18 SETTEMBRE 2025
 
Giovedì XXIV Settimana T. O.
 
1Tm 4,12-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 110 [111]; Lc 7,36-50
 
Colletta
O Dio, creatore e Signore dell’universo,
volgi a noi il tuo sguardo,
e fa’ che ci dedichiamo con tutte le forze al tuo servizio
per sperimentare la potenza della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Messa nella Grotta Lourdes dei Giardini Vaticani, 18 giugno 1995): A Simone Gesù dice, riferendosi alla donna peccatrice: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato!”; ed alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”. Gesù afferma con autorità divina il perdono dei peccati. Esige allo stesso tempo il pentimento e il cambiamento di vita. Carissimi Manteniamo sempre vivo in noi il senso della fiducia nella bontà e nella misericordia di Dio. Non c’è peccato che Dio non voglia perdonare, quando si e pentiti e risoluti a non più peccare. Il pentimento della Maddalena e la parabola narrata da Gesù a Simone sono al riguardo molto ricchi di significato. Decisa, certo, deve essere la condanna del male, ma occorre comprensione e pazienza verso colui che pecca. La liturgia ci invita così ad essere messaggeri di verità e di misericordia, di perdono e di gioia. 
 
I Lettura: José Maria Gonzalez-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica) - L’istituzione ecclesiale è già carismatica: Qui ci è data una definizione completa di quello che, nella tradizione cristiana, chiamiamo «ministero». A volte si è fatto distinzione fra i «ministeri» (in quello che hanno di «istituzionale») e i «carismi» che sarebbero come le improvvisazioni dello Spirito presente nella comunità, ai margini e persino al di sopra del «ministero istituzionale».
Qui ci è data una visione contraria. In primo luogo, il «ministero» è già di per sé un «carisma»: un carisma che è nel ministro e che gli «è stato conferito, per indicazione di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri». Solo più tardi, quando lo spirito giuridicista romano s’infiltrò nelle comunità, fu possibile arrivare a questa distinzione fra «Chiesa-istituzione» e «Chiesa-carismatica». La «istituzione ecclesiale» è tutta un carisma, un insieme di carismi che procedono dallo Spirito.
Partendo da questi presupposti, vediamo qui i due aspetti principali del ministero apostolico in seno alle comunità.
In primo luogo, il ministero - come indica il suo stesso nome - è in stretta dipendenza dalle comunità dei fedeli per le quali è stato istituito. Il ministro non dovrebbe essere una specie di paracadutista, catapultato da un cielo estraneo, imposto alla comunità dal di fuori, ma viene dato alla comunità per la sua edificazione (cf Ef 4,11-12). Egli fa corpo con la comunità e le appartiene nel senso che esiste solo per essa, per i credenti «che ascoltano».
La seconda caratteristica del ministero è definita dalla sua dipendenza dal messaggio rivelato. Al di sopra del ministro, vi è la parola di Dio che egli deve servire con tutto il suo essere.
Come vediamo, qui è tipificata l’ecclesiologia del NT in modo concreto e plastico.
La Chiesa è - deve essere - sempre in questo equilibrio dinamico fra l’istituzione e il carisma, così che la sua istituzionalizzazione non cessi mai d’essere carismatica e i carismi non diventino un esplosivo deterrente.
Forse il modo di ottenere questo equilibrio dinamico si trova in questi scritti tardivi del NT: le comunità erano già abbastanza organizzate, non erano ancora state contaminate dalla «società civile», e quindi conservavano tutta la purezza del meccanismo costruttivo.
A Timoteo è dato il consiglio opportuno: «vigila su te stesso». La Chiesa ha dedicato troppo tempo a vigilare su quelli di fuori e anche su quelli dentro l’ovile, ma assai poco a vigilare sui responsabili. L’autocritica - che, in linguaggio cristiano, si chiama esame di coscienza - dovrebbe essere patrimonio essenziale e permanente dei responsabili della Chiesa a titolo tanto maggiore quanto più alto è il loro grado nella gerarchia delle responsabilità ecclesiali.
 
Vangelo
Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

Javer Pikaza (Vangelo secondo Luca)Tutto il vangelo è una dimostrazione di questo messaggio: Gesù offre il perdono di Dio agli uomini che sono lutti debitori insolventi. Fra questi si trovano il fariseo e la prostituta. Il fariseo non si è preoccupato di accettare questo perdono: pensa che i suoi conti sono a posto, si sente pienamente in pace e, per conseguenza, non dà peso alle parole di Gesù circa il dono di Dio che cancella i peccati. Invita Gesù, ma lo fa per curiosità; in fondo non lo ama, perché non si sente peccatore né vuol essere perdonato. La donna, invece, sa di essere peccatrice; confessa davanti a Dio e davanti agli uomini che il suo debito è impagabile, e quindi si è sentita condannata. Ma ora che Gesù è giunto alla sua città e ha proclamato la sua parola di grazia universale, essa ha sentito e ha saputo di essere stata perdonata. Perciò, superando tutti i convenzionalismi, essa approfitta dell’occasione e si accosta a Gesù per dargli una prova della sua gratitudine e del suo amore. La grandezza del perdono che Dio le ha accordato è provata dalla grandezza dell’amore che questo perdono ha suscitato.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,38-50
 
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
 
Parola del Signore.
 
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi … - Benedetto Prete (I Quatto Vangeli): Con tono compiaciuto il Salvatore descrive gli atti di devozione compiuti sulla sua persona dalla donna innominata, la cui presenza aveva indotto Simone a pensare che Gesù non fosse profeta. I gesti riconoscenti della peccatrice pentita, elencati parallelamente a quelli che Simone avrebbe dovuto compiere in onore dell’invitato indicano gli aspetti concreti che il Maestro intendeva illustrare con la parabola dei due debitori. Gesù rileva il forte contrasto esistente tra gli atti generosamente compiuti dalla donna e le omissioni in cui è incorso il fariseo che lo aveva invitato nella sua casa. Con tale contrasto tuttavia il Maestro non intende rimproverare Simone e quasi farlo arrossire davanti ai commensali, perché non aveva fatto un’accoglienza calda e munifica ad un ospite ragguardevole come era Gesù, ma vuole semplicemente metter in evidenza la profonda e attiva riconoscenza che la peccatrice perdonata manifestava verso di lui. Evidentemente questo modo di illustrare le cose non risponde al nostro, né tiene presente la suscettibilità che può avere un lettore moderno davanti ad una immagine nella quale non si rispetta il giusto equilibrio delle parti, come è il caso della parabola dei due debitori, dove sembra a prima vista che il Salvatore per esaltare la generosa riconoscenza della peccatrice rimproveri ed umilii il fariseo per l’accoglienza che gli ha fatto, accoglienza che, pur non festosa, è stata tuttavia sinceramente cordiale. Il parallelismo dei vari elementi ricordati nella parabola non è stato rigorosamente rispettato (cf. vers. 46: tu non mi hai unto il capo con l’olio; ella invece mi ha unto i piedi con profumo; si ha il capo da una parte, ed i piedi dall’altra), tuttavia la mancata rispondenza di essi serve ad accentuare maggiormente l’amore dimostrato dalla donna; infatti l’ungere i piedi con aromi è un segno di maggiore deferenza di quello dell’ungere il capo con l’olio. Ella invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi (vers. 45); alcuni codici invece di εἰσῆλθον (sono entrato) leggono εἰσῆλθεν (è entrata); questa forma è seguita anche dalla Volgata (haec autem ex quo intravit...); la lettura variante probabilmente è dovuta al fatto che il testo primitivo sembrava eccessivo; secondo la traduzione data, la scena ebbe luogo all’inizio del banchetto.
 
Gesù ed i peccatori - Stanislas Lyonnet (Dizionario di Teologia Biblica): a) Fin dall’inizio della catechesi sinottica vediamo Gesù in mezzo ai peccatori. Egli infatti è venuto per essi, non per i giusti (Mc 2, 17). Servendosi del vocabolario giudaico dell’epoca, egli annunzia loro che i loro peccati sono «rimessi». Non già che, assimilando in tal modo il peccato ad un «debito», anzi, usandone talvolta il termine (Mt 6, 12; 18, 23 ss), egli intenda suggerire che esso poteva essere perdonato con un atto di Dio che non avrebbe richiesto la trasformazione dello spirito e del cuore dell’uomo. Al pari dei profeti e di Giovanni Battista (Mc 1, 4), Gesù predica la conversione, un mutamento radicale dello spirito che ponga l’uomo nella disposizione di accogliere il favore divino, di lasciarsi manovrare da Dio: «Il regno di Dio è vicino: pentitevi e credete alla buona novella» (Mc 1, 15). Per contro, dinanzi a chi rifiuta la luce (Mc 3, 29 par.) o immagina di non aver bisogno di perdono, come il fariseo della parabola (Lc 18, 9 ss), Gesù rimane impotente.
b) Perciò, come già i profeti, egli denunzia il peccato dovunque si trovi, anche in coloro che si credono giusti perché osservano le prescrizioni di una legge esterna. Infatti il peccato è dentro il cuore, donde «escono i disegni perversi: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, frodi, lascivia, invidia, diffamazione, orgoglio, stoltezza; sono tutte queste cose cattive che escono dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7, 21 ss par.). E questo perché egli è venuto «a portare a compimento la legge» nella sua pienezza, ben lungi dall’abolirla (Mt 5, 17); il discepolo di Gesù non può accontentarsi della «giustizia degli scribi e dei farisei» (5, 20); senza dubbio la giustizia di Gesù si riduce in definitiva al solo precetto dell’amore (7, 12); ma il discepolo, vedendo agire il suo maestro, conoscerà a poco a poco quel che significhi «amare» e correlativamente ciò che è il peccato, rifiuto d’amore.
c) Lo conoscerà specialmente sentendo Gesù che gli rivela l’inconcepibile misericordia di Dio per il peccatore. Pochi passi del NT meglio della parabola del figliuol prodigo o piuttosto del padre misericordioso (Lc 15, 11 ss), così vicina d’altronde all’insegnamento profetico, manifestano in qual senso il peccato è un’offesa di Dio e quanto sarebbe assurdo concepire un perdono di Dio che non comportasse il ritorno del peccatore. Al di là dell’atto di disobbedienza che si può supporre - benché il solo fratello maggiore vi faccia allusione per opporlo alla sua propria obbedienza (v. 29 s), ciò che ha «contristato» il padre è la partenza del figlio suo, la volontà di non essere più figlio, di non più permettere al padre di amarlo efficacemente: ha «offeso» il padre privandolo della sua presenza di figlio. Come potrebbe «riparare» questa offesa se non col suo ritorno, accettando nuovamente di essere trattato come un figlio? Perciò la parabola sottolinea la gioia del padre. Escluso un simile ritorno, non si potrebbe concepire alcun perdono; o meglio, il padre aveva perdonato da sempre; ma il perdono non raggiunge efficacemente il peccato del figlio se non nel ritorno e mediante il ritorno di questi.
d) Ora questo atteggiamento di Dio nei confronti del peccato, Gesù lo rivela ancor più mediante i suoi atti che mediante le sue parole. Non soltanto accoglie i peccatori con lo stesso amore e la stessa delicatezza del padre della parabola (ad es. Lc 7, 36 ss; 19, 5; Mc 2, 15 ss; Gv 8, 10 s), a rischio di scandalizzare i testimoni di una simile misericordia, incapaci di comprenderla come lo era stato il figlio maggiore (Lc 15, 28 ss). Ma agisce direttamente contro il peccato: trionfa, per primo, di Satana al momento della tentazione; durante la vita pubblica strappa già gli uomini a questo potere
d) Ora questo atteggiamento di Dio nei confronti del peccato, Gesù lo rivela ancor più mediante i suoi atti che mediante le sue parole. Non soltanto accoglie i peccatori con lo stesso amore e la stessa delicatezza del padre della parabola (ad es. Lc 7, 36 ss; 19, 5; Mc 2, 15 ss; Gv 8, 10 s), a rischio di scandalizzare i testimoni di una simile misericordia, incapaci di comprenderla come lo era stato il figlio maggiore (Lc 15, 28 ss). Ma agisce direttamente contro il peccato: trionfa, per primo, di Satana al momento della tentazione; durante la vita pubblica strappa già gli uomini a questo potere del demonio e del peccato che è costituito dalla malattia e dalla possessione (cfr. Mc 1, 23), inaugurando in tal modo la funzione del servo (Mt 8, 16 s), in attesa di «dare la propria vita in riscatto» (Mt 10, 45) e di «spargere il suo sangue, il sangue dell’alleanza, per una moltitudine in remissione dei peccati» (Mt 26, 28).
 
C’e misericordia per chiunque la vuole - Nilo di Ancira, Epist., 4, 39: Se, quando ancora non eri, il Signore fece sì che ci fossi ora, che ci sei, sebbene putrido di peccati, rifatti, ed egli potrà ancora, dopo averti rigettato, utilizzarti per tante altre cose. Questo vuole il Signore, purché ci sia la tua volontà: non c’è infatti nessun delitto, che non venga estinto dalle salutari lacrime della penitenza; e questo lo comprenderai più facilmente se mediterai su quel potente amo del Signore, che ripescò un pubblicano nella sua infinita miseria e del fango ne fece oro e uno scrittore del divino Vangelo (Mt 9,9). Per qual motivo poi volle salvare una donna a tutti notissima? (Lc 7,37). Perché ancora volle fare un ladro degno del paradiso? (Lc 23,43). Perché cambiò dei maghi incantatori in ottimi messaggeri della sua venuta? Per pietà di te si sedette a mangiare con pubblicani e peccatori, desiderando la loro conversione. Perché insegnò perfino ai bestemmiatori e persecutori del suo Nome a celebrarlo con inni (At 9,1s) e li avviò a trattare di teologia, ad esporre il loro capo per la verità e li indusse a vivere non più per se stessi ma solo per Dio, e a menare qui in terra una vita angelica e a stimare nulla e danno tutto ciò che si vede? E come trasse alla luce coloro che stavano seppelliti nella corruzione e li esortò a odiare il peccato e li spinse a liberarsi da ogni iniquità e li ridusse a una condotta casta e pia e affidò loro i tesori dei misteri divini? Ripensando a queste cose, mio caro, scaccia ogni idea di disperazione, non dare ascolto alla tentazione del diavolo, fatti coraggio, prega, rianima gli altri e te stesso. Non ti stancare di ricordare a te stesso che sei uomo e che Dio non odia gli uomini, li ama e per noi è morto. Abbiamo il Signore e Salvatore Gesù Cristo, medico eccezionale delle anime e dei corpi, padrone di ogni malattia anche inguaribile, accessibile a tutti gli uomini, capace di ridurre qualunque malvagità. Perciò, coraggio, o anima deturpata da mille peccati e degna di una punizione eterna.

Il Santo del Giorno - 18 Settembre 2025 - Giuseppe da Copertino. Illetterato, mistico e religioso divenne guida e maestro - Ciò che possediamo, i nostri carismi, le nostre abilità sono dei doni, che vanno messi a servizio di un bene più grande, quello della comunità. E così fece san Giuseppe da Copertino, illetterato, mistico e religioso, che divenne una guida per le donne e gli uomini del suo tempo. Giuseppe Maria Desa era nato il 17 giugno 1603 a Copertino (Lecce) e aveva dovuto abbandonare la scuola a causa della povertà e della salute cagionevole. Alcuni ordini religiosi, presso i quali si era presentato, lo rifiutarono per la sua “poca letteratura”, ma alla fine venne accettato dai Cappuccini, dove rimase per un anno. Dopo essere stato dimesso per “inettitudine”, infatti, divenne terziario e inserviente nel conventino della Grotella. Con impegno e costanza riuscì a farsi ordinare sacerdote. Le sue esperienze mistiche, assieme alla sua vita di preghiere e penitenze, oltre ad alcuni segni prodigiosi, come la levitazione. A tutto ciò si aggiunse il dono della scienza infusa, tanto che a lui si rivolgevano anche i teologi: tutto ciò accrebbe la sua fama di santità. Per questo, anche su decisione del Sant’Uffizio, fu trasferito di convento in convento fino ad arrivare a quello di San Francesco a Osimo: qui morì il 18 settembre 1663. È santo dal 1767. (Avvenire)
 
La forza del tuo dono, o Signore,
operi nel nostro spirito e nel nostro corpo,
perché l’efficacia del sacramento ricevuto
preceda e accompagni sempre i nostri pensieri e le nostre azioni.
Per Cristo nostro Signore.