12 SETTEMBRE 2021
Venerdì XXIII Settimana T. O.
1Tm 1,1-2.12-14; Sal 15 (16); Lc 6,39-42
Colletta
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede - Catechismo degli Adulti [247]: Nel suo amore sempre fedele, nella sua misericordia senza limiti, «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Lo ha mandato, uomo tra gli uomini; gli ha ispirato e comunicato il suo amore misericordioso per i peccatori, lo ha consegnato nelle loro mani, donandolo incondizionatamente, nonostante il rifiuto ostinato e omicida. L’iniziativa è del Padre: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo» (2Cor 5,19). È lui che ama per primo; è lui che per primo «soffre una passione d’amore», «la passione dell’impassibile»; è lui che infonde nel Cristo la carità e suscita la sua mediazione redentrice, da cui derivano a noi tutti i benefici della salvezza. «Questo imperscrutabile e indicibile “dolore” di Padre» suscita «l’ammirabile economia dell’amore redentivo di Gesù Cristo».
[248] Il Cristo accoglie liberamente l’iniziativa del Padre: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5,19). Condivide l’atteggiamento misericordioso del Padre, la sua volontà e il suo progetto: «Ha dato se stesso per i nostri peccati..., secondo la volontà di Dio e Padre nostro» (Gal 1,4). Si è donato agli uomini senza riserve, si è consegnato nelle loro mani, senza tirarsi indietro di fronte alla loro ostilità, prendendo su di sé il peso del loro peccato: «Uno è morto per tutti» (2Cor 5,14). Così ha vissuto e testimoniato nella sua carne la fedeltà incondizionata di Dio all’umanità peccatrice. Questa è la sua obbedienza e la sua offerta sacrificale a Dio: «Ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,2).
I Lettura: José Maria González-Ruiz - La gerarchia deve rinunziare ad ogni monopolio: L’inizio della lettera mette in evidenza un elemento essenziale in tutta l’ecclesiologia paolina: i ministeri provengono dalla volontà di Dio; la Chiesa non è una assemblea puramente democratica nella quale l’origine del ministero si debba a una semplice delegazione della comunità in favore di colui che lo esercita. Al contrario, vi sarà sempre un fatto misterioso che proviene da Dio e che è l’ultima ragione della responsabilità ecclesiale.
Quest’origine divina dei ministeri nella Chiesa non vuoi dire che i «responsabili» debbano sempre presentarsi come puri e intoccabili davanti alla comunità e a quelli di fuori. È curioso osservare che - nel caso che le pastorali fossero state redatte dopo la morte di Paolo - la figura del grande apostolo non sia stata mitizzata. Egli si presenta come il vecchio «bestemmiatore, persecutore e violento». Solo per la «grazia» di Gesù poté avvenire quel sorprendente cambiamento. Paolo si presenta come peccatore redento dal gesto gratuito di Cristo. In una comunità ecclesiale, non si dovrebbero mai udire elogi a nessun responsabile umano, per quanto sia alta la sua gerarchia: solo «al re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli».
Partendo da questa visione, non dovrebbe mai scoppiare nella comunità un conflitto gerarchia-fedeli, conflitto che, d’altra parte, diventerebbe insanabile qualora una delle due parti mirasse ad avere il monopolio sia del grano e sia della zizzania (Mt 13,24-30.36-43). Secondo la parabola evangelica, la Chiesa è il campo nel quale il grano e la zizzania sono mescolati; e la zizzania non può essere sbarbicata «prima della conclusione della storia». In tutto il NT, compaiono le gerarchie e i fedeli indistintamente paragonati al grano e alla zizzania.
Per conseguenza, in un determinato contesto nel quale le gerarchie fossero paragonate al grano e solo ai fedeli fosse attribuita la zizzania, si commetterebbe una specie di eresia pratica. Secondo l’ecclesiologia neotestamentaria, questo « monopolio del grano » in favore delle gerarchie è un errore sostanziale e un vero scandalo mortale per il popolo di Dio.
Al contrario, la reazione dei subordinati è spesso radicale e inverte i termini del monopolio. Al monopolio del grano in favore delle gerarchie succede bruscamente la pretesa della base di monopolizzare il grano e lasciare brutalmente, al vertice solo la zizzania. In una parola Paolo esorta la Chiesa intera -vertice e base - a divenire una Chiesa penitente nella quale le gerarchie diano il buon esempio, assumendo la responsabilità delle loro colpe e chiedendone sinceramente perdono, senza ipocrite parate liturgiche («ho peccato molto in pensieri, parole, opere ed omissioni»); diversamente questa «commedia cultuale», anziché una vera pratica penitenziale, sarebbe piuttosto un’espressione di orgoglio corporativo volta a difendere i propri esponenti, ostentando una specie di «santità» che non è altro se non un sacrilego «monopolio del grano».
Sotto questa luce possiamo valutare il fenomeno della «contestazione», che potrà certo essere riprovevole e anarchizzante, ma ciò non ci esime dal chiederci se non sia anche il frutto logico e naturale dell’attività monopolistica del vertice.
Fino a che quest’ultimo non confesserà, in quanto tale, i suoi peccati e i suoi errori e non rinunzierà al «monopolio del grano», non avrà la necessaria forza morale per affrontare l’arduo problema della sempre crescente « contestazione» radicale della base ecclesiale dei nostri giorni,
Vangelo
Può forse un cieco guidare un altro cieco?
Il detto sul cieco che non può guidare un altro lo troviamo anche in Matteo (15,14). Matteo lo rivolge ai farisei, guide cieche che fuorviano il popolo, Luca lo indirizza ai discepoli perché siano guide e maestri sapienti. Gesù invita i discepoli a non accusare mai nessuno, per non spartire la sorte dei farisei: Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane (Gv 9,41).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-42
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Parola del Signore.
Hugues Cousin (Luca): Luca segnala improvvisamente al suo lettore che si trova di fronte a una «parabola»: il termine invita a cercare il senso delle parole senza fermarsi alle immagini. Cominciamo col ritrovarvi il rifiuto di giudicare gli altri, poiché diversi detti isolati di Gesù sono stati raggruppati per associazione di idee. La frattura di stile provocata dal v. 39a è significativa: essa serve a dimostrare il mutamento dei personaggi verso i quali il discepolo deve mostrarsi benevolo; dopo il nemico, ecco il fratello, l’altro all’interno della comunità ecclesiale.
Ma attenzione! Non giudicare non significa mettere tutto sullo stesso piano (vv. 39-42)! Molti cristiani sono ben lontani dall’aver raggiunto l’età adulta nell’ambito della vita cristiana (cfr. lCor 3,1-3); essendo ciechi, essi non possono pretendere di guidare gli altri verso la piena luce della fede, né di criticarli. L’esistenza nella fede è una lunga preparazione alla perfezione (lasciarsi « ben formare »); alla fine, il discepolo «sarà come il maestro», il Cristo, il quale era convinto che chiunque poteva convertirsi, mutare il corso della propria vita. Che ognuno si formi alla scuola di Gesù, la cui misericordia verso i peccatori lo autorizza a guidare gli altri. D’altra parte è da ipocriti, da commedianti, esaltare una strada giusta che nemmeno noi percorriamo. Soltanto una conversione perseguita incessantemente, che sfocia in un comportamento autentico, fa uscire dalla cecità e autorizza a permettersi di correggere il comportamento degli altri.
Invitando a «far pulizia in casa propria», la parabola della pagliuzza e della trave ricorda che dobbiamo noi per primi tenere una buona condotta, se intendiamo proporla agli altri come esempio.
Cieco che inganna se stesso - Xavier Léon-Dufour: [...] l’ipocrisia è vicina all’indurimento. I «sepolcri imbiancati» finiscono per prendere come verità ciò che vogliono far credere agli altri: si credono giusti (cfr. Lc 18,9; 20,20) e diventano sordi ad ogni appello alla conversione.
Come un’attore di teatro (in gr. hypocritès), l’ipocrita continua a recitare la sua parte, tanto più che occupa un posto elevato e si obbedisce alIa sua parola (Mt 23,2 s). La correzione fraterna è sana, ma come potrebbe l’ipocrita strappare la trave che gli impedisce la vista, quando pensa soltanto a togliere la pagliuzza che è nell’occhio del vicino (7,4 s; 23,3 s)? Le guide spirituali sono necessarie in terra, ma non prendono il posto stesso di Dio quando alla legge divina sostituiscono tradizioni umane? Sono ciechi che pretendono di guidare gli altri (15,3-14), e la loro dottrina non è che un cattivo lievito (Lc 12,1). Ciechi, essi sono incapaci di riconoscere i segni del tempo, cioè di scoprire in Gesù l’inviato di Dio, ed esigono un «segno dal cielo» (Lc 12,56; Mt 16,1 ss); accecati dalla loro stessa malizia, non sanno che farsene della bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene (Lc 13,15); se osano immaginare che Beelzebul è all’origine dei miracoli di Gesù, si è perché da un cuore malvagio non può uscire un buon linguaggio (Mt 12,24.34). Per infrangere le porte del loro cuore, Gesù fa loro perdere la faccia dinanzi agli altri (Mt 23,1ss), denunziando il loro peccato fondamentale, il loro marciume segreto (23,27 s): ciò è meglio che lasciarli condividere la sorte degli empi (24,51; Lc 12,46). Qui Gesù si serviva indubbiamente del termine aramico hanefa, che nel VT significa ordinariamente «perverso, empio»: l’ipocrita può diventare un empio. Il quarto vangelo cambia l’appellativo di ipocrita in quello di cieco: il peccato dei Giudei consiste nel dire: «Noi vediamo», mentre sono ciechi (Gv 9,40).
Padre Lino Pedron: Il comandamento: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (6,36) è l’unica strada maestra per la salvezza. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un maestro falso (v.40); chi critica il male altrui, e non vede il proprio, è un ipocrita (vv.41-42).
Solo la misericordia può salvare l’uomo dal male perché è quell’amore che non tiene conto del male e lo volge in bene.
La cecità fondamentale è quella di non ritenersi bisognosi della misericordia di Dio. Cieco è il discepolo che non ha sperimentato la misericordia di Dio donatagli in Cristo. Per questo il suo agire è senza misericordia.
Il male che io condanno nel fratello è sempre una piccola cosa rispetto al male che commetto io arrogandomi il diritto di giudicarlo: tanta è la gravità del giudicare! Il vero male non è tanto il male che si compie, quanto la mancanza di misericordia che ne impedisce il riscatto. Il giudizio senza misericordia nei confronti di una colpa grave è sempre più grave della colpa stessa.
Chi critica se stesso invece degli altri, si scopre bisognoso di misericordia quanto e più degli altri. Questa misericordia gli toglie la cecità e lo rende capace di vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello.
L’unica correzione possibile è l’occhio buono del perdono e della misericordia. La trave che il discepolo deve levarsi dall’occhio è la presunzione di essere giusto. Solo chi si sente graziato e perdonato può graziare e perdonare. E sempre senza scandalizzarsi del peccato altrui, perché è sempre una pagliuzza rispetto alla trave che è nel nostro occhio.
Asterio d’Amasea, Omelia 13 (sulla conversione): Non siate, per i vostri compagni di schiavitù, dei giudici rigorosi e crudeli, nell’attesa che giunga colui che svelerà i segreti del cuori e che, con la sua potenza, darà a ciascuno il posto che gli spetta nella vita futura. Non pronunciate giudizi severi, per non essere giudicati con severità e per non essere trafitti, come da denti acuti, dalle parole. Mi sembra infatti che le parole dei Vangelo: Non giudicate, per non essere giudicati (Mt 7,1) vogliano appunto metterci in guardia da questo peccato. Con ciò non si vuole escludere la facoltà di valutare le cose con intelligenza e rettitudine: il Vangelo chiama «giudizio» una condanna troppo severa. Nei tuoi giudizi, dunque, adopera, per quanto è possibile, un peso leggero, se non vuoi che anche le tue azioni facciano scendere il piatto della condanna quando la nostra vita sarà pesata dal giudizio di Dio, come su una bilancia ... Non rifiutare allora, di usare misericordia, per non essere escluso dal perdono quando anche tu ne avrai bisogno.
Il Santo del Giorno - 12 Settembre 2025 - Santissimo Nome di Maria. Chi ci chiama ci ricorda che siamo fatti per amare: Il nostro nome è un dono prezioso, è il suono che ricorda al mondo chi siamo, è un promemoria per ricordarci che il nostro destino, comunque vada, è una storia d’amore. Celebrare il nome di Maria, la Madre di Dio, significa anche questo: ricordarci che la nostra vita è una vocazione, una chiamata, e la prima parola di questa chiamata è proprio il nostro nome. La ricorrenza liturgica odierna fu concessa da Roma nel 1513 alla diocesi spagnola di Cuenca. Venne però soppressa da san Pio V, anche se in seguito Sisto V la ripristinò. Nel 1671 venne estesa al Regno di Napoli e a Milano. Fu Innocenzo XI a farne una festa per la Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’ottava della Natività come segno di ringraziamento per la vittoria nel 1683 del polacco Giovanni III Sobieski contro i Turchi che assediavano Vienna, minacciando la fede cristiana in tutta Europa. Pio X, infine, riportò la ricorrenza del Santissimo Nome di Maria al 12 settembre. La sua collocazione, in ogni caso, va letta assieme alla celebrazione della Natività della Beata Vergine: è all’inizio di ogni esistenza che viene piantato il seme della vita divina, che poi dev’essere coltivato e fatto fruttificare lungo il cammino dell’esistenza. Perché il nome, in fondo, è vita. (Matteo Liut)
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.