27 Settembre 2025
 
San Vincenzo de’ Paoli, Presbitero
 
Zc 2,5-9.14-15a; Salmo Responsoriale Ger 31,10-12b.13; Lc 9,43b-45
 
 
Colletta
O Dio, che per il servizio ai poveri e la formazione
dei tuoi ministri hai ricolmato di virtù apostoliche
il santo presbitero Vincenzo [de’ Paoli],
fa’ che, animati dal suo stesso spirito,
amiamo ciò che egli ha amato
e mettiamo in pratica i suoi insegnamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Messaggio alla Famiglia Vincenziana 27 Settembre 2017): San Vincenzo de Paoli ha vissuto sempre in cammino, aperto alla ricerca di Dio e di sé. In questa costante ricerca si è inserita l’azione della grazia: da Pastore, ebbe un folgorante incontro con Gesù Buon Pastore nelle persone dei poveri. Ciò avvenne, in modo particolare, quando si lasciò toccare dallo sguardo di un uomo assetato di misericordia e dai volti di una famiglia bisognosa di tutto. Lì avvertì lo sguardo di Gesù che lo scuoteva, invitandolo a non vivere più per sé stesso, ma a servirlo senza riserve nei poveri, che San Vincenzo avrebbe poi chiamato «signori e padroni» (Correspondance, entretiens, documents, XI, 393). La sua vita si trasformò così in un tempo di servizio fino all’ultimo respiro. Una parola della Scrittura gli aveva trasmesso il senso della sua missione: «Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (cfr Lc 4,18).
Infiammato dal desiderio di far conoscere Gesù ai poveri, si dedicò intensamente all’annuncio, specialmente attraverso le missioni al popolo, e curando in maniera particolare la formazione dei sacerdoti. Egli attuava con naturalezza un “piccolo metodo”: parlare prima di tutto con la vita e poi con grande semplicità, in modo colloquiale e diretto. Lo Spirito fece di lui uno strumento che suscitò uno slancio di generosità nella Chiesa. Ispirato dai cristiani delle origini, che erano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), San Vincenzo fondò le “Carità”, perché ci si prendesse cura dei più bisognosi vivendo in comunione e mettendo a disposizione i propri beni con gioia, nella certezza che Gesù e i poveri sono il tesoro prezioso, e che, come amava ripetere, «quando vai dai poveri incontri Gesù».
Questo “granello di senape”, seminato nel 1617, ha fatto germogliare la Congregazione della Missione e la Compagnia delle Figlie della Carità, si è ramificato in istituti e associazioni, è divenuto un grande albero (cfr Mc 4,31-32): la vostra Famiglia. Ma tutto è cominciato da quel granello di senape: San Vincenzo non volle mai essere un protagonista o un trascinatore, ma un “piccolo seme”. Era convinto che l’umiltà, la mansuetudine e la semplicità sono condizioni essenziali per incarnare la legge del seme che dà la vita morendo (cfr Gv 12,20-26), quella legge che, sola, rende la vita cristiana feconda, quella legge per la quale si riceve donando, ci si trova perdendosi e si splende quando non si appare. Ed era pure convinto che tutto questo non si può fare da soli, ma insieme, nella Chiesa, nel Popolo di Dio. Mi piace al riguardo ricordare la sua profetica intuizione di valorizzare le straordinarie capacità femminili, affiorate nella finezza spirituale e nella sensibilità umana di Santa Luisa de Marillac.
 
I Lettura: È una solenne dichiarazione d’amore da parte di Dio verso il popolo d’Israele, il quale non sarà più provato dalla guerra, dalla cattività, ma vivrà nella pienezza della gioia perché il Signore viene ad abitare in mezzo ad esso.
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Gli Evangelisti presentano la missione di Gesù alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio. Un discorso che risulta ostico agli stessi Apostoli. È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,43b-45
 
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 44 Voi mettete bene in mente...; letteral.: nelle orecchie; questo richiamo all’attenzione, che soltanto Luca ricorda, non va riferito al vers. precedente (come se i discepoli dovessero prestare molta attenzione alle espressioni di meraviglia del popolo oppure alle opere che Gesù aveva compiuto e che tutti ammiravano), bensì al seguente che contiene la predizione delle sofferenze del Maestro. Questa ci sembra la soluzione migliore, anche se non è condivisa da tutti gli studiosi. Luca intende porre in risalto questa importante profezia che sembra essere in contrasto con ciò che i fatti possono far pensare di Gesù. Il suo pensiero va parafrasato nel modo seguente: non vi lasciate ingannare dalla viva ammirazione che tutti hanno per il Maestro, perché lo attende una morte umiliante e dolorosa. Sarà dato nelle mani degli uomini; il testo della profezia è notevolmente più conciso di quello dei passi paralleli; con molta probabilità tale concisione dipende dal fatto che l’autore non amava ripetersi aggiungendo ulteriori particolari (uccisione e risurrezione; cf. Lc., 9, 22). L’espressione «sarà dato nelle mani degli uomini» che non ricorre nel testo della prima profezia (cf. Lc., 9, 22) è piena di senso, poiché nel linguaggio biblico il detto «cadere nelle mani degli uomini» significa la sorte dolorosa e crudele di una persona abbandonata da Dio e lasciata al potere degli uomini, cioè alla violenza ed all’arbitrio di essi.
45 Ma essi non comprendevano questo annunzio; contrariamente alla sua abitudine l’evangelista qui osserva che i discepoli non capirono «questa parola», secondo la traduzione letterale del testo greco, cioè la profezia della passione. A Luca interessa segnalare che la incomprensione dei discepoli era voluta misteriosamente da Dio e rientrava in un piano provvidenziale (rimaneva velato alle loro menti, perché non ne avvertissero il senso). Il rilievo ha un accento giovanneo, poiché richiama il modo misterioso in cui si esprime il quarto evangelista. I discepoli, nel momento attuale, non erano maturi, né sufficientemente illuminati per valutare l’importanza della passione nell’economia della salvezza; per ora bastava ad essi l’aver avuto il preannunzio delle sofferenze che dovrà subire il loro Maestro, poiché nel momento voluto da Dio i discepoli, richiamandosi queste parole, ne comprenderanno il pieno senso e ne apprezzeranno il valore profetico (cf. Lc., 24, 32, 44-45). Ed essi temevano di interrogarlo; l’annunzio della passione appariva loro cosi carico di mistero che i discepoli non osarono chiederne la spiegazione.
 
La croce, segno del cristiano J. Audusseau e X. Léon-Dufour: 1. La croce di Cristo. - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11,8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli e quella del maestro. Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10,33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23,34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12,26).
2. La vita crocifissa. - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3,1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2,19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6,14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3,18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano. - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6,6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2,1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1Piet 2,21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6,6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6, 14). 
 
Il significato teologico della croce - Franco Giulio Brambilla: A partire dal senso che Gesù ha attribuito alla sua morte, i Vangeli sinottici, Paolo e il Vangelo di Giovanni non faranno altro che rileggere questo significato ricuperando le grandi immagini dell’Antico Testamento: la morte di Gesù è la “redenzione”, il “sacrificio”, il “riscatto”. La morte sulla croce manifesta un’eccedenza che rivela una Verità più profonda di ciò che appare. Sono tre gli aspetti che definiscono il senso profondo della morte in croce: essa rivela definitivamente chi è Gesù, chi è Dio e il destino dell’uomo.
Anzitutto, la morte di croce dice chi è Gesù: egli si rivela come colui che e completamente rivolto verso il Padre (cfr. Gv 1,18). L’abbandono fiducioso a Dio sulla croce dice che Cristo si definisce per la sua relazione al Padre: egli è il Figlio. Soprattutto nel momento in cui sembra messa in discussione la sua pretesa, la sua missione, la connessione tra il suo messaggio e la sua persona, egli non si fa valere neppure col pretesto di essere il profeta ultimo, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo la violenza e il rifiuto peccaminoso degli uomini. Il rifiuto di Dio si colloca così nel cuore della sua manifestazione. Ciò, però, non sconvolge il disegno di Dio, ma Dio assume, perdona, salva dal di dentro la stessa negazione degli uomini. Dio non scambia il peccato degli uomini con l’innocenza di Cristo. Dio, il Padre, assume questo rifiuto, lo porta su di sé; mandando il Figlio, viene egli stesso come il Padre suo, e lo stabilisce come luogo del perdono e della riconciliazione.
In secondo luogo, la morte di croce manifesta e comunica chi è DIO. La verità di Dio è la verità stessa della carità di Dio. La dedizione insuperabile e senza condizioni con cui Gesù si affida al Padre rivela che Dio è colui che è rivolto all’uomo, a cui comunica la sua vita stessa, donandogli il suo bene più prezioso: il Figlio suo (Rm 8,32). La struggente attesa di Israele di vedere il volto di Dio, di entrare nell’intimità della sua alleanza, nella Croce è svelata sul volto sfigurato di Gesù morente, proprio nel momento e nell’evento che è il frutto del suo più radicale rifiuto.
Infine, la donazione di Dio a Gesù e in Gesù agli uomini è il “luogo” del perdono, della riconciliazione, che supera dal di dentro lo stesso rifiuto di Dio e tutte le forme che lo rappresentano, la non comunione, l’abbandono, il tradimento, l’inimicizia, la violenza e, alla fine, la stessa morte. Gesù muore per tutti, nel duplice senso di “a causa” e di “a vantaggio” del peccato degli uomini, perché portandolo in sé lo riconcilia nel luogo stesso della sua negazione. Forse solo qui può trovare risposta la domanda: perché la Passione e la Croce di Gesù? Perché una morte così? La sofferenza, il dolore, la Croce, sono il prodotto del rifiuto di Dio, la conseguenza della sua negazione da parte della libertà umana. E il Padre in Cristo vi passa attraverso (e lo Spirito li tiene uniti nella massima separazione), supera il peccato dal di dentro, ricupera la libertà nel suo punto più intimo. Dio non salva automaticamente, non guarisce magicamente. Egli ricupera la libertà facendola ritornare a ritroso, ed è noto quanto sia oneroso ricostruire una libertà ferita. Fin nel cuore dell’uomo, fin nelle profondità di tutta l’umanità, dal primo uomo fino alla fine dei tempi.
 
Due modi di portare la croce - Gregorio Magno, Predica per la festa di un santo martire: In due modi portiamo la croce del Signore: quando con la rinuncia domiamo la carne e quando, per vera compassione del prossimo, sentiamo i suoi bisogni come fossero nostri. Chi soffre personalmente quando il prossimo è ammalato, porta la croce del Signore. Ma si sappia bene: vi sono alcuni uomini che domano con gran rigore la loro carne non per la volontà di Dio, ma solo per futile vanagloria. E ve ne sono altri, e molti, che hanno compassione del prossimo non in modo spirituale, ma solo carnale; e questa compassione non è in loro virtù, ma piuttosto vizio, per la loro esagerata tenerezza. Tutti costoro sembra che portino la croce del Signore, ma essi non seguono il Signore. Per questo la Verità dice rettamente: «Chi non porta la mia croce e mi segue, non può essere mio discepolo». Infatti, portare la croce e seguire il Signore significa rinunciare completamente ai piaceri carnali e avere compassione del prossimo per vero zelo della beatitudine. Chi fa ciò solo con fine umano, porta la croce, ma non segue il Signore.
 
Il Santo del Giorno - 27 Settembre 2025 - Vincenzo de Paoli. Dare voce a chi è ai margini: ecco la missione dei cristiani - Non ci sono scuse: ai cristiani è affidata la missione di prendersi cura dell’umanità ferita, abbandonata, emarginata, privata di tutto. E fu questo lo stile di vita di san Vincenzo de’ Paoli, che ci ha lasciato in eredità una famiglia di persone impegnate accanto agli ultimi. Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581, da giovane era stato guardiano dei porci. Fu ordinato sacerdote a 19 anni e nel 1605, mentre era in viaggio da Marsiglia a Narbona fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Nel 1607 venne liberato dal suo stesso «padrone», che grazie a lui si era convertito al cristianesimo. Arrivò quindi a Roma e poi a Parigi: divenne parroco nel 1612 nei pressi della città, dedicandosi in particolare ai bisognosi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che divennero poi gli animatori della Chiesa francese. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e, insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633). Diceva ai sacerdoti di San Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto». Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Matteo Liut)
 
Nutriti dei sacramenti del cielo,
umilmente ti preghiamo, o Padre:
come l’esempio di san Vincenzo [de’ Paoli]
ci sprona a imitare il tuo Figlio,
venuto a evangelizzare i poveri,
così la sua intercessione sempre ci soccorra.
Per Cristo nostro Signore.