25 SETTEMBRE 2025
 
GIOVEDÌ DELLA XXV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Ag 1,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 149; Lc 9,7-9
 
Colletta
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Riflettete bene sul vostro comportamento! - Papa Francesco (Omelia 23 Settembre 2021): Riflettere è ciò che il Signore invita anzitutto a fare per mezzo del profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento». Due volte lo dice al popolo (Ag 1,5.7). Su quali aspetti del proprio comportamento doveva riflettere il popolo di Dio? Ascoltiamo cosa dice il Signore: «Vi sembra questo il momento di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?» (v. 4). Il popolo, tornato dall’esilio, si era preoccupato di risistemare le sue abitazioni. E ora si accontenta di starsene comodo e tranquillo a casa, mentre il tempio di Dio è in macerie e nessuno lo riedifica. Questo invito a riflettere ci interpella: infatti, anche oggi in Europa noi cristiani abbiamo la tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle nostre sicurezze date dalle tradizioni, nell’appagamento di un certo consenso, mentre tutt’intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato.
Riflettiamo: quante persone non hanno più fame e sete di Dio! Non perché siano cattive, no, ma perché manca chi faccia loro venire l’appetito della fede e riaccenda quella sete che c’è nel cuore dell’uomo: quella «concreata e perpetua sete» di cui parla Dante (Paradiso, II,19) e che la dittatura del consumismo, dittatura leggera ma soffocante, prova a estinguere. Tanti sono portati ad avvertire solo bisogni materiali, non la mancanza di Dio. E noi di certo ce ne preoccupiamo, ma quanto ce ne occupiamo davvero? È facile giudicare chi non crede, è comodo elencare i motivi della secolarizzazione, del relativismo e di tanti altri ismi, ma in fondo è sterile. La Parola di Dio ci porta a riflettere su di noi: proviamo affetto e compassione per chi non ha avuto la gioia di incontrare Gesù oppure l’ha smarrita? Siamo tranquilli perché in fondo non ci manca nulla per vivere, oppure inquieti nel vedere tanti fratelli e sorelle lontani dalla gioia di Gesù?
Su un’altra cosa il Signore, tramite il profeta Aggeo, chiede al suo popolo di riflettere. Dice così: «Avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati» (v. 6). Il popolo, insomma, aveva quanto voleva, e non era felice. Che cosa gli mancava? Ce lo suggerisce Gesù, con parole che sembrano ricalcare quelle di Aggeo: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, […] ero nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42-43). La mancanza di carità causa l’infelicità, perché solo l’amore sazia il cuore. Solo l’amore sazia il cuore. Chiusi nell’interesse per le proprie cose, gli abitanti di Gerusalemme avevano perso il sapore della gratuità. Può essere anche il nostro problema: concentrarsi sulle varie posizioni nella Chiesa, su dibattiti, agende e strategie, e perdere di vista il vero programma, quello del Vangelo: lo slancio della carità, l’ardore della gratuità. La via di uscita dai problemi e dalle chiusure è sempre quella del dono gratuito. Non ce n’è un’altra. Riflettiamoci.
 
Prima Lettura: Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): Se volessimo riassumere in qualche modo la situazione riflessa nella presente lettura, potremmo dire semplicemente così: l’ignavia di fronte al problema religioso.
Il popolo e i suoi dirigenti avevano certamente le loro ragioni, e non si erano dimenticati di Yahveh e dei suoi interessi riflessi nella ricostruzione del tempio. ma l’atteggiamento del popolo è che vi è ancora tempo, che non è ancora giunto il momento opportuno.
La risposta e 1’atteggiamento di Aggeo sono estremamente curiosi, se paragonati con quelli dei profeti dell’esilio o anteriori all’esilio. Per quelli, la cosa importante era la religione del cuore, l’interiorità. Gerusalemme con le sue mura e il tempio col suo culto non avevano più valore perché e si avevano sfigurato il senso della loro presenza, ritenendoli quali amuleti e feticci. Improvvisamente, Aggeo torna a concentrare tutta l’attenzione del popolo intorno al tempio.
Un tempio presentare come simbolo orientatore. Se pensassero a Yahveh, penserebbero anche alla casa di Yahveh; ma essi pensano solo alle loro case, perché pensano solo a se tessi. Ecco le loro case, probabilmente costruite e rese più decenti - non crediamo che si possa dire abbellite - con legname trasportato dal Libano per la ricostruzione del tempio! Le loro case, essi: e Dio?
«Non è ancora venuto il tempo», dicono. Non sarà tutto il contrario se si tiene conto delle esigenze divine espresse nel prime comandamento del decalogo?
Ebbene, «dice il Signor degli eserciti: riflettete bene al vostro comportamento». La situazione non era punto allegra. Da vari anni, avevano raccolti disastrosi. Si era fatta sentire la necessità, l’indigenza e quasi la penuria nel mangiare, nel bere, nel vestire, in tutto. II profeta interpreta questi avvenimenti secondo la teologia della rigida retribuzione. Se una vita giusta e buona merita benedizione, le calamità che subiscono e la mancanza di benedizione sono la migliore testimonianza d’una vita in disaccordo con la volontà di Yahveh, d’una vita di negligenza e d’incipiente corruzione morale, che Aggeo vede simboleggiata nella trascuratezza delle opere del tempio.
Per conseguenza. come segno di compiacenza divina, devono riprendere con urgenza l’opera della ricostruzione del tempio. Allora, Yahveh mostrerà la sua gloria e la sue benedizioni verranno sulle terre e sulle loro vite.
Sebbene la mentalità sia ristretta e le aspirazioni assai limitate, il nuovo ordine di valori proposto dal profeta costituisce un principio base nella religione rivelata. Gesù ce lo ricorderà con insistenza: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date, in aggiunta» (Mt 6,33). Questo universalismo evangelico, fu preparato da quel nazionalismo aperto del profeta Aggeo.
 
Vangelo
Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
 
Carlo Ghidelli (Luca): Erode e Gesù: Lc ci ha informati circa l’arresto di Giovanni il battezzatore (3,19s) e circa i rapporti tra Giovanni in carcere e Gesù impegnato nella predicazione (7,18-35). Ora perciò Le omette il racconto della condanna del Battista, perché sostanzialmente ne ha già parlato e, forse, anche per una sua tendenza a tralasciare fatti troppo scandalosi o scene troppo violente e passionali: ancora una volta Lc ci si presenta come lo scriba mansetudinis Christi (Dante). L’intenzione di questo brano è certamente quella di preparare l’incontro di Erode con Gesù (23,8-12): lo sta ad indicare l’osservazione di 9c e cercava di vederlo. Il confronto tra Gesù e Giovanni (v. 7) ci fa sospettare che la predicazione di Gesù, all’inizio, assomigliasse molto a quella del Battista. Per il confronto con Elia cfr anche 1,17; 9,28-36; 19,38. Al v. 9 Lc, diversamente da Mc, non attribuisce ad Erode la convinzione che Giovanni è risorto in Gesù: è troppo inverosimile che un uomo, così scettico ed impregnato di cultura ellenistica, abbia condiviso quella credenza popolare. Emerge così la vera personalità di Erode, il cui desiderio di vedere Gesù va interpretato non come espressione di fede, ma solo di curiosità (23,8) o di malizia (13,31): pertanto il tentativo fatto da Lc di attutire, o addirittura, abbellire il dramma non riesce a fuorviare la nostra intelligenza dei fatti e delle persone. Per Lc Erode diventa il paradigma di coloro che pur desiderosi di vedere non riescono a «vedere» (= credere). A costoro Gesù risponde non con un miracolo ma con un invito alla penitenza (cfr 11,29ss).
Gesù rimane un enigma per coloro che lo cercano solo per curiosità (cfr 4,23 e Gv 6,30; 12,37.40). Solo coloro che accostano Gesù con fede «vedono» i suoi miracoli nel loro vero significato e, finalmente «vedono» Gesù (cfr 9,27; 13,35 e Gv 11,40). Come non riconoscere in questo una grossa affinità tra Lc e Gv?
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,7-9
 
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
 
Parola del Signore.
 
Erode e Gesù - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 7 Il tetrarca Erode udì tutto quello che accadeva; l’insegnamento, i miracoli, la missione svolta dagli inviati di Cristo avevano suscitato dell’entusiasmo nella folla ed avevano fatto giungere la fama del Maestro agli orecchi di Erode Antipa; tuttavia sulla popolarità del Salvatore circolavano nel popolo le voci più discordanti che Luca, contrariamente a Matteo e Marco, fa giungere fino al tetrarca, causando in questo dell’inquietudine e della perplessità. L’evangelista ritocca notevolmente le espressioni dei testi paralleli degli altri Sinottici (cf. Mt., 14,1-2; Mc., 6,14-16) dando al racconto un suo sviluppo personale. «Tetrarca»: titolo più esatto di quello usato da Marco («re»; cf., Mc., 6,14), poiché ad Erode Antipa non fu riconosciuto da Roma l’appellativo di re, ma quello di tetrarca (capo di una quarta parte del territorio). Ed era molto perplesso; osservazione psicologica determinata dalle circostanze, come queste sono presentate dallo storico; Luca infatti, facendo giungere al tetrarca i vari apprezzamenti che circolavano sul conto di Gesù, doveva anche segnalare la reazione psicologica che essi suscitavano nella mente di Erode. L’imperfetto διηπόρει (δι-α-πορέω, verbo composto da διά: da ogni parte; ἀ-πορος: senza via) sintetizza tutto un atteggiamento psicologico; infatti il verbo διαπορέω (sono incerto da ogni parte mi volgo) significa perplessità nel giudizio, ansietà interiore, irrisolutezza nell’agire. Giovanni è risorto da morte; probabilmente questa voce circolava tra i discepoli di Giovanni Battista ai quali l’opera del loro maestro sembrava incompiuta.
versetto 8 È riapparso Elia; Marco ha semplicemente: «è Elia»; Luca si spiega meglio (cf. commento a Mc., 6,15). È da ritenere che questo giudizio esprima la convinzione di alcuni gruppi interamente presi dall’aspettativa messianica; in questi ambienti si riteneva che la venuta del Messia doveva essere preparata da Elia, ridisceso in terra. Uno degli antichi profeti è risuscitato; l’espressione in Luca è più forte di quella di Marco («è un profeta come uno dei profeti»; Mc., 6,15); l’epoca dei profeti sembrava chiusa da secoli; per questi tempi difficili si attendeva la risurrezione di uno tra i grandi profeti del lontano passato.
versetto 9 Chi è dunque costui del quale sento dire tali cose? L’evangelista si distacca sensibilmente dal testo di Marco («Giovanni che ho fatto decapitare; è lui che è risorto»; Mc., 6,16), perché esprime ancora il dubbio che aveva il tetrarca («Chi è dunque costui...?») e soprattutto afferma chiaramente che Erode non condivideva l’opinione che il Battista fosse risorto, perché lo aveva fatto decapitare. E cercava di vederlo; rilievo che soltanto Luca trasmette con l’esplicito intento di stabilire un nesso con quanto egli narrerà più avanti (cf. Lc., 23,8).
 
Don Dolindo Ruotolo (Nuovo Testamento - I Quattro vangeli): Siccome gli apostoli in questa loro prima missione fecero molte guarigioni, si determinò certamente un movimento popolare in tutti i luoghi dove andarono, e questo giunse agli orecchi di Erode. Il tetrarca però non si preoccupò tanto degli apostoli, quanto di Gesù annunziato da essi. Questa circostanza ci fa capire con quanta fedeltà ed entusiasmo gli apostoli dovettero parlare del Maestro divino. I miracoli che essi operavano, li riferivano a Lui, ed i paesi dove si recavano risuonavano del nome di Lui, fra grandi benedizioni.
Erode, che per la stessa sua astuzia e per timore di perdere il regno, vigilava su tutti, come succede nei regimi autoritari e tiranni, s’informò da parecchie persone ed in diversi modi chi fosse Gesù. Le risposte che ebbe erano disparate, e quella che diceva che fosse Giovanni Battista risorto da morte, gli sembrò addirittura assurda, essendo egli certo di averlo fatto decapitare. Per lui, perfido, impuro e materialista, era inconcepibile che un decapitato potesse rivivere. Rimase, perciò, ancora più preoccupato, e cercava di vedere Gesù, ma voleva farlo senza dargli importanza. È questa la ragione per la quale godette molto quando Pilato nei giorni della Passione lo mandò a lui. Egli riuscì a vederlo allora, perché era il momento del potere delle tenebre, ed egli era tutto tenebre di delitti e d’iniquità, ma non poté ascoltare da Lui alcuna parola, perché non ne era capace.
Il Signore non si fa trovare da chi lo cerca per vana curiosità o per male animo, né va alle persone che non accolgono la sua parola; per cercare Gesù e trovarlo bisogna essere pentiti, penitenti e puri, e correre a Lui per averne la vita. Quanti cuori traviati, come Erode, sentono parlare di Gesù in vario modo, e vogliono darsene conto, ma solo come una curiosità storica, ed attingono le loro cognizioni da fonti falsate, restando sempre più confusi!
 
Erode è preso dalla paura: “Osserva quanto sia grande la virtù, perché ha paura del Battista anche dopo la sua morte e, per effetto di tale paura, pensa alla risurrezione. [...] Così sono le anime irrazionali: spesso recepiscono un miscuglio di passioni opposte. Luca afferma che la gente diceva: Costui è Elia a Geremia a uno degli antichi profeti; Erode invece ha parlato così, come se dicesse qualche cosa di più saggio degli altri. E verosimile che in precedenza, di fronte a coloro che dicevano che quello era Giovanni - molti infatti lo dicevano -, lo negasse e, con orgoglio e facendosene un vanto, dicesse: «Io l’ho fatto uccidere». Marco e Luca affermano che egli diceva: Io ho fatto decapitare Giovanni [Mc 6,16; Lc 9, 9]. Ma poi, diffusasi questa fama, anche lui dice lo stesso della gente. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48,2).
 
Il Santo del Giorno - 25 Settembre 2025 - San Cleofa. Uno sguardo e un volto che accendono cuore e animaQuando a sera voltiamo lo sguardo alle nostre spalle spesso abbiamo la sensazione di non aver raccolto nulla dalla nostra giornata. Ma poi un gesto, una parola, un volto illuminano il nostro tempo e donano un senso nuovo alle cose. E così piano piano la delusione lascia lo spazio all’emozione e all’entusiasmo. Il sogno che si stava spegnendo al tramonto torna a risplendere, grazie all’incontro con un viso che ci ricorda chi siamo perché siamo capaci di amare davvero. Fu questa l’esperienza dei due discepoli di Emmaus, che sul fare della sera se ne andavano da Gerusalemme, dalla città che aveva loro mostrato un futuro diverso, forse perduto con la morte del Maestro. Uno di loro era Cleofa, che per la tradizione era il padre di Giacomo il Minore, di Giuseppe e di Simone. Quando uno straniero si avvicinò chiedendo loro di cosa stessero parlando, Cleofa si stupì che quell’uomo non avesse sentito la notizia della morte di Gesù. E fu a quel punto che il viandante cominciò a spiegare loro le Scritture, toccando i loro cuori. Decisero quindi di invitarlo a fermarsi e, una volta a tavola, fu nel gesto di spezzare il pane che i due riconobbero Gesù. La loro sorpresa li spinse a condividere con gli altri quell’esperienza straordinaria. La gioia di quell’incontro li aveva resi testimoni di quell’autentico amore che infiamma il cuore e accende l’anima. (Matteo Liut)
 
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.