26 Settembre 2025
Venerdì della XXV Settimana T. O.
Ag 1,15b-2,9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 42 (43); Lc 9,18-22
Colletta
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Udienza Generale 30 Novembre 2011): Guardando alla preghiera di Gesù, deve sorgere in noi una domanda: come prego io? come preghiamo noi? Quale tempo dedico al rapporto con Dio? Si fa oggi una sufficiente educazione e formazione alla preghiera? E chi può esserne maestro? Nell’Esortazione apostolica Verbum Domini ho parlato dell’importanza della lettura orante della Sacra Scrittura. Raccogliendo quanto emerso nell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, ho posto un accento particolare sulla forma specifica della lectio divina. Ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un’arte, che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono, che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra; soprattutto, la continuità e la costanza sono importanti. Proprio l’esperienza esemplare di Gesù mostra che la sua preghiera, animata dalla paternità di Dio e dalla comunione dello Spirito, si è approfondita in un prolungato e fedele esercizio, fino al Giardino degli Ulivi e alla Croce. Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio. Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, possiamo aiutare altri a percorrerla: anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini.
Cari fratelli e sorelle, educhiamoci ad un rapporto con Dio intenso, ad una preghiera che non sia saltuaria, ma costante, piena di fiducia, capace di illuminare la nostra vita, come ci insegna Gesù. E chiediamo a Lui di poter comunicare alle persone che ci stanno vicino, a coloro che incontriamo sulla nostra strada, la gioia dell’incontro con il Signore, luce per la nostra l’esistenza.
I Lettura: L’anno secondo del re Dario, il ventuno del settimo mese, è l’anno 520 avanti Cristo, il mese di settembre, e la parola di Dio, per bocca del profeta Aggeo, risuona nei cuori degli israeliti: coraggio … coraggio …, il popolo d’Israele e le sue guide sono stanchi, avviliti per le tante difficoltà, sfiduciati, tentati di abbandonare tutto, ma la parola di Dio è stimolo, forza, sostegno, e sopra tutto apre nuove vie: Ancora un po’ di tempo e io scuoterò il cielo e la terra ... La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace.
Per trovare la pace e la gioia è necessario percorrere le vie di Dio, che non sempre sono le vie degli uomini.
Vangelo
Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto.
Il Figlio dell’uomo ..., questo titolo è spesso usato nel Nuovo Testamento e Gesù amava riferirlo a stesso, sopra tutto per rivelare che il suo il messianismo dovrà passare attraverso la sofferenza, il rifiuto da parte dei sinedriti, le guide spirituale del popolo eletto, l’agonia dell’Orto, il dolore dei chiodi, la morte cruenta sulla Croce. Le parole profetiche di Gesù sulla sua passione sono un annuncio terrificante che i discepoli non comprendono e non vogliono accettare. Nell’Orto degli Ulivi anche Gesù sembra vacillare, è sul punto di rifiutare la morte spaventosa su una croce, ma il deve, forte imperativo risuonando nel suo cuore lo apre alla obbedienza amorosa della volontà del Padre: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,18-22
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Parola del Signore.
Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare - Nel Vangelo di Luca la preghiera segna i momenti più salienti della vita di Gesù, i momenti appunto delle grandi decisioni o delle esperienze particolarmente significative. I discepoli sono con Gesù e a loro rivolge la domanda: «le folle, chi dicono che io sia?». La stessa domanda era risuonata nel cuore di Erode Antipa: «Il tetrarca Erode... non sapeva cosa pensare, perché alcuni dicevano “Giovanni è risorto dai morti”, altri “È apparso Elia”, e altri ancora: “È risorto uno degli antichi profeti”. Ma Erode diceva: “Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?”» (Lc 9,7-9). Le stesse risposte vengono suggerite dai discepoli al Maestro. Comunque, non erano risposte campate in aria perché avevano solide basi scritturistiche. L’attesa del profeta Elia era fondata su un testo del profeta Malachia (3,23). Rapito al cielo (Cf. 2Re 2,11-13), secondo molti, Elia doveva ritornare prima che giungesse il giorno grande e terribile del Signore per convertire il cuore dei padri verso i figli ed il cuore dei figli verso i padri. Gesù, dal canto suo, aveva spiegato che Elia era ritornato e apparso nella persona di Giovanni Battista (Cf. Mt 11,14).
Allo stesso modo, secondo Dt 18,15.18, Israele era in attesa del Profeta sulla cui bocca avrebbe trovato le parole del Signore: «A lui darete ascolto... Io gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò».
Ma voi, chi dite che io sia: Pietro, facendosi portavoce dei discepoli, con la sua professione di fede viene a dare una risposta esauriente e definitiva alla domanda cruciale posta contemporaneamente da Gesù e dal tetrarca di Galilea: «il Cristo di Dio».
La professione di fede di Pietro è presente sia in Matteo (16,13-20) che in Marco (8,27-30), ma con sfumature diverse.
«Pietro riconosce Gesù come “il Cristo di Dio”: si ha una definizione della messianicità [”Cristo” è la traduzione greca dell’ebraico “Messia”, cioè “consacrato”] di Gesù, con una forza maggiore rispetto a Marco che ha solo “il Cristo”, ma con una gradazione minore rispetto a Matteo, che già parla di “Figlio del Dio vivente”. Le diversità tra i vangeli si spiegano tenendo conto che le parole di Pietro esprimono la fede di tutti i credenti: in esse si riflettono le formule usate per la professione di fede nelle comunità degli evangelisti» (La Bibbia, Via Verità e Vita, San Paolo). Ma al di là delle diversità, la confessione di Pietro riferita da Luca è di grande importanza e segna una svolta decisiva nella vita terrena di Gesù: mentre «la folla si smarrisce nei suoi pensieri sul conto di lui allontanandosene sempre di più, i suoi discepoli riconoscono per la prima volta in maniera esplicita che egli è il Messia (Cf. Lc 2,26). Ormai Gesù dedica i suoi sforzi a formare questo piccolo nucleo dei primi credenti e a purificare la loro fede» (Bibbia di Gerusalemme).
Gesù accoglie la risposta di Pietro: non rifiuta il titolo di Messia, ingiunge ai discepoli di non parlarne alla gente per evitare ogni equivoco intorno alla sua Persona e annuncia apertamente, per la prima volta, la sua passione, forse per correggere errate conclusioni degli stessi discepoli. Una virata a trecentosessanta gradi. Il Messia non salverà il suo popolo fomentando rivoluzioni o arruolando combattenti ben agguerriti, ma con la sua passione, morte e risurrezione.
Il Figlio dell’uomo ..., è spesso usato nel Nuovo Testamento e Gesù amava riferirlo a stesso, «ora per descrivere le sue umiliazioni (Mt 8,20; 11,19; 20,28), soprattutto quelle della passione (Mt 17,22, ecc.), ora per annunziare il suo trionfo escatologico della risurrezione (Mt 17,9), del ritorno glorioso (Mt 24,30) e del giudizio (Mt 25,31). Questo titolo infatti, di sapore aramaico e che in origine significa «uomo» (Ez 2,1), per l’originalità della locuzione attirava l’attenzione sull’umiltà della sua condizione umana; ma nello stesso tempo, applicato da Dn 7,13 e in seguito dall’apocalittica giudaica (Enoch) al personaggio trascendente, d’origine celeste, che riceve da Dio il regno escatologico, esso suggeriva, in maniera misteriosa ma sufficientemente chiara (Cf. Mc 1,34; Mt 13,13), il carattere del suo messianismo» (Bibbia di Gerusalemme).
Il messianismo di Gesù passerà attraverso la sofferenza, il rifiuto da parte dei sinedriti, le guide spirituale del popolo eletto, l’agonia dell’Orto, il dolore dei chiodi, la morte cruenta sulla Croce. Queste parole di Gesù sono da paragonare ad un annuncio sconvolgente sopra tutto perché precedute da quel deve che doveva suonare nel cuore dei discepoli al pari di una bestemmia. Lo attesta oltre tutto il rimprovero che Pietro muove a Gesù, così come è riferito dall’evangelista Matteo (16,22).
Tu sei il Cristo: Giovanni Paolo II (Omelia, 22 Ottobre 1978): Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “… perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede. Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.
La preghiera di Cristo - Giuseppe Barbaglio (Preghiera Schede Bibliche Pastorali Vol. VI): I sinottici presentano Gesù in armonia con le usanze di preghiera del suo popolo; Luca nota espressamente che Gesù si recava regolarmente nella sinagoga (Lc 4,16).
Ma i tre evangelisti, e soprattutto Luca, si interessano molto di più della preghiera di Gesù nei momenti decisivi della sua missione. Al suo battesimo, mentre si mette volontariamente in mezzo al suo popolo e si rende solidale con l’umanità peccatrice, Gesù prega e riceve l’unzione dello Spirito (Lc 3,22). Prega prima della sua missione in Galilea (Mc 1,35), prima dell’istituzione dei dodici e del «discorso inaugurale» (Lc 6,12-13). Prega ancora prima e dopo la moltiplicazione dei pani (Mc 6,41.46; Mt 14,19.23), prima della professione di fede di Pietro (Lc 9,18) e prima di insegnare il Padre nostro (Lc 11,1-2), prega in occasione della trasfigarazìone (Lc 9,28-29).
Le preghiere esplicite di Gesù, di cui possiamo conoscere il contenuto, sono relativamente rare nei sinottici. Durante il ministero pubblico, si nota solo l’azione di grazie al Padre per aver rivelato il mistero del Regno ai piccoli e averlo tenuto nascosto ai sapienti (Mt 11,25; Lc10,21) e il Padre nostro (Mt 6,9-13; Lc 11,2-4). Nella
passione, la preghiera dell’agonia è identica nei tre sinottici (Mc 14,32-36 e par), mentre la preghiera in croce è diversa: in Lc 23,46 essa suona come abbandono di sé nelle mani di Dio; in Mc 13,34 e Mt 27,46 come supplica: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» .
La preghiera di Gesù, come appare nei sinottici, è spontanea, senza necessità di sforzo; sembra essere un bisogno. Si ha anche l’impressione che sia incessante. Vien sottolineata specialmente la preghiera di Gesù alle svolte decisive del suo ministero, per mostrare che tutta la sua azione è diretta dallo Spirito. Inviato da Dio, lo manifesta in se stesso. Ogni nuova tappa è orientata dalla sua volontà, appresa nella
preghiera.
Il tipo di ogni preghiera cristiana è quella di Gesù nel Getsemani (Mc 14,36 e par.; cf. la preghiera simile in Gv 12,27). Essa si situa nel momento supremo, quando il ministero di Gesù si conclude col trionfo dei suoi avversari. Umanamente, questa tragedia significa l’insuccesso e l’umiliazione. Davanti a questa prospettiva, la volontà umana di Cristo si oppone alla volontà di Dio, che ha voluto una fine simile per il suo messia. La volontà umana tenta di liberarsi, di rendersi indipendente da Dio: «Allontana da me questo calice», questo destino! Ma la conclusione della preghiera di Gesù - e di ogni preghiera - è che Dio prevalga sulla volontà umana: «Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi». Al termine della preghiera, è la volontà di Dio a dirigere, a informare la volontà dell’uomo; Dio prende pos esso dell’uomo che si è sottomesso a lui completamente, e lo trasforma a sua immagine. Nell’ultimo attimo della sua esistenza, compiuta la volontà del Padre fin nei minimi particolari (Gv 19,30), Gesù può abbandonarsi definitivamente a lui Lc 23,46.
Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 49: Molti sono stati chiamati “cristo” per essere stati consacrati in vario modo da Dio. Alcuni sono stati consacrati re; alcuni sono stati consacrati profeti: e tutti costoro son stati chiamati così per la loro consacrazione. Ma colui che è il Cristo di Dio Padre è uno e uno solo; questo non significa che noi siamo consacrati ma non “cristi” di Dio in quanto apparteniamo a qualche altra persona: c’è un solo Cristo perché lui e lui solo ha come suo Padre Dio che è nei cieli. Per questo, dunque il sapientissimo Pietro, confessando la fede correttamente e senza errore, disse: Il Cristo di Dio. È chiaro che Pietro si riferiva a Gesù come Dio, perché Pietro ha confessato che Gesù era l’unico Cristo di Dio, distinguendolo da coloro ai quali si può riferire in generale questo nome. Infatti anche se egli è Dio per natura ed è scaturito in modo ineffabile da Dio Padre come suo Verbo unigenito, pure si è fatto carne secondo le Scritture.
Il Santo del Giorno - 26 Settembre 2025 - Santi Cosma e Damiano. Curare il corpo significa compiere un progetto: Cosa vuol dire guarire dalle nostre ferite? Cos’è veramente la salute? Per i cristiani il corpo è un tempio, è sacro e prezioso tanto quanto l’anima, è parte della nostra identità, ci permette di essere noi stessi. Ascoltarlo significa, quindi, anche capire chi siamo veramente. Ecco perché curare il fisico significa rispondere a una vocazione e aiutare il compimento di un progetto che è “globale” e riguarda tutte le dimensioni della nostra vita. Questo il messaggio che ci arriva oggi dalle figure dei santi Cosma e Damiano, testimoni dell’antico legame tra Vangelo e medicina, tra evangelizzazione e cura. In realtà mancano dati biografici precisi, anche se il culto e la devozione hanno radici antiche. Pare fossero due gemelli che, dopo gli studi medici in Siria, esercitavano gratuitamente il loro lavoro: per questo essi si guadagnarono il soprannome di anàrgiri (una parola greca che significa “senza argento”, quindi “senza denaro”). Per Cosma e Damiano la pratica medica era anche un modo per annunciare il Risorto e il suo messaggio di speranza. Questa missione, però, li portò al martirio forse nel 303 a Cirro, nei pressi di Antiochia, durante la persecuzione contro i cristiani dell’impero attuata da Diocleziano. Il 26 settembre, forse, corrisponde alla data della dedicazione a Roma della basilica che porta il loro nome e che fu edificata da Felice IV (525-530). (Matteo Liut)
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.