17 SETTEMBRE 2025
Mercoledì XXIV Settimana T. O.
1Tm 3,14-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 110 [111]; Lc 7,31-35
Colletta
O Dio, creatore e Signore dell’universo,
volgi a noi il tuo sguardo,
e fa’ che ci dedichiamo con tutte le forze al tuo servizio
per sperimentare la potenza della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
La Parola e la Sapienza - Catechismo degli Adulti [297] Con riferimento alla cultura giudeo-ellenistica, largamente imbevuta di tradizione biblica sulla parola di Dio e sulla divina sapienza, il Vangelo di Giovanni presenta Gesù in modo originale come “il Verbo (la Parola)”.
Inesauribile efficacia, secondo l’Antico Testamento, possiede la parola di Dio, che conduce la storia degli uomini, crea e governa l’universo. A sua volta la divina sapienza abita dall’eternità accanto a Dio ed è artefice di tutte le cose: «È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova» (Sap 7,26-27).
I Lettura: José Maria Gonzalez-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Il «mistero» è Gesù. Questo brano della lettera costituisce, per così dire, il midollo della sua più profonda teologia. Come sempre nel NT, l’ecclesiologia corre parallela alla cristologia. La Chiesa, infatti, è «la casa di Dio». Qui, «casa» ha un significato di struttura vitale e umana più che di allusione topografica. In quel tempo i cristiani non avevano ancora costruito «templi» speciali per destinarli a luoghi di culto. In 1Cor 3,9, è detto che i cristiani sono «la casa che Dio edifica», e la lettera agli Efesini dà come meta della vita cristiana «l’edificazione del corpo di Cristo». (cf Ef 2,21; 4,12-16).
Su questa struttura ecclesiale è basata la sovrastruttura della «verità». Qui «verità» non ha il senso astratto proprio della filosofia greca, ma il senso più concreto che si riscontra in tutto il NT, quello di «autenticità».
Questa «autenticità» consiste fondamentalmente nel riconoscere «il mistero della pietà». Non si tratta d’una ricerca puramente razionale o scientifica, ma dell’accettazioni della parola di Dio, una parola che è anteriore a ogni ragionamento umano. È «il mistero della pietà».
Questo «mistero», più che un insieme di verità astratte, è una realtà storica, plasmata in una persona tangibile, Gesù. Così si spiega come la parola «mystérion» che, in greco, è di genere neutro, sia seguita da un relativo di genere maschile: Gesù è il mistero.
Il mistero-Gesù ha una traiettoria storica: «manifestato nella carne», cioè la realtà di Gesù di Nazaret così come fu conosciuta dai suoi contemporanei e immediatamente narrata alla posterità. «Giustificato nello Spirito»: sebbene fosse «carne» (totale condizione umana), Gesù visse come avvolto nello «spirito», che è la presenza di Dio. Non si tratta, come avviene sempre nel NT, della contrapposizione platonica «corpo-anima». «Carne» vuol dire tutto l’uomo nella sua condizione mortale; e «spirito» si riferisce ancora a questo uomo totale, ma in quanto assunto dalla realtà soprannaturale che lo eleva verso mete insospettate dalla mente. Questo era Gesù: un uomo totale, assunto totalmente dallo Spirito.
«Apparso agli angeli»: anteriore a ogni manifestazione di Dio.
«Annunziato ai pagani»: non si tratta del messia «nazionale» che attendevano i giudei di visuale limitata.
«Creduto nel mondo»: attraverso le comunità Gesù era già oggetto di fede in buona parte del mondo.
«Assunto nella gloria»: la risurrezione continua a essere una credenza fondamentale in quelle comunità della fine del secolo.
In una parola, il «mistero» è sempre una serie di avvenimenti storici, dinamici e non un insieme di verità astratte e codificate,
Vangelo
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.
Alla maniera di fanciulli capricciosi che respingono tutti i giochi che si offrono loro, i giudei rigettano tutte le sollecitazioni di Dio, sia la penitenza di Giovanni Battista sia la condiscendenza misericordiosa di Gesù.
Ma a dispetto della cattiva volontà degli uomini, il sapiente disegno di Dio si realizza e si manifesta non ai sapienti, ma ai semplici: “In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza»” (Lc 10,21).
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli: “I figli della sapienza, cioè di Dio sovranamente sapiente [cfr. Pr 8,22], riconoscono e accolgono le opere di Dio” (Bibbia di Gerusalemme).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,31-37
In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
Parola del Signore.
A chi posso paragonare la gente di questa generazione? - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 31 A chi dunque paragonerò io gli uomini di questa generazione? Questa formula, come pure la seguente, ricorrono spesso all’inizio delle parabole. «Gli uomini di questa generazione»: non sono tutti gli uomini che vivevano al tempo di Gesù, ma quelli che noni hanno ascoltato il Precursore, né ora ascoltano lui (cf. verss. 33-34). L’intera pericope è parallela al testo di Mt., 11,16-19.
versetto 32 Seduti in piazza; altri preferiscono dare al participio greco (καθήμενοι = seduti) il senso del corrispondente verbo ebraico (jashab) che semplicemente significa «stare» e traducono: «stando in piazza». Gridano gli uni agli altri, cioè si dicono vicendevolmente a voce alta; l’espressione di Luca è più viva di quella di Matteo («gridano agli altri»). Vi abbiamo sonato il flauto...; gli esegeti non concordano sul senso di questa parabola; secondo alcuni si tratterebbe di un disaccordo sulla scelta del gioco: un gruppo di fanciulli vorrebbe dei canti allegri accompagnati da danze, mentre l’altro desidererebbe imitare le scene di lutto accompagnate da lamentazioni. Invece secondo altri commentatori si tratterebbe di due gruppi di fanciulli di cui uno vuole che si faccia alternativamente un gioco allegro ed un gioco triste, mentre l’altro è contrario a tale proposta. In questo caso i primi, vedendo l’ostinazione dei secondi, si mettono egualmente a fare il loro gioco senza curarsi della opposizione dei compagni. Qualunque possa essere il senso preciso e circostanziato dell’immagine, si tratta sicuramente di ragazzi capricciosi e puntigliosi che non scendono ad accordi vicendevoli, dimostrando così una irriducibile caparbietà davanti ad ogni proposta.
versetto 33 La parabola riferita al versetto precedente prospetta una situazione che serve ad illustrare l’atteggiamento dei contemporanei di Gesù. L’immagine non sembra contenere degli elementi allegorici, ma stabilisce soltanto un confronto tra l’atteggiamento della «generazione» del tempo di Cristo e l’irragionevole caparbietà di quel gruppo di fanciulli.
È venuto Giovanni Battista che non mangia pane, né beve vino; Luca attenua l’espressione formulata in termini troppo assoluti da Matteo, che ha nel passo parallelo: «non mangiava, né beveva» (Mt., 11,18). Voi dite: ha un demonio; Giovanni, che conduceva una vita austera, era venuto a predicare la penitenza; gli Ebrei tuttavia, vedendo che il Battista seguiva un regime di vita tanto differente da quello degli altri, hanno detto che era un indemoniato; essi quindi non soltanto non lo hanno voluto ascoltare, ma lo hanno perfino accusato di avere un demonio.
versetto 34 È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve; dopo il Battista è apparso Gesù che non viveva austeramente come il suo Precursore, ma invitava alla gioia (indicata con l’espressione «mangia e beve»); gli Ebrei allora, dopo averlo visto ed ascoltato, non hanno mancato di accusarlo dicendogli che era un mangione, un bevone, un amico dei pubblicani e dei peccatori. In tal modo sia il Battista come «il Figlio dell’uomo», nonostante il loro differente genere di vita, non sono stati ascoltati, né seguiti dai loro contemporanei, cioè dai prevenuti ed ostinati Farisei e legisti.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli - Carlo Ghidelli (Luca): Ma la Sapienza è stata giustificata da tutti i suoi figli: per una retta interpretazione occorre tener presente: - per Sapienza si deve intendere l’azione dello Spirito Santo nelle parole e nelle opere di Gesù; - per giustificare occorre riferirsi al v. 29 e alla spiegazione sopra offerta;
- per tutti i suoi figli, probabilmente in contrasto con i figli di questa generazione del v. 31s, si devono intendere coloro che hanno accolto il messaggio del Battista ed ora prestano fede al messaggio di Gesù. I termini Sapienza e figli richiamano tutto un contesto sapienziale, quello che l’A.T. ci fa conoscere attraverso la letteratura sapienziale e che nel N.T. trova una eco più ampia nel vangelo di Giovanni. Qui, a loro modo, Luca e Matteo (il quale sostituisce opere a figli), sintetizzano il meglio del messaggio contenuto nei libri sapienziali e lo applicano alle circostanze storiche della vita di Giovanni e di Gesù. La Sapienza è innanzitutto di Dio, è Dio stesso nella sua provvidenza, nella sua volontà di salvezza, di rivelazione e di comunione. La Sapienza personificata, che «si è veduta sulla terra e ha vissuto fra gli uomini» (Ba 3,38), ora nella pienezza dei tempi «si è fatta carne ed ha abitato in mezzo a noi» (Gv 1,14): essa ormai si presenta e si propone all’uomo solo attraverso Gesù, il Verbo di Dio fatto carne. A lui è necessario prestare attenzione, ascolto e servizio; a lui l’uomo deve orientare mente, cuore e corpo; con lui e con la sua proposta di salvezza deve confrontarsi e misurarsi ogni uomo. Dall’atteggiamento che gli uomini prendono di fronte a Cristo dipende ormai il loro inserimento o la loro esclusione da quel piano che la Sapienza di Dio ha ideato, promesso ed ora realizzato. D’altro canto vi è anche una sapienza dell’uomo, anzi l’uomo può diventare figlio della Sapienza (è un semitismo per esprimere la scelta di chi si mette dalla parte della Sapienza) con la sua scelta interiore, con la sua risposta personale, con tutta la sua vita. Nell’oggi escatologico, che è segnato dalla presenza di Cristo, Sapienza di Dio, dimostrano di essere veri figli della Sapienza quanti si aprono al messaggio evangelico, riconoscendo da un lato le opere di Dio (cfr Gv 5,36; 9,4), ma soprattutto facendo l’opera di Dio (Gv 6,29) che è la fede; accogliendo, da un lato, il dono di Dio in Gesù Cristo (Gv 3,16s) e interpretando dall’altro i segni dei tempi (cfr Lc 12,56 con Mt 16,3).
La sapienza - Lisa Cremaschi: La letteratura sapienziale ha per oggetto l’arte di vivere. Un saggio sintetizza in brevi massime, parabole e proverbi i suoi consigli, frutto di un’attenta riflessione sugli eventi della vita quotidiana e sul comportamento degli uomini. Il popolo di Israele elaborò una propria letteratura sapienziale, che presenta somiglianze con il patrimonio sapienziale dei popoli del Vicino Oriente antico. Il sapiente per antonomasia nella Bibbia è Salomone, che, quando divenne re, non chiese a Dio successo e ricchezze, ma il dono della sapienza per governare il suo popolo; e Dio gli concesse “un cuore saggio e intelligente” (1Re 3,12; cfr. Sap 9,1-18). Gli sono attribuiti 3000 proverbi e 1500 poesie; sotto il suo nome furono tramandati anche i libri di Qoelet e della Sapienza, opere composte in realtà in epoca successiva. I cinque libri sapienziali (Giobbe, Proverbi, Qoelet, Siracide, Sapienza), a cui si aggiungono nella tradizione cattolica anche i Salmi e il Cantico dei cantici, furono tutti redatti dopo l’esilio pur utilizzando in parte del materiale antecedente. A una sapienza tutta umana, sul tipo di quella egiziana, la Bibbia contrappone la sapienza che viene da Dio, vittoriosa su ogni umana sapienza. Considerando la creazione, la storia, la vita degli uomini, il sapiente vi sa discernere un riflesso della sapienza di Dio (Gb 28; Pr 1-9; Sir 24; Bar 3,94,4; Sap 6-9).
In alcuni testi sapienziali la sapienza viene personificata e descritta come una realtà divina, che esiste prima della creazione (Prv 1-9; Sir 24,9), o come un soffio della potenza di Dio, un riflesso della sua luce eterna (Sap 7,25). Secondo il Siracide (composto dopo il 200 a.C.) i precetti della Torà sono un aspetto della sapienza inviata da Dio e venuta ad abitare in mezzo agli uomini.
Gesù è la sapienza. Il Nuovo Testamento riconosce in Gesù la sapienza. Non solo Gesù utilizza parabole e massime al modo dei sapienti, dona consigli per la concreta vita dell’uomo, invita ad ascoltare le sue parole ricorrendo al linguaggio proprio della sapienza (Mt 11,28; cfr. Sir 24,18), ma la sua persona stessa viene descritta come la personificazione della sapienza (cfr. Mt 12,42; Lc 7,35). Gesù è la “sapienza di Dio” (cfr 1Cor 1,24-30). Alla sapienza del mondo ( Cor 2,6; 3,19; Gc 3,15) il cristiano oppone un’altra sapienza, che viene da Dio (1Cor 2, 9-13; Gc 3,17), che è accordata ai “piccoli” (Mt 11,25), a quelli che non contano secondo la logica di questo mondo (1Cor 1,27). Ogni umana sapienza per il cristiano è illuminata, orientata dal mistero della morte e risurrezione di Cristo, dalla croce di Cristo, “scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani”; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23-24).
Basilio (Regole diffuse, Prologo): Fino a quando rimanderemo l’obbedienza dovuta a Cristo, che ci ha chiamati al suo Regno celeste? Non ci decideremo a purificarci? Non lasceremo la vita consueta per seguire fino in fondo il Vangelo?... Noi diciamo, sì, di desiderare il regno dei cieli, ma non ci curiamo di fare una vita che renda possibile ottenerlo. Anzi, senza accettare di sostenere alcuna fatica per adempiere il comando del Signore, nella stoltezza della nostra mente supponiamo di ottenere gli stessi onori di coloro che hanno resistito al peccato fino alla morte. Chi mai, quando arriva la stagione della mietitura, riesce a riempirsi il grembo di covoni se al tempo della seminagione è rimasto in casa seduto o a dormire? Chi mai può vendemmiare in una vigna che non sia stata da lui piantata e lavorata? A quelli che hanno faticato spettano i frutti; gli onori e le corone appartengono ai vincitori. Chi mai incorona l’atleta che non si è neppure spogliato per lottare contro l’avversario? E non bisogna solo vincere, ma anche gareggiare correttamente, secondo l’apostolo Paolo [2Ts 2,5]. Ciò vuol dire non trascurare neanche una minima cosa tra quelle che sono state comandate e compiere invece ogni cosa come ci è stato ordinato… Buono, si, è Dio, ma anche giusto. Ed è caratteristica di chi è giusto rendere secondo il merito, come è scritto: “Sii buono, Signore, con i buoni e con i retti di cuore; ma quelli che deviano verso i sentieri storti il Signore li porterà via insieme agli operatori d’iniquità”. Egli è misericordioso, sì, ma anche giudice: “Il Signore - è detto - ama misericordia e giudizio”. Perciò aggiunge: “Misericordia e giudizio canterò a te, Signore”. Abbiamo anche imparato chi sono coloro ai quali è riservata la misericordia: “Beati i misericordiosi, perché riceveranno a loro volta misericordia”. Vedi bene, dunque, come Dio fa uso della misericordia con un giudizio differenziato: Egli non usa misericordia senza giudicare e non giudica senza misericordia: “Misericordioso è il Signore e giusto”. Non facciamoci, quindi, un’idea di Dio a metà, e non prendiamo il suo amore per l’uomo come pretesto per la nostra trascuratezza.
Il Santo del Giorno - 17 Settembre 2025 - Ildegarda di Bingen. Così la vita spirituale e i nostri carismi contribuiscono a costruire il bene: I nostri carismi, le nostre aspirazioni e la nostra stessa vita spirituale sono veri e propri doni destinati alla costruzione del bene comune. Risorse preziose per la comunità che si fonda sulla condivisione di ciò che ognuno vive dentro di sé e nella propria esperienza esistenziale. Così funziona anche «l’edificazione della Chiesa», un’opera della quale, come ricordava Benedetto XVI, santa Ildegarda di Bingen fu testimone particolare. Il 10 maggio 2012 proprio Ratzinger estese il culto di questa mistica tedesca alla Chiesa universale e il 7 ottobre successivo la proclamò dottore della Chiesa. Nata a Bermesheim nel 1098, tra il 1147 e il 1150 vicino a Bingen, sul Reno, Ildegarda fondò il primo monastero e nel 1165 il secondo, sulla sponda opposta del fiume. Nonostante la salute cagionevole arrivò a 81 anni, vivendo un’intensa esperienza spirituale: le sue visioni furono trascritte in appunti e poi in libri. Era interpellata per consigli e aiuto da numerose personalità del tempo, come Federico Barbarossa, Filippo d’Alsazia, san Bernardo, Eugenio III. Negli anni della maturità intraprese numerosi viaggi per visitare monasteri o per predicare nelle piazze. Morì il 17 settembre 1179. La sua testimonianza, notò Benedetto XVI nelle catechesi dedicate a questa santa il 1° e l’8 settembre 2010, ricorda «come anche la teologia possa ricevere un contributo peculiare dalle donne, perché sono capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità». (Matteo Liut)
La forza del tuo dono, o Signore,
operi nel nostro spirito e nel nostro corpo,
perché l’efficacia del sacramento ricevuto
preceda e accompagni sempre i nostri pensieri e le nostre azioni.
Per Cristo nostro Signore.