7 Settembre 2025
XXIII Domenica T. O.
Sap 9,13-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Fm 1,9b-10.12-17; Lc 14,25-33
Colletta
O Dio, che ti fai conoscere
da coloro che ti cercano con cuore sincero,
donaci la sapienza del tuo Spirito,
perché possiamo diventare veri discepoli
di Cristo tuo Figlio,
vivendo ogni giorno il Vangelo della Croce.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
Apostolicam actuositatem 4: Nel pellegrinaggio della vita presente, [i laici] nascosti con Cristo in Dio e liberi dalla schiavitù delle ricchezze, mentre mirano ai beni eterni, con animo generoso si dedicano totalmente ad estendere il regno di Dio e ad animare e perfezionare con lo spirito cristiano l’ordine delle realtà temporali.
Nelle avversità della vita trovano la forza nella speranza, pensando che «le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria futura che si rivelerà in noi» (Rm 8,18).
Spinti dalla carità che viene da Dio, operano il bene verso tutti e in modo speciale verso i fratelli nella fede (cfr. Gal 6,10) «eliminando ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie, e tutte le maldicenze» (1Pt 2,1), attraendo così gli uomini a Cristo.
La carità di Dio, «diffusa nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), rende capaci i laici di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesù povero, non si deprimono nella mancanza dei beni temporali, né si inorgogliscono nella abbondanza di essi; imitando Gesù umile, non diventano avidi di una gloria vana (cfr. Gal 5,26), ma cercano di piacere più a Dio che agli uomini, sempre pronti a lasciare tutto per Cristo (cfr. Lc 14,26) e a soffrire persecuzione per la giustizia (cfr. Mt 5,10), memori delle parole del Signore: «Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Coltivando l’amicizia cristiana tra loro si offrono vicendevolmente aiuto in qualsiasi necessità.
I Lettura: Il libro della Sapienza vuol porre dei paletti intorno all’uomo affinché funzionino come freno alla sua smodata, e a volte sfacciata, arroganza o autoesaltazione. Anche se capace di raggiungere profonde conoscenze nei diversi rami dello scibile umano, l’uomo da se stesso è incapace di conoscere la volontà di Dio, cosa estremamente necessaria perché egli si autorealizzi innanzi tutto come progetto di Dio. L’uomo è limitato nella capacità conoscitiva da innumerevoli e gravi difficoltà concrete di ordine fisico, psichico e morale: la fragilità della vita, il peccato, il deleterio influsso della società ..., ha bisogno, quindi, della sapienza divina per entrare nel mondo di Dio, per conoscersi e per conoscere il suo cammino. Solo la sapienza rende l’uomo gradito a Dio.
Salmo: «Questo salmo riassume la speranza comune del genere umano: 1° Il Signore è il nostro rifugio, dai primi giusti della storia fino agli ultimi. 2° Preghiera: Passi l’uomo come l’erba, tra un mattino ed una sera. Infatti, per aver meritato la tua ira, siamo decaduti. Ma volgiti ancora verso di noi: accogli la nostra supplica. 3° Il Signore risponde con la speranza della risurrezione. Il salmista grida: Siamo stati saziati al mattino. Il mattino è la risurrezione. Siamo stati saziati, come fosse già avvenuta. Infatti la speriamo con fede certa, poiché il Cristo è già risorto» (Ruperto Di Deutz).
II Lettura: Le pene inflitte agli schiavi, considerati beni patrimoniali, erano severissime. Fustigati per un nonnulla o condannati ai lavori più duri, come ad esempio girare, stando in catene, la pesante ruota di pietra vulcanica del mulino, lavoro solitamente affidato alle bestie, spesso venivano sottoposti alla tortura dell’eculeus, uno strumento che stirava il corpo e spezzava le giunture. Quelli che tentavano la fuga erano marchiati a fuoco in fronte e solitamente sottoposti al crurifragium che era la frattura violenta degli stinchi. Veniva punito anche chi accoglieva i fuggitivi. Così si comprende perché Paolo si premura a rimandare Onèsimo, uno schiavo fuggitivo che egli aveva convertito durante la sua prigionia romana, al suo vecchio padrone, Filemone, ricco proprietario che si era fatto cristiano. L’apostolo invita il padrone a trattarlo «come un fratello carissimo» e «come se stesso» (Fm 16-17). Seppure senza condannare direttamente l’istituto della schiavitù, Paolo ne cambia l’anima: lo schiavo non è più una cosa, è un fratello.
Vangelo
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
Con parole chiare, e mediante due severissime parabole, vengono enunciate le condizioni poste a chi intende seguire Gesù come discepolo: distacco dai parenti, portare la propria croce, rinunziare ai beni.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Parola del Signore.
Chi non porta la propria croce ... - L’entusiasmo della folla non si affievolisce, e il seguito che accompagna il giovane Maestro si ingrossa come un fiume in piena: Gesù è in viaggio verso la Città santa ed è accompagnato da una «folla numerosa».
Potrebbe fare piacere a chiunque questo consenso popolare, ma non al Cristo il quale ha sempre evitato certe manifestazioni di piazza. Inoltre, ha sempre dettato, senza infingimenti, norme ed esigenze per porsi alla sua sequela (Cf. Lc 9,57-62).
Ora, rivolgendosi alla «folla numerosa» che andava con lui, Gesù pone come condicio sine qua non il distacco dagli affetti e dai legami parentali, l’obbligo di seguirlo per l’irta salita del Calvario e la rinunzia ai beni.
Quindi, per essere veramente annoverati tra le fila dei suoi discepoli, è necessario compiere la scelta radicale di anteporre lui ad ogni persona o cosa, preferendolo anche ai familiari e alle persone più care.
Un enorme sacrificio se pensiamo che ai tempi di Gesù il cardine di ogni relazione o convivenza sociale poggiava sull’istituzione della famiglia e del clan, una sorta di famiglia allargata.
Se uno... non mi ama più di quanto ami suo padre... Gesù esplicita in questo modo una gerarchia di valori, Dio viene al primo posto gli uomini al secondo.
Gesù non domanda disinteresse o indifferenza verso i propri cari, ma il distacco completo e immediato (Cf. Lc 9,57-62) e non intende infrangere la Legge di Dio (il quarto comandamento), ma vuole orientare l’uomo a scegliere i veri valori che contano, in questo caso il vero valore che conta è Dio. Ad una scelta orizzontale, parenti, genitori, figli, Gesù impone al discepolo una scelta verticale: gli affetti familiari praticamente devono essere gradini che devono slanciare l’uomo verso Dio.
La seconda condizione è portare la croce. Di lì a poco, Gesù, dalle parole sarebbe passato ai fatti sfilando per le vie di Gerusalemme gravato dal peso insopportabile della croce sulla quale sarebbe morto svenato per la salvezza di tutti gli uomini.
Il verbo «portare» (bastazo) significa portare qualcosa di molto pesante, che opprime. Il verbo (attivo indicativo presente) descrive un’azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
La croce è quella di Gesù senza orpelli aggiuntivi, senza interpretazioni metaforiche.
È il ruvido legno con annessi e connessi: persecuzioni, ingiurie, torture, delazioni, calunnie, odio gratuito... «quegli avvenimenti voluti o permessi da Dio, che ci fanno violenza, ci umiliano, ci causano dolore e pena e ci mettono alla prova in diverse maniere. Portare la croce significherà quindi entrare nelle intenzioni di Dio, che vede in questi avvenimenti degli strumenti della nostra salvezza; accettare o ricercare queste contrarietà come mezzi per far progredire il regno di Dio in noi e intorno a noi. Perché la croce sia meritoria per il Regno dei cieli deve essere accettata per amore di Dio; per volere seguire Cristo, bisogna volere tutto ciò che esige il suo amore» (Emilio Spinghetti).
Tanto richiede la vita cristiana: all’adorazione e all’amore è necessario aggiungere la riparazione e il patire. Quest’ultimo accettato volontariamente come stile di vita e non con entusiasmo effimero, con slancio di un’ora o di una settimana, ma «ogni giorno», senza sconti, senza respiro, senza riposo, fino alla fine: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Chi vuol farsi compagno di Cristo, il patire è il distintivo irrinunciabile di questa scelta.
Con le due parabole, del costruttore e del re che muove guerra, Gesù vuole suggerire come la sequela cristiana comporti cautela, maturazione, serietà, propositi fermi. La scelta cristiana «non è cosa da poco, che si può fare a cuor leggero, con superficialità, senza soppesare la gravità dell’impegno che ci si assume. Pur ammettendo una gradualità, l’essere cristiano non è un distintivo o un diploma honoris causa, ma una decisione di volere mettere le proprie capacità, i propri talenti, il proprio tempo a disposizione di tutti prima che di se stessi, persino i propri averi» (Ortensio Da Spinetoli).
Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi... Quello di Gesù non è un pauperismo a buon mercato o di bassa lega: la ricchezza è un pericolo mortale (Cf. 1Tm 6,10) e chi ha voluto giocare con essa ha riportato a casa le ossa rotte. Possono esserci delle eccezioni, avere delle ricchezze e non attaccarsi ad esse, ma sono solo eccezioni: è più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Cf. Lc 18,25).
Distacco dai beni terreni - A. Valsecchi (Ricchezze, Schede Bibliche Pastorali): La mentalità propria di Gesù riguardo alle ricchezze incomincia a manifestarsi nella vocazione degli apostoli e discepoli. Numerose pericopi ce la rivelano.
Ci sono anzitutto i brani che riferiscono la chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (Mt. 4,18-22 = Mc. 1,16-20; Lc. 5,1-11) e di Matteo (Mt. 9,9-13 = Mc. 2,13-17; Lc. 5,27-32): da essi risulta che Gesù chiede a coloro che chiama (e si tratta anche, nel caso dei primi quattro, di persone di un certo censo) un effettivo e completo distacco dai beni terreni. C’è al riguardo un’interessante progressione tra i tre sinottici: per Marco, «essi, lasciato il padre Zebedeo sulla barca con gli operai, lo seguirono» (1,20); per Matteo, «essi subito, lasciando la barca e il padre, lo seguirono» (4,22); mentre Luca marca chiaramente la totalità del distacco: «tirate le barche a terra, lasciando ogni cosa, lo seguirono» (5,11). La stessa annotazione vale per la vocazione di Matteo: mentre Marco (2,14) e Matteo (9,9) dicono che all’appello di Gesù, Levi «si alzò e lo seguì», Luca (5,28) precisa che «lasciando tutto, si alzò e lo seguì».
Né questo distacco è provvisorio, ma pone i chiamati in una definitiva condizione di povertà. Così, nell’inviare i dodici in missione, Gesù impone nuovamente loro una completa povertà: niente pane, niente bisacce, niente denaro, anzi - come precisano Mt. 10,10 e Lc. 9,3 (contro Mc. 6,8) - neppure il bastone, né i sandali. E che essi vivano di fatto in stato di povertà, risulta chiaro dal significativo episodio delle spighe di grano (Mt. 12,1-4 = Mc. 2,23-28; Lc. 6,1-5), come pure dai cenni di Luca dai quali si arguisce che il piccolo collegio viveva praticamente di elemosina (8,1-3). Insomma, la sequela di Gesù domanda una rinuncia «a tutto quello che (si) ha» (Lc. 14, 33) (Mt. 10).
Mt. 10,9-10: Non procuratevi oro, né argento, né bronzo nelle vostre cinture, né sacche per il viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastoni...
Un uguale distacco è richiesto al giovane ricco (che sia giovane è Matteo a dirlo), nell’episodio che tutt’e tre i sinottici ricordano. Gli fa seguito un commento generale di Gesù sulla ricchezza che già allarga il discorso oltre la cerchia dei primi «chiamati» dal Maestro.
Si tratta di un «buon ricco» (ha osservato e osserva le legge), al quale è domandato un distacco effettivo (vendere o donare) e totale, senza del quale non si può essere discepoli di Gesù. Ma non sembra che si tratti di una vocazione particolare o solo di consiglio: anche se alcuni tratti lo fanno pensare (e può darsi che in questo senso sia suonato inizialmente l’invito in bocca a Gesù), nel contesto attuale del vangelo questo appello non è affatto presentato come riferentesi a una perfezione supererogatoria: si tratta né più né meno che delle esigenze del regno. Ed è proprio la grave difficoltà dei ricchi a spogliarsi dei loro beni, che addolcisce la richiesta, lasciando pensare che si tratti di un consiglio: «se vuoi essere perfetto», ispira il commento scoraggiato ed estremamente vigoroso di Gesù (con la nota immagine del cammello e della cruna d’ago); ove la ricchezza tende ad apparire in se stessa un male, almeno sotto il profilo storico-esistenziale, perché costituisce - come tale - per chi non vuole disfarsene un ostacolo umanamente insuperabile per la salvezza e per il regno (Mt. 19).
Mt. 19,20-24: Gli disse il giovane: «Tutte queste cose (i comandamenti) le ho osservate; che cosa mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’ vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» Ma udita questa parola, il giovane se ne andò triste; aveva infatti molte ricchezze. E Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: un ricco difficilmente potrà entrare nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: È più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli» (Si veda tutto il passo: Mt 19,16-30; Mc 10,17-31; Lc 18,18-30).
Schiavitù - C. Augrain (Dizionario di Teologia Biblica) - Il problema sociale: È utile osservare anzitutto che nella Bibbia la stessa parola designa ad un tempo il servo e lo schiavo. Certamente la legge accetta la schiavitù propriamente detta, come un uso corrente (Es 21,21); ma ha sempre mirato ad attenuarne il rigore, testimoniando in tal modo un autentico senso di umanità. Pur essendo proprietario del suo schiavo, il padrone non ha tuttavia il diritto di maltrattarlo a piacer suo (Es 21,20.26 s). Se si tratta di uno schiavo ebreo, la, legge si mostra ancora più restrittiva. Salvo il consenso dell’interessato, proibisce la schiavitù a vita: il codice dell’alleanza ordina la liberazione settennale (Es 21,2); più tardi, il Deuteronomio correda questa liberazione di attenzioni fraterne (Deus 15,13 s); dal canto suo la legislazione levitica istituirà una liberazione generale in occasione dell’anno giubilare, forse per supplire alla non applicazione delle misure precedenti (Lev 25,10; cfr. Ger 34,8). Infine la legge vuol far passare lo schiavo ebreo allo statuto di salariato (Lev 25,39-55), perché i figli di Israele, liberati da Dio dalla schiavitù di Egitto, non possono più essere schiavi di un uomo. Il problema della schiavitù si è nuovamente posto nelle comunità cristiane del mondo grecoromano. Paolo l’ha incontrato specialmente a Corinto. La sua risposta è fermissima: quel che ormai ha importanza non è questa o quella condizione sociale, ma la chiamata di Dio (1Cor 7,17 ...). Lo schiavo farà dunque il suo dovere di cristiano servendo al suo padrone «come a Cristo» (Ef 6,5-8). Il padrone cristiano comprenderà che lo schiavo è suo fratello in Cristo; lo tratterà fraternamente e saprà anche affrancarlo (Ef 6,9; Filem 14-21). Di fatto nell’uomo nuovo non esiste più la vecchia antinomia schiavo-uomo libero; ciò che soltanto importa «è di essere una nuova creatura» (Gal 3,28; 6,15).
II. Il tema religioso - Liberato dalla schiavitù ad opera di Dio, Israele vi ricadeva se era infedele (Giud 3,7s; Neem 9,35 s). Ha così imparato che peccato e schiavitù vanno di pari passo, ed ha sentito il bisogno di essere liberato dalle sue colpe (Sal 130; 141,3 s). Il NT rivela ancor meglio questa miseria più profonda: dopo che, per opera di Adamo, il peccato è entrato nel mondo, tutti gli uomini gli sono interiormente asserviti e nello stesso tempo piegano sotto il timore della morte, suo inevitabile salario (Rom 5,12..., 7,13-24; Ebr 2,14 s). La legge stessa non faceva che rafforzare questa schiavitù. Soltanto Cristo era in grado di spezzarla, perché egli era il solo su cui il principe di questo mondo non avesse potere alcuno (Gv 14,30). Egli è venuto a liberare i peccatori (Gv 8,36). Per spezzare la loro schiavitù ha accettato di assumere egli stesso una condizione di schiavo (Fil 2,7), una carne simile a quella del peccato (Rom 8,3), e di essere obbediente fino alla morte di croce (Fil 2,8). Si è fatto il servo non soltanto di Dio, ma degli uomini, che in tal modo ha redento (Mt 20,28 par; cfr. Gv 13,1-17). Meglio degli Ebrei liberati dall’Egitto, i battezzati sono quindi divenuti i liberti del Signore, o se si vuole, gli schiavi di Dio e della giustizia (1Cor 7,22 s; Rom 6,16-22; cfr. Lev 25,55). Ormai sono liberati dal peccato, dalla morte, dalla legge (Rom 6-8; Gal 5,1). Da schiavi, sono divenuti figli nel Figlio (Gv 8,32-36; Gal 4,4-7.21-31). Ma, liberi nei confronti di tutti, si fanno nondimeno servi e schiavi di tutti, sull’esempio del loro Signore (1Cor 9,19; Mt 20,26-27 par.; Gv 13,14 ss). Perché se il servizio dell’uomo è incidentale e se la schiavitù del peccato e della carne è anormale, il servizio di Dio e dei fratelli costituisce la vocazione stessa del cristiano.
Essere un discepolo di Gesù - Basilio di Cesarea, Sul battesimo 1, 1: Lo stesso Figlio unigenito del Dio vivente, colui che è stato mandato dal Padre non per giudicare il mondo ma per salvare il mondo, fedele a se stesso e intento ad adempiere la volontà di Dio, buono e suo Padre, aggiunge a questa severa dichiarazione l’insegnamento che ci rende degni di diventare suoi discepoli.
Egli dice: Se un qualche uomo viene a me e non odia suo padre e sua madre, e sua moglie e i figli e i fratelli e le sorelle e, proprio così, perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Questo odio non mette in noi l’intenzione di tramare insidie, ma ispira la virtù della pietà portandoci a disubbidire alla voce di coloro che volessero distogliercene. E: Chiunque non porti la propria croce e non venga dietro di me, non può essere mio discepolo, cosa che riteniamo d’aver pattuito mediante il battesimo nell’acqua, professando di essere stati crocifissi con lui, di essere morti con lui, di essere stati sepolti con lui e via di seguito, secondo quanto sta scritto.
Il Santo del giorno - 7 Settembre 2025 - Beato Claude-Barnabas Laurent de Mascloux, Sacerdote e Martire: Claude-Barnabas Laurent de Mascloux nacque a Dorat, con tutta sicurezza l’11 giugno 1735, giorno in cui fu battezzato. Fu ordinato sacerdote nel 1759 e venne nominato canonico della collegiata della sua città natale, come due suoi fratelli.
Lo scoppio della Rivoluzione francese portò, tra l’altro, alla soppressione dei capitoli religiosi. I fratelli Laurent si rifiutarono di prestare giuramento sulla Costituzione Civile del Clero, per cui il Consiglio generale del distretto di Dorat ordinò d’imprigionare loro e molti altri sacerdoti il 14 maggio 1793.
Vennero tutti condotti a Limoges e detenuti a La Visitation, da cui, più tardi, Claude venne condotto a La Regle. Tutti i suoi beni, mobili e immobili, gli vennero confiscati. Condannato alla deportazione, partì con i fratelli verso Rochefort il 25 febbraio 1794.
Venne imbarcato sulla nave-deposito, impropriamente detta pontone, «Les Deux-Associés». L’imbarcazione non partì mai, sia perché fatiscente, sia perché il blocco navale imposto dall’esercito francese impediva di salpare in mare aperto.
Morì nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1794, affrontando la morte con calma e rassegnazione.
Fu beatificato dal Papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, compreso in un elenco di sessantaquattro sacerdoti e religiosi, i soli, fra quanti erano deceduti nei pontoni di Rochefort, di cui si era potuta reperire sufficiente documentazione. (Autore: Emilia Flocchini)
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.