3 Settembre 2025
 
San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa
 
Col 1,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Lc 4,38-44
 
Colletta
O Dio, che guidi il tuo popolo
con la soavità e la forza dell’amore,
per intercessione del papa san Gregorio [Magno]
dona spirito di sapienza a coloro
che hai posto a guida della Chiesa,
perché il progresso del tuo santo gregge
sia gioia eterna dei pastori.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale [2] 4 Giugno 2008): Il testo forse più organico di Gregorio Magno è la Regola pastorale, scritta nei primi anni di Pontificato. In essa Gregorio si propone di tratteggiare la figura del Vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge. A tal fine egli illustra la gravità dell’ufficio di pastore della Chiesa e i doveri che esso comporta: pertanto, quelli che a tale compito non sono stati chiamati non lo ricerchino con superficialità, quelli invece che l’avessero assunto senza la debita riflessione sentano nascere nell’animo una doverosa trepidazione. Riprendendo un tema prediletto, egli afferma che il Vescovo è innanzitutto il “predicatore” per eccellenza; come tale egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti. Un’efficace azione pastorale richiede poi che egli conosca i destinatari e adatti i suoi interventi alla situazione di ognuno: Gregorio si sofferma ad illustrare le varie categorie di fedeli con acute e puntuali annotazioni, che possono giustificare la valutazione di chi ha visto in quest’opera anche un trattato di psicologia. Da qui si capisce che egli conosceva realmente il suo gregge e parlava di tutto con la gente del suo tempo e della sua città.
Il grande Pontefice, tuttavia, insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto. Per questo il capitolo finale della Regola è dedicato all’umiltà: “Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere”. Tutte queste preziose indicazioni dimostrano l’altissimo concetto che san Gregorio ha della cura delle anime, da lui definita “ars artium”, l’arte delle arti. La Regola ebbe grande fortuna al punto che, cosa piuttosto rara, fu ben presto tradotta in greco e in anglosassone. 
 
I Lettura:  La speranza cristiana è « materialista » - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Paolo presenta le sue credenziali alla comunità di Colossi che non aveva fondata direttamente e che non lo conosceva personalmente (2,1).
E si presenta come « apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio »: l’autorità apostolica non gli proveniva causalmente dalla volontà popolare o dalla stessa organizzazione sociale della Chiesa, ma direttamente da Dio prima del consenso del popolo. Questo parrebbe confermare il verticalismo organizzativo della Chiesa, ma, in realtà, è proprio il contrario. Paolo, come il secondo vangelo, si adopera assai perché, all’interno delle comunità cristiane, i dirigenti non adottino un atteggiamento di « sostituti » di Gesù. Gesù è sempre l’unico che può chiamare e convocare senza dare spiegazioni, così che il fatto che gli apostoli siano tali per vocazione divina non comporta assolutamente un atteggiamento autocratico e tirannico. E la ragione profonda è che Dio chiama a un « servizio» attivo alla comunità. Quindi, i chiamati non possono esercitare il loro servizio a danno delle necessità, delle esigenze e dei desideri della comunità che servono.
Il ringraziamento con cui Paolo comincia praticamente la sua lettera testimonia il suo ottimismo riguardo al problema impostato nella comunità di Colossi. Egli è sicuro che la trilogia - fede, speranza e amore - ha radici molto profonde nella comunità di Colossi.
La « fede in Cristo Gesù» non comporta, in questo caso, che l’oggetto della fede sia Cristo, poiché in tal caso avrebbe usato la formula « eis Christón » (cf 2,5), ma si riferisce alla fede che hanno coloro che seguono Cristo, coloro che sono « in Cristo ».
« La carità verso tutti i santi » si riferisce direttamente all’amore al prossimo (cf Rm 13,8-10).
« La speranza che vi attende nei cieli » è qui, come in Rm 8,24-25, non tanto l’atto di speranza quanto piuttosto l’oggetto sperato, l’oggetto della speranza cristiana: la vita eterna nel regno di Dio.
Ma l’elemento a prima vista più sconcertante è che questa speranza è presentata come causa o motivo della Fede e dell’amore: «in vista della speranza ». Molti, a cominciare dai Padri greci, hanno fatto acrobazie per dimostrare che l’amore è disinteressato. Crediamo però che il senso letterale, ben inteso, dica semplicemente che la fede e l’amore dei colossesi non sono campati in aria né fondati su una suggestione dell’immaginazione senza un solido sostegno, come potevano dire i nuovi eretici. Fede e amore hanno invece un fondamento granitico, la colossale architettura del regno di Dio, futuro ora e lontano, ma, in qualche modo, già reso presente dalla sicurezza d’una ferma speranza.
È curioso che siano stati i greci - imbevuti di astrazione platonica - quelli che hanno compreso questa dimensione realistica e persino « materialista » della speranza cristiana.
 
Salmo 51 (52): Il giusto, sarà verdeggiante come un olivo, poiché rimarrà nella “casa di Dio”, cioè la Chiesa, e confiderà sempre nel Signore: “confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre”.
Il salmista conosce la fedeltà di Dio, come Dio ha sempre aiutato i giusti, e come lui stesso è stato aiutato e ne rende grazie a Dio. Egli spera in lui e, lungi dall’avere una fede chiusa nel privato, dichiara che di questa sua speranza ne darà testimonianza davanti ai fedeli di Dio. (Fonte Perfetta Letizia).
 
Vangelo
È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città;
per questo sono stato mandato.
 
Gesù, dopo aver guarito la suocera di Pietro, guarisce molti ammalati e ossessi imponendo ai demoni, come ai miracolati e perfino agli apostoli (cfr. Mc 1,25.34.44; 3,12; 5,43; 7,36; 8,26.30; 9,9), una consegna di silenzio sulla sua identità messianica che sarà tolta solo dopo la sua morte (Cf. Mt 10,27). Per la Bibbia di Gerusalemme, poiché «il popolo si faceva una idea nazionalista e guerriera del Messia, molto diversa da quella che Gesù voleva incarnare, gli occorreva usare molta prudenza, almeno in terra d’Israele (cf. Mc 5,19), per evitare spiacevoli equivoci sulla sua missione (cfr. Gv 6,15; Mt 13,13)». Questa consegna del “segreto messianico” è presente sopra tutto nel Vangelo di Marco: non è una tesi artificiosamente inventata dagli evangelisti come alcuni hanno preteso; risponde invece a un atteggiamento storico di Gesù, benché gli evangelisti, e in modo particolare Marco, ne abbiano fatto un tema su cui amano insistere.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,38-44
 
 In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.
 
Parola del Signore.
 
Il racconto della guarigione della suocera di Simone nel Vangelo di Luca assume un significato che va al di là del puro fatto di cronaca. Il terzo evangelista, infatti, «sottolinea la forza [con il verbo minacciò la febbre, lo stesso usato per indicare la scacciata del demonio] e l’istantaneità [con l’espressione Alzatasi all’istante], oltre alla gravità della malattia [era afflitta da una grande febbre]: egli perciò la considera come un potente esorcismo di Gesù, sempre impegnato nella lotta non solo contro Satana, ma anche contro le conseguenze del peccato [in questo caso contro la malattia]» (Carlo Ghidelli, Luca). La lotta contro Satana è una idea forza che troviamo diffusamente nei Vangeli. San Giovanni, quasi a sintetizzare la missione di Gesù, afferma che Egli è «apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8). Il racconto evangelico è attraversato da un crescendo di emozioni, di entusiasmo e di buoni sentimenti, almeno da parte della folla che non si stanca di ascoltare il Maestro e dei molti ammalati che assediano la casa dove Egli è ospite per ottenere la guarigione fisica. Si passa dalla entusiasta accoglienza nella sinagoga alla guarigione della suocera di Pietro; dalla guarigione di molti ammalati «affetti da varie malattie» alla liberazione di indemoniati e ossessi fino a raggiungere il culmine con il tentativo delle folle di trattenere Gesù “perché non andasse via”. Ma su questo entusiasmo arriva una risposta a dir poco sconcertante e inattesa: Egli deve andar via, deve mettersi in cammino, non può essere ostaggio di pochi: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». Con questa nota sembra che Luca abbia intenzione di mettere in evidenza l’andare di Gesù di villaggio in villaggio. Egli è stato mandato per andare e dedicarsi alla salvezza dei Giudei e dei pagani: «per questo Egli è venuto». Egli è venuto a chiamare i peccatori (cfr. Mc 2,17), a cercare la pecora perduta (cfr. Lc 14,4-6) e a dare «la propria vita in riscatto per molti» (cfr. Mc 10,45). La vita di Gesù è una vita girovaga senza riposo e senza un tetto sotto il quale ripararsi (cfr. Mt 8,20), uno stile di vita che i discepoli devono saper imitare. Sul suo esempio, Egli vuole che i suoi discepoli siano decisi ad abbracciare questo stile di vita intessuto di povertà e di precarietà, pronti nell’abbandonare affetti, case e parentele varie per mettersi al suo seguito (cfr. Mt 8,21-22). Un distacco totale che contrassegna la sequela cristiana.
 
Malattia. Detlev Dormeyer / Anton Grabner: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la  malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla  malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una  malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss).
b) Anche nel AT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia  provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia  sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia  con i suoi  prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
Io sono il Signore che ti guarisco (Is 60,16): «Entrato nella casa di Pietro, il Signore e Salvatore nostro guarì col solo contatto della sua mano la suocera di lui ammalata gravemente, ed in questo prodigio mostrò di essere l’autore di ogni sanità, l’autore della medicina celeste, che nel passato aveva parlato a Mosè dicendo: “Io sono il Signore che ti guarisco” [Is 60,16]. Ma in questo, poiché donò la guarigione col contatto della mano, fu segno non di impotenza ma di grazia. In realtà, anche se precedentemente aveva guarito il paralitico soltanto con una parola, senz’altro facilmente avrebbe potuto anche ora fare scomparire le febbri con una parola, ma attraverso il contatto della sua mano mostrò il dono della sua benevolenza e si manifestò come colui del quale era stato scritto: “Per il contatto della sua mano presto ridona la sanità”, poiché capiamo che è stato adempiuto in questa stessa opera. Immediatamente, infine, per il contatto della mano del Signore, la febbre scomparve, la guarigione ritorna con la fede alla credente, egli che scruta i reni e il cuore [degli uomini] dona i benefici della sanità, e quelle cose di cui bisognava per il servizio altrui, e restituita alla salute precedente, cominciò in persona a servire il Signore. Per queste prodigiose azioni senza dubbio si approva chiaramente la divinità del Cristo.» (Cromazio di Aquileia, In Matth., Tract., 40,1-4).
 
Il Santo del Giorno - 3 Settembre 2025 - San Gregorio Magno: Nacque verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e alla morte del padre Gordiano, fu eletto, molto giovane, prefetto di Roma. Divenne poi monaco e abate del monastero di Sant’Andrea sul Celio. Eletto Papa, ricevette l’ordinazione episcopale il 3 settembre 590. Nonostante la malferma salute, esplicò una multiforme e intensa attività nel governo della Chiesa, nella sollecitudine caritativa, nell’azione missionaria. Autore e legislatore nel campo della liturgia e del canto sacro, elaborò un Sacramentario che porta il suo nome e costituisce il nucleo fondamentale del Messale Romano. Lasciò scritti di carattere pastorale, morale, omiletico e spirituale, che formarono intere generazioni cristiane specialmente nel Medio Evo. Morì il 12 marzo 604. (Avvenire)

O Signore, che ci nutri di Cristo, pane vivo,
nella festa di san Gregorio [Magno], formaci alla scuola di Cristo maestro,
perché conosciamo la tua verità e la viviamo nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore
perché conosciamo la tua verità e la viviamo nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore