22 Settembre 2025
Lunedì XXV Settimana T. O.
Esd 1,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 125 (126); Lc 8,16-18
Colletta
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
«Comportatevi come i figli della luce» (Ef 5, 8): per realizzare una svolta culturale - Evangelium vitae 95: «Comportatevi come i figli della luce... Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre» (Ef 5, 8.10-11). Nell’odierno contesto sociale, segnato da una drammatica lotta tra la «cultura della vita» e la «cultura della morte», occorre far maturare un forte senso critico, capace di discernere i veri valori e le autentiche esigenze.
Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell’uomo; nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti. L’urgenza di questa svolta culturale è legata alla situazione storica che stiamo attraversando, ma si radica nella stessa missione evangelizzatrice, propria della Chiesa. Il Vangelo, infatti, mira a «trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità»; è come il lievito che fermenta tutta la pasta (cf. Mt 13,33) e, come tale, è destinato a permeare tutte le culture e ad animarle dall’interno, perché esprimano l’intera verità sull’uomo e sulla sua vita.
Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita all’interno delle stesse comunità cristiane. Troppo spesso i credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni comportamenti inaccettabili. Dobbiamo allora interrogarci, con grande lucidità e coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi. Con altrettanta chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità. Nello stesso tempo, dobbiamo promuovere un confronto serio e approfondito con tutti, anche con i non credenti, sui problemi fondamentali della vita umana, nei luoghi dell’elaborazione del pensiero, come nei diversi ambiti professionali e là dove si snoda quotidianamente l’esistenza di ciascuno.
I Lettura: Il libro di Esdra, pur abbracciando la storia abbastanza lacunosa del popolo dal ritorno dall’esilio, contiene il decreto col quale Ciro permette agli esuli il ritorno e la riedificazione del tempio.
Il primo ritorno degli esuli si compì sotto la guida di Shesbassar a cui Ciro consegna anche i vasi del tempio asportati da Nabucodonosor (1, 5-11).
L’avvenimento “è raccontato con l’occhio penetrante delle fede, per cui i grandi della terra non sono che strumenti di Dio. Ciro in particolare (cf Is 41,1 ss; 45,1 ss). Si tratta infatti di un evento grandioso della storia della salvezza, di un nuovo esodo, di cui la riedificazione del tempio sarà il grande segno” (Messale dell’Assemblea Cristiana Feriale).
Vangelo
La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Carlo Ghidelli (Luca): Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso: l’insegnamento di questa breve parabola, in sintesi, è questo: Gesù con la sua predicazione è venuto ad accendere una lucerna e la luce che si sprigiona non può rimanere nascosta. E tanto meno è Gesù a volerla tenere nascosta (si avverte qui il contrasto con il punto di vista di Mc per il quale la predicazione di Gesù nasconde, per il momento, qualcosa, un mistero - cfr 4,22 e in genere il tema generale del suo vangelo, il tema del segreto messianico): anzi Gesù vuole che quella luce illumini coloro che entrano nella casa (il v. 17b trova certamente il suo miglior commento in Lc 11,33-36). Luca ha presente una casa greco-romana: dal centro della casa ogni cosa viene illuminata e tutti quelli che vi entrano trovano questo spettacolo di luce. “niente di occulto... nulla di segreto (cfr anche 12,2): anche per Luca Gesù è un mistero, ma per lui non è necessario creare un alone di mistero attorno al mistero stesso, né la rivelazione del mistero va concepita come una iniziazione al mistero. Al contrario, il mistero di Gesù ha in sé una forza congenita che lo spinge alla rivelazione (cfr Lc 2,32).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,16-18
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce.
Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 16 Nessuno accende una lampada per coprirla con un vaso; Luca dà una intonazione diversa da Marco all’immagine della lampada che fa seguire immediatamente alla spiegazione della parabola del seminatore e la interpreta come un ammonimento rivolto ai discepoli. La dottrina racchiusa nelle parabola del seminatore ed illustrata nei particolari descrittivi dal commento che Gesù stesso ne ha fatto è paragonata ad una luce che deve diffondere i suoi raggi benefici nel campo religioso illuminando tutti quelli che essa raggiunge con il suo splendore; ciò equivale a dire che la dottrina di Cristo non deve rimanere una luce occultata e segreta, ma una luce ben esposta ed aperta a tutti. «Con un vaso»: immagine più chiara di quella parallela usata da Marco (per metterla sotto il moggio). L’intera proposizione lucana appare più fluida di quella di Marco, 4, 21. Il terzo evangelista riporta lo stesso vers. con qualche variante in un altro contesto (cf. Lc., 11, 33) ed in parallelismo con Mt., 5, 15.
17 Nulla di segreto che non debba essere conosciuto e divulgato; si accentua il carattere pubblico ed universale della dottrina evangelica; l’insegnamento di Cristo non è riservato a pochi iniziati soltanto, quasi fosse un insegnamento esoterico, ma è per tutti. Il detto non si trova in contrasto con quanto è stato affermato a proposito dell’insegnamento di Gesù per mezzo delle parabole (cf. Lc., 8, 10, 12), perché esso considera una nuova fase della predicazione evangelica. Se il Maestro è ricorso alle parabole per proporre in forma velata le verità concernenti il suo regno, egli lo ha fatto perché l’uso delle parabole s’imponeva come metodo didattico transitorio, richiesto dalle circostanze e soprattutto dalla impreparazione del popolo a capire ed accogliere l’idea di un regno messianico spirituale e trascendente. Giungerà il tempo in cui non saranno più necessarie queste misure precauzionali; allora il Salvatore non avrà bisogno di ricorrere alle parabole, ma parlerà in modo aperto e senza immagini. Lo stesso pensiero ritorna in Lc., 12, 2 e Mt., 10, 26.
18 Ponete quindi attenzione al modo con cui ascoltate! In Marco, 4, 24 questo ammonimento è preceduto da una formula introduttiva («ed egli disse loro») che Luca omette per non spezzare l’unità della esortazione. Il monito è rivolto ai discepoli che, con queste parole, sono richiamati a considerare il compito che dovranno svolgere in futuro; essi infatti sono destinati a far risplendere nel mondo la luce della dottrina evangelica che hanno ascoltata dalla viva voce del Maestro; per questo motivo essi, presentemente, devono prestare viva attenzione a ciò che ascoltano per afferrarne pienamente l’esatto significato. A chi ha sarà dato etc.; il detto è rivolto ai discepoli e per essi non può avere che un senso coerente con gli ammonimenti che precedono. I discepoli devono sforzarsi di prestare attenzione e di riflettere sugli insegnamenti di Gesù, perché la riflessione darà loro una intelligenza più penetrante ed approfondita della dottrina del Maestro. Ad essi quindi che hanno già ricevuto una nozione iniziale del messaggio evangelico la riflessione apporterà una conoscenza più chiara e più vasta del medesimo; di conseguenza i discepoli, per questo loro sforzo ed apporto personale, avranno di più, cioè raggiungeranno una conoscenza piena ed esauriente della dottrina di Cristo. Al contrario a chi non ha (cioè: a chi non ha posto attenzione all’insegnamento evangelico e non vi ha riflettuto) sarà tolto anche ciò che crede di avere, vale a dire quelle nozioni iniziali sul regno di Dio. Luca attenua il contrasto tra le due parti della proposizione scrivendo «a chi crede di avere»; Marco invece dice semplicemente: «a chi ha». Il detto ricorre ancora in Lc., 19, 26 (cf. Mt., 13,12; 25,29).
Cristo, luce del mondo - André Feuillet e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Le guarigioni di ciechi (cfr. Mc 8,22-26) hanno in proposito un significato particolare, come sottolinea Giovanni riferendo l’episodio del cieco nato (Gv 9). Gesù allora dichiara: «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9,5). Altrove commenta: «Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12); «io, la luce, sono venuto nel mondo affinché chiunque crede in me non cammini nelle tenebre» (12,46). La sua azione illuminatrice deriva da ciò che egli è in se stesso: la parola stessa di Dio, vita e luce degli uomini, luce vera che illumina ogni uomo venendo in questo mondo (1,4.9). Quindi il dramma che si intreccia attorno a lui è un affrontarsi della luce e delle tenebre: la luce brilla nelle tenebre (1,4), ed il mondo malvagio si sforza di spegnerla, perché gli uomini preferiscono le tenebre alla luce quando le loro opere sono malvagie (3,19). Infine, al momento della passione, quando Giuda esce dal cenacolo per tradire Gesù, Giovanni nota intenzionalmente: «Era notte» (13,30); e Gesù, al momento del suo arresto, dichiara: «È l’ora vostra, ed il potere delle tenebre» (Lc 22,53).
Finché Gesù visse quaggiù, la luce divina che egli portava in sé rimase velata sotto l’umiltà della carne. C’è tuttavia una circostanza in cui essa divenne percepibile a testimoni privilegiati, in una visione eccezionale: la trasfigurazione. Quel volto risplendente, quelle vesti abbaglianti come la luce (Mt 17, 2 par.), non appartengono più alla condizione mortale degli uomini: sono un’anticipazione dello stato di Cristo risorto, che apparirà a Paolo in una luce radiosa (Atti 9,3; 22,6; 26,13); provengono dal simbolismo proprio delle teofanie del Antico Testamento. Di fatto la luce che risplendette sulla faccia di Cristo è quella della gloria di Dio stesso (cfr. 2Cor 4,6): in qualità di Figlio di Dio egli è «lo splendore della sua gloria» (Ebr 1,3). Così, attraverso Cristo-luce, si rivela qualcosa della essenza divina. Non soltanto Dio «dimora in una luce inaccessibile» (1Tim 6,16); non soltanto lo si può chiamare «il Padre degli astri» (Giac 1,5), ma, come spiega S. Giovanni, «egli stesso è luce, ed in lui non Ci sono tenebre» (1Gv 1,5). Per questo tutto ciò che è luce proviene da lui, dalla creazione della luce fisica nel primo giorno (cfr. Gv 1,4) fino alla illuminazione dei nostri cuori ad opera della luce di Cristo (2 Cor 4,6). E tutto ciò che rimane estraneo a questa luce appartiene al dominio delle tenebre: tenebre della notte, tenebre dello sheol e della morte, tenebre di Satana.
La lampada si pone sul candelabro: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio». Di nuovo, con queste parole, Gesù invita i suoi discepoli a condurre una vita irreprensibile, raccomandando loro di sorvegliare se stessi costantemente, poiché sono sotto gli occhi di tutti gli uomini, come atleti in uno stadio visto da tutto l’universo [1Cor 4,9]. Dichiara loro: «Non dite tra voi: ‘possiamo ora stare seduti tranquilli, siamo nascosti in un angolino del mondo’, poiché infatti sarete visibili da tutti gli uomini come una città collocata sopra un monte [Mt 5,14], come nella casa una lucerna messa sul lucerniere … Io ho acceso la luce della vostra lucerna, spetta a voi custodirla, non solo a vostro vantaggio personale, ma nell’interesse pure di quanti la scorgeranno e saranno, da essa, condotti alla verità. Le peggiori cattiverie non potranno gettare ombra sulla vostra luce, se vivrete nella vigilanza di coloro che sono chiamati a condurre il mondo intero verso il bene. La vostra vita dunque corrisponda alla santità del vostro ministero, affinché la grazia di Dio sia dovunque annunciata».” (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, 15,6).
Il Santo del Giorno - 22 Settembre 2025 - Beata Giuseppa Moscardo Montalba, Martire: Volto dell’umanità che anela alla vera pace - Agli occhi del mondo quella dei martiri - fin dai primi secoli ma ancor di più nelle epoche più recenti - è una morte senza senso. Ma per la comunità cristiana chi versa il proprio sangue per la fede è l’emblema di un’umanità che anela alla vera pace, quella di Cristo. Era per questo che “lottava” la beata Giuseppa Moscardo Montalba, martire spagnola uccisa nel 1936 ad Alzira nei pressi di Valencia. Una battaglia d’amore la sua, che si scontrò con la violenza della persecuzione, delle armi e della guerra. Nata nel 1880, crebbe alla luce del Vangelo, aderendo anche all’Azione cattolica e impegnandosi nell’apostolato e a favore delle missioni: lavorava, insomma, per la diffusione di quella verità che vince ogni ideologia. Per questo la sua opera era d’intralcio a chi in quegli anni seminava odio e morte e questo le costò la vita. (Avvenire)
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.