incarnazione di Dio. Fra Cristo e l’uomo, non vi sono mediatori superiori, poiché lo stesso Cristo « annullò il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce ». Paolo pensa alla legge che, in Ef 2,15, chiama complesso di « prescrizioni e di decreti ». La legge così concepita era come un’accusa all’uomo, lanciata dal mondo sovrumano degli « elementi ».
Ora non è più necessario questo complesso di timore di fronte a possibili esseri superiori -- « principati, potestà » - che Cristo « ha privato della loro forza ... e ne ha fatto pubblico spettacolo, dietro al (suo) cocchio trionfale ». Vi sarebbero, sì, realtà che circondano l’uomo, ma non sono divine, e quindi possono essere superate se impediscono all’uomo di realizzarsi. Il fatalismo è profondamente anticristiano.
Vangelo
Passò tutta la notte pregando e scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli.
Due quadri compongono il racconto evangelico. Gesù è sul monte, prega e dopo la preghiera sceglie gli Apostoli, coloro che saranno associati alla sua missione di salvezza. Successivamente scende dal monte e va incontro agli uomini. Intorno a Gesù vi sono i dodici, poi i discepoli e, in fine, tutto il popolo, quella grande moltitudine di gente che si è aperta alla parola e ai miracoli di Gesù: in questa “scena si riflette la struttura della Chiesa: tutto proviene da Gesù, passa attraverso i suoi inviati [gli apostoli, ministri], giunge alla Chiesa e diviene forza di salvezza per l’umanità intera” (Javier Pikaza).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,12-19
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Parola del Signore.
Simone, al quale diede anche il nome di Pietro - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Simone, al quale pose nome Pietro; per l’elenco dei nomi degli apostoli si veda il commento a Mt.,10, 1-4 e Mc., 3, 16-19. Simone figura all’inizio della lista, come anche in Matteo e Marco; l’espressione «al quale pose nome Pietro» rievoca con un accenno velato e rapido la scena narrata da Mt., 16, 16-19; «Pietro» è la traduzione greca del termine aramaico Kephâ. La disposizione dei nomi è differente nelle tre liste trasmesse da Matteo, Marco e Luca, se si fa eccezione per i nomi seguenti: Filippo, che viene al quinto posto; Giacomo di Alfeo, elencato al nono posto e Giuda il traditore che chiude la lista. Nell’elenco quindi si hanno tre gruppi costanti di quattro nomi, sempre gli stessi, ma ordinati differentemente entro lo stesso gruppo. Andrea suo fratello; nella lista lucana questo nome figura per secondo perché Andrea è presentato come fratello di Pietro. Simone, detto Zelota; Luca interpreta l’appellativo «Cananeo» che ricorre nella lista di Matteo e di Marco, perché esso riusciva oscuro per i suoi lettori. Giuda di Giacomo; l’espressione significa generalmente «Giuda figlio di Giacomo»; essa può significare anche «Giuda fratello di Giacomo» cioè di Giacomo di Alfeo; Giuda di Giacomo è chiamato «Taddeo» nella lista del primo e secondo evangelista; forse Taddeo era un soprannome di Giuda, che Matteo e Marco hanno voluto conservare per non confonderlo con Giuda. Giuda il traditore è annoverato tra gli apostoli, nonostante il suo infamante appellativo. Certamente il nome del traditore non sarebbe stato conservato nella lista degli apostoli, se Gesù stesso non avesse compiuto l’elezione dei Dodici; questo rilievo toglie ogni verosimiglianza all’opinione di coloro che non ammettono la storicità della chiamata degli apostoli, ma ritengono che l’elenco di essi risalga non già ad un fatto di elezione compiuto da Cristo, ma ad una lista compilata dalla Chiesa primitiva. L’elezione degli apostoli ha una importanza fondamentale per comprendere la dottrina di Gesù e l’istituzione della Chiesa. Gli apostoli saranno accanto al Maestro (cf. Lc., 6,17; 8,1-2) per essere formati in modo speciale da lui (cf. 8,10), per esercitarsi nella pratica del ministero che li attende (cf. 9,1-11), per essere gli intermediari tra Gesù e la folla (cf. 9,16), per accogliere la rivelazione del mistero della redenzione (cf. 9, 43-45; 18,31-32), per essere investiti di poteri spirituali necessari alla continuazione ed alla vita della società ecclesiale voluta dal Salvatore (cf. Lc., 24,36-49). La loro elezione come anche il tirocinio a cui furono assoggettati rispondono ad un atto positivo della volontà di Cristo, che fece di essi i continuatori ed i propagatori della sua opera e della sua dottrina.
La preghiera di Gesù - Enzo Bianchi: Il Nuovo Testamento, mostrando Gesù Cristo quale rivelatore definitivo del Padre, Parola di Dio fatta carne, alleanza nuova ed eterna, Figlio unigenito, fa di lui il mediatore della preghiera cristiana, che ormai avviene per Cristo, con Cristo e in Cristo e si rivolge nello Spirito Santo al Padre. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (14,6). La preghiera neotestamentaria non differisce certo da quella veterotestamentaria quanto ai movimenti e alla forme espressive, ma per il primato cristocentrico a cui essa è sottomessa: nella fede, nell’adesione personale a Gesù, il Figlio di Dio, i battezzati, mossi dallo Spirito del Figlio, si uniscono alla sua preghiera e invocano “Abbà! Padre!” (Rm 8,15; Gal 4,6). E poiché la preghiera di Gesù è espressione della sua particolarissima relazione di filialità col Padre, la preghiera dei cristiani esprime il loro ingresso e il loro permanere in tale relazione attraverso la fede nel Figlio. Tale relazione di filialità è vissuta da Gesù attraverso e all’interno delle modalità di preghiera tipiche dell’ambiente spirituale e liturgico giudaico del tempo. Egli frequentava la sinagoga, si recava al Tempio di Gerusalemme in occasione delle feste principali del calendario liturgico, recitava quotidianamente lo Shemà Isra’el (preghiera e confessione di fede al tempo stesso, composta dai seguenti testi biblici: Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41), conosceva la Tefillà (“Preghiera”; era la preghiera principale recitata a ogni ufficio liturgico); pronunciava berakot (“benedizioni”; cfr. Mt 11,25-27). La sua preghiera era retta dalla fiducia nel Dio che ascolta la preghiera (Gv 11,4142); era finalizzata al fare la volontà del Padre (Lc 22,42; Gv 12,28); era audace nel chiedere, nel domandare, mossa cioè dalla confidenza di un figlio verso il padre (Mt 7,7-11). Il suo insegnamento sulla preghiera avviene anzitutto con l’esempio, con i suoi frequenti ritiri nella solitudine per pregare (cfr. Mt 14,23; Mc 1,35; 6,46; Lc 5,16), e poi con ammaestramenti che svelano anzitutto come non pregare: non come gli ipocriti, per essere visti e lodati dagli uomini (Mt 6,5-6), non moltiplicando parole e credendo di venire esauditi a forza di parole (Mt 6,7). Positivamente invece, occorre pregare con perseveranza (Lc 11,5-13; 18,1), con fiducia nell’esaudimento (Mt 21,21-22), con grande fede nella bontà del Padre a cui ci si rivolge (Mt 7,11), con umiltà, riconoscendo il proprio peccato (Le 18,9-13), con vigilanza, attendendo la venuta del Signore (Le 21,36), chiedendo soprattutto il dono grande dello Spirito Santo (Lc 11,13); occorre pregare nel nome del Signore (Gv 14,13), avendo chiaro che fine della preghiera è che noi facciamo la volontà del Padre, non il contrario (Mt 6,10; Lc 22,42); occorre pregare con autenticità, cercando e operando la riconciliazione con il fratello (Mt 5,23-24), mettendo in pratica il perdono (Mt 6,12), accordandosi tra fratelli (Mt 18,19-20). Ma il culmine dell’insegnamento di Gesù circa la preghiera lo si ha nel Padre nostro, consegnatoci in due redazioni, differenti dai Vangeli di Matteo (6,9-13) e di Luca (11,2-4). Il Padre nostro non è tanto una formula, quanto un canovaccio, il programma di una relazione in cui immettersi. E in cui il cristiano si immette accordando un deciso primato all’ascolto della Parola di Dio.
I dodici apostoli - Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perché siano pescatori d’uomini (Mt 4,18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni (Mc 3,14 par.); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6,6-13 Par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14,19 par.), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16,18; 18,18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19,28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mi 28,18ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1,15-26). Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1,8.21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’agnello» (Apoc 21,14).
Ambrogio: In Lucam, V, 41: salì sul monte ... : sale il monte chi cerca Dio, sale alla cima chi implora, per la sua ascesa, l’aiuto di Dio. Tutte le anime grandi, tutte le anime elevate raggiungono la vetta ... Non coi passi del tuo corpo, ma con le tue azioni elevate sali questa montagna. Segui Cristo, in modo che tu stesso possa divenire un monte.
Il Santo del giorno - 9 Settembre 2025 - San Pietro Claver, Sacerdote: Nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Tra il 1605 e il 1608 studia filosofia a Palma di Maiorca e viene ordinato sacerdote a Cartagena nel 1616 e, diventato missionario, presta le sue cure pastorali agli schiavi neri, deportati dall’Africa. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere «sempre schiavo degli Etiopi» (all’epoca si chiamavano «etiopi» tutti i neri) e per comprendere i loro problemi impara anche la lingua dell’Angola. Ammalatosi di peste, sopporta perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che è un nero. Morto a 74 anni e canonizzato nel 1888 insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico, è stato proclamato patrono delle missioni per i neri da Papa Leone XIII. (Avvenire)
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.